L’inadeguatezza del riduzionismo scientifico e l’eterno problema della vita

“I sistemi organici non sono mai stabili. […] Tutto si muove e muta. Tutto è sull’orlo del caos” 
Michael Crichton, “Jurassic Park”

Il modello positivista delle scienze vuole quest’ultime tutte riduzioniste: persino quelle umane, come l’antropologia, la sociologia e la psicologia, andrebbero ricondotte a quelle “dure”, e in particolare alla fisica. Sebbene tale modello, diffuso soprattutto tra la seconda metà dell’800 e la prima metà del ‘900, sia oggi meno forte che in passato, non mancano certo scienziati e filosofi contemporanei che lo difendono ancora a spada tratta. La sua validità è però messa fortemente in discussione, ormai, da una grande quantità di fatti empirici. Nella fattispecie, il riduzionismo sembra vacillare fortemente nella biologia, dove esso mostra tutta la sua inadeguatezza a descrivere sistemi straordinariamente complessi come gli organismi. Per questo tipo di problemi che concernono la comparsa e l’organizzazione della vita, anzi, sembra che guardare alle scienze umane sia in realtà più fruttuoso che ricondursi alla fisica e che, in particolare, spunti filosofici interessanti possono giungere da grandi pensatori non riduzionisti, tra cui Leibniz e Kant.

Secondo il riduzionismo, a livello epistemico, come già detto, vi è una gerarchia delle scienze, tale per cui i risultati ottenuti dalla fisica devono essere impiegati per spiegare gradualmente quelli di tutte le altre (in questo senso, quindi, le discipline del sapere sono ricondotte – o ridotte – alla fisica); inoltre, il rapporto causa-effetto di tipo meccanicistico è ritenuto dai riduzionisti l’unico veramente valido per descrivere il mondo.
A livello ontologico, invece, quest’ultimi vedono la realtà come la composizione di parti semplicissime, le quali hanno solo proprietà fisiche (massa, carica, energia cinetica o potenziale, etc.). Essi quindi sono anche fortemente materialisti, in quanto negano l’effettiva realtà di tutte le proprietà chimiche, biologiche, cognitive o sociali, non tanto ripudiando la loro esistenza e il loro accadere, ma piuttosto interpretandole come la mera reiterazione di proprietà fisico-materiali.

Le radici di questa concezione sono veramente antiche: esse risalgono almeno all’atomismo democriteo ed epicureo. Entrambi i filosofi greci, l’uno nel quinto e l’altro nel quarto secolo avanti Cristo, costruirono un sistema di pensiero fondato sull’atomismo ontologico.
Essi ritenevano che l’essere fosse costituito in ultima istanza da elementi indivisibili, tutti uguali fra di loro, se non per differenze di forma spaziale. Questi erano gli “atomi” (da “a”, prefisso privativo, e “témnein”, cioè tagliare: quindi letteralmente “intagliabili”).
Democrito ed Epicuro intendevano le cose come il risultato del moto caotico di questi elementi nel vuoto e della loro conseguente aggregazione.

Epicuro

Dopo un declino medioevale, la dottrina dell’atomismo ontologico fu ripresa dai rinascimentali e in particolare da Galileo Galilei, il quale credeva che il ruolo della fisica fosse quello di descrivere le leggi del moto dei corpi e di ricondurre questi principi a quelli del movimento degli elementi semplicissimi.
Cartesio condivideva anch’egli tale opinione, e anzi fu proprio lui a inaugurare la nascita della scienza moderna- già in nuce riduzionista e materialista. Con il suo “Discorso sul metodo”, egli relegò tutto l’immateriale (res cogitans) fuori dall’empirico, e quindi fuori dalla scienza, ed esplicitò come tutte le qualità secondarie dei corpi composti dovessero essere ricondotte alle qualità primarie dei costituenti più semplici (cioè alle loro proprietà geometrico-spaziali).
Così egli estese il compito dato da Galileo alla sola fisica a tutte le discipline del sapere, compresa la biologia (fu lui, ad esempio, a definire il corpo vivente come una macchina, un meccanismo non diverso da un automa).

Detrattori di Cartesio furono Spinoza, Leibniz e Kant. I primi due, ancora nel ‘600, ripudiavano l’atomismo a favore del monismo ontologico, già un tempo appartenuto agli stoici: entrambi ritenevano che il mondo non fosse una composizione di elementi materiali indivisibili, ma piuttosto il risultato di relazioni interne fra parti di una medesima sostanza (Dio). Spinoza riconosceva l’esistenza di “parti semplicissime” dei corpi, come testimoniato dalla sua “Etica”, ma vedeva queste come espressione intensiva della potenza divina: tutta l’infinita essenza della suprema sostanza, con tutte le sue infinite proprietà, era per lui concentrata all’interno di ogni particella, anche infima, della realtà.
Similmente, Leibniz parlava di “monadi”, che erano per lui l’equivalente ontologico del suo infinitesimo matematico (il “dx”). In ogni monade egli poneva tanta materia quanto spirito, riconciliando le due res cartesiane in un’unica entità e rendendo di fatto cosciente, e quindi in certo senso vivente, anche la più piccola componente del cosmo.
Kant invece, verso la fine del ‘700, negava nella “Critica del giudizio” l’utilità del modello meccanicistico in biologia: egli pensava che l’organismo dovesse essere descritto necessariamente in termini di causa finale, cioè non come una macchina, ma come un’unità di parti volta ad uno scopo funzionale. Le proprietà dei singoli costituenti di un vivente non potevano per lui essere comprese autonomamente, ma solo in forza di una struttura complessa, da essi conservata come un obiettivo.

Nonostante queste critiche, nell’800, come già detto, il meccanicismo e il materialismo trionfarono potentemente, con il positivismo; in particolare il darwinismo e l’ipotesi della selezione naturale espressero il bisogno di eliminare il finalismo dalla spiegazione della vita. La teoria dell’evoluzione fu poi supportata dalla genetica, che nel ‘900 aprì la strada, almeno teoricamente, alla totale riconduzione della biologia alla chimica delle molecole, primo passo per una seconda riconduzione successiva alla fisica degli atomi.
Ma nella seconda metà del secolo scorso, il riduzionismo cominciò ad essere veramente messo in crisi. Da un lato, la scoperta della divisibilità dell’atomo (inteso ora come insieme di protoni, neutroni ed elettroni) diede vita alla fisica quantistica, la quale rinunciò ad un modello causa-effetto strettamente deterministico e scoprì una miriade di nuove particelle sempre più piccole.
Dall’altro, la possibilità di spiegare i fenomeni biologici tramite le sole proprietà chimiche delle molecole organiche divenne ogni giorno più remota.

Oggi, il fenomeno dello splicing alternativo, ad esempio, mostra come una medesima stringa di DNA possa mettere in moto la formazione di proteine diverse, a seconda delle condizioni in cui la cellula si trova, mentre la pleiotropia comporta che uno stesso gene possa “adattarsi” alle situazioni e svolgere mansioni differenti a seconda dei casi. L’idea dei geni come “blocchetti” minimali, portatori di informazioni precise, inscritte nelle loro molecole, e attivatori di reazioni fisse pare insomma ormai datata.

A quest’ultima bisognerebbe sostituire invece la concezione dei processi biologici come sistemi complessi, non lineari, in cui non solo le parti più semplici determinano il tutto, ma anche il tutto determina le parti: le relazioni fra geni, proteine e ambiente circostante rendono le previsioni particolarmente difficili da fare e spesso disattese.
Una delucidazione su questo tipo di problemi potrebbe venire dalla cosiddetta “teoria del caos”, che studia fenomeni altamente entropici, cercando di osservare l’apparizione di un ordine dal disordine.
Come voleva Kant, per comprendere l’organizzazione della vita bisognerebbe pensarla in termini di una struttura superiore che si autopreserva, in quanto fine in se stessa, e che fa scaturire proprietà dette “emergenti”, cioè non completamente interpretabili in forma di reiterazione di proprietà più semplici.

Ordine che appare dal caos, qui come un frattale

In definitiva, sembra che cercare di ricondurre la vita a componenti inerti sia inadeguato e insufficiente. Forse sarebbe più corretto pensare l’organismo come un sistema di monadi leibniziane: ogni parte di esso è in certo modo cosciente, o almeno agisce come se lo fosse, reagendo in maniera intelligente agli stimoli.
In questo senso, una via alternativa potrebbe essere quella di estendere alcune scoperte delle scienze sociali alla struttura degli esseri viventi, pensandoli come un insieme di individui singoli e istituendo così un’integrazione verso il macroscopico, piuttosto che una riduzione verso il microscopico.

Fonti:                                            Immagini:
1) Franco Trabattoni,                     Sopra(1)
“La filosofia antica.
Profilo critico-storico”                   Sopra (2)

2) Cartesio,                                     Copertina
“Discorso sul metodo”

3) Baruch Spinoza, “Etica”

4) Gilles Deleuze,
“Cosa può un corpo?
Lezioni su Spinoza”

5) Immanuel Kant,
“Critica del giudizio”

6) Fulvio Mazzocchi,
“The limits of reductionism
in biology:
what alternatives?”

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