L’uomo e le altre specie: i pericoli dell’antropomorfizzazione

“La mia pretesa di avere l’esclusiva in un universo che è un sistema aperto è in definitiva votata al fallimento”

Maria Antonietta, Estate ’93

Da sempre l’uomo attribuisce, erroneamente, alle altre specie animali tratti e sentimenti tipicamente umani, secondo una visione antropocentrica che lascia però molto spazio all’empatia. La scienza tuttavia si divide sui possibili pericoli e vantaggi dell’antropomorfizzazione: questa tendenza favorisce il benessere animale?

C’è chi ha le idee molto chiare a riguardo: “Quasi mai” scrive la bioeticista Chiara Lalli. “Il processo di antropomorfizzazione- spiega Lalli- è una nostra necessità, è una forma di pensiero magico e una tendenza un po’ mitomane a usare i nostri criteri di misura mentre osserviamo l’universo.”

Una prospettiva ai limiti del narcisismo, sostiene, che spesso porta a stravolgere la vita degli animali domestici per adeguarla a criteri ideologici che andrebbero applicati soltanto agli umani: secondo la filosofa é questo il caso dei cani “vegani”, ovvero cani a cui padroni non onnivori impongono una dieta priva di carne per motivi morali. Motivi che però non appartengono e non potranno mai appartenere all’animale: soltanto la specie umana si domanda se sia giusto o sbagliato mangiare altri animali e non c’è modo di trasferire questo dilemma etico al mondo del cane, dove non esiste morale.

Mangiare carne costituisce inoltre per le specie della famiglia dei canidi un’inderogabile esigenza biologica e la Confederazione sindacale degli allevatori, commercianti e detentori di animali (FederFauna) ha evidenziato la contraddizione tra l’amore quasi genitoriale di questi padroni e la loro indifferenza verso le caratteristiche etologiche dei propri animali. L’associazione ritiene addirittura che nutrire i cani con crocchette vegane sia una forma di abuso da evitare e da perseguire penalmente, se necessario.

“La difficoltà di trovare risposte è anche determinata da un’intrinseca impossibilità. Non possiamo chiedere agli animali che cosa vorrebbero, cosa sarebbe il meglio per loro, e quindi la risposta sarà sempre quella che possiamo dare noi” riflette Lalli.

Questa opinione raccoglie forti consensi all’interno dell’ambiente scientifico ed è particolarmente supportata dagli etologi Roberto Marchesini e Desmond Morris, che vedono l’antropomorfizzazione come la massima forma di antropocentrismo, nonché una tendenza che fa dimenticare quali siano le reali caratteristiche ed esigenze delle specie non umane. Nel 2015 la psicologa Patricia Ganea del’Università di Toronto ha sottoposto in gruppo di bambini dai tre ai cinque anni ad un esperimento in cui venivano loro trasmesse delle informazioni su alcuni animali in maniera estremamente asettica e poi antropomorfizzandoli. La psicologa aveva quindi riscontrato nei bambini una propensione a vedere gli animali come “persone pelose”, attribuendo loro tratti umani e trattenendo poche delle informazioni scientificamente esatte.

Se questa visione permette ai futuri adulti di sviluppare empatia nei confronti di specie non umane, riferisce Ganea al Guardian, può anche condurre a un’errata comprensione dei processi biologici e ad eventuali comportamenti inappropriati nei confronti degli animali, come cercare di portare a casa esemplari selvatici o interpretarne le azioni in modo sbagliato. Le rappresentazioni delle specie non umane nell’intrattenimento per l’infanzia contribuirebbero inoltre ad alimentare la tendenza all’antropomorfizzazione, secondo la psicologa.

Schema dei gradi di antropomorfizzazione degli animali nei cartoni animati

Ampliando la prospettiva, non manca chi percepisce il fenomeno come positivo. Il biologo Carl Safina ad esempio sostiene che fare leva sull’empatia degli esseri umani attraverso questa inclinazione possa contribuire a sensibilizzare sulla minaccia di estinzione di molte specie animali.

Dello stesso parere anche la pubblicazione internazionale Biodiversity Conservation, che ha divulgato nel 2014 lo studio “Anthropomorphized species as tools for conservation: utility beyond prosocial, intelligent and suffering species” nel quale un team cileno, britannico, statunitense e australiano ribalta alcune delle convinzioni sul fenomeno.

Secondo gli scienziati, “l’antropomorfismo è recentemente emerso in letteratura come uno strumento utile per la conservazione”. Per lo studio il fenomeno potrebbe incrementare il sostegno dell’opinione pubblica ai progetti di conservazione della natura e sarebbe un prezioso strumento, dalle potenzialità ancora inesplorate, utile per attirare l’attenzione su specie in via di estinzione o che richiedono urgente attenzione.

 

 

 

Credits immagini:                Fonti:

Copertina                            Guardian, Lalli, Marchesini

Immagine 1                        Morris, Post, Disney

Immagine 2                        Antropomorfizzazione

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