Vite nascoste. Epicuro l’imperturbabile

“Vedo l’occhio di Epicuro che guarda un vasto, abbacinante mare, oltre gli scogli delle rive sui quali si posa il sole, mentre grandi e piccole fiere giuocano nella sua luce, sicure e placide come questa luce e quell’occhio stesso. Una tale gioia l’ha potuta inventare solo un uomo che non trova pace nel dolore, la gioia d’un occhio davanti al quale il mare dell’esistenza si è quietato e che non si sazia più di guardare la sua superficie, e questo screziato, tenero, abbrividente velo di mare: non era mai esistita – prima di allora – una tale compostezza della voluttà”

Friedrich Nietzsche, “La Gaia Scienza”

Láthe biósas”, ovvero “vivi nascosto”: questa è, forse, la massima che meglio riassume l’etica del grande filosofo Epicuro. Il presente vuole essere il primo di una serie di articoli, scritti tutti con il medesimo intento; quest’ultimo è quello di raccontare storie di “vite nascoste”, appartenute a pensatori i quali hanno fatto proprio, nella loro epoca, il motto di Epicuro, vivendo come lui ai margini, isolati e lontani dalle faccende sociali, lontani dai riflettori del “pubblico”, nel retroscena della storia dei grandi eventi, conducendo un’esistenza semplice e molto comune, ma riuscendo a produrre nonostante tutto, e anzi probabilmente proprio in forza di ciò, delle riflessioni consacrate all’eternità, preziose oggi quanto allora.

Il personaggio che apre questa serie non può che essere, ovviamente, Epicuro stesso, da considerare quale esempio epigrammatico per gli altri. Atomista e vero e proprio materialista ante litteram, fu anche e soprattutto attento al problema della vita del singolo. In questo si accomunò agli altri esponenti della cosiddetta filosofia ellenistica, sorta nel periodo omonimo della storia greca (334 a.C. – 30 a.C.) e costituita da epicurei, stoici, scettici e cinici, tutti, a modo loro, occupati dalla tremenda questione dell’esistenza dell’individuo, considerato come essere umano nel mondo piuttosto che come cittadino nella polis.

Statua raffigurante Epicuro

Nato intorno al 340 a.C. a Samo, Epicuro era però ateniese, come il padre Neocle, che era stato inviato sull’isola in veste di colono. La sua era una famiglia povera: Neocle aveva un lotto di terra infimo ed era un maestro di scuola, mentre la madre faceva purificazioni in giro per le case contro la sfortuna.
Epicuro sosteneva di aver ricevuto la sua prima educazione filosofica intorno ai 14 anni, ancora a Samo, ma che nonostante questo il suo pensiero fosse stato sviluppato in modo totalmente autonomo. In realtà l’evidente influenza di Democrito, anch’egli atomista, non può essere messa in discussione, anche se non è ben chiaro quando ebbe modo di leggere i suoi testi.
Dopo essersi recato per la prima volta a 18 anni nella sua patria, dalla quale si allontanò però poi di nuovo per seguire il padre, cacciato con gli altri coloni da Samo, in Asia Minore, Epicuro si stabilì definitivamente nell’amata Atene nel 306 a.C. Ivi, nella sua stessa dimora, molto piccola, fondò il medesimo anno la sua scuola personale, che diresse fino alla morte.

Da qui in poi gli eventi da elencare sono praticamente nulli. Epicuro trasferì quella frugalità, che aveva caratterizzato, per forza maggiore, la casa di suo padre, anche nella sua, facendone stavolta però volontariamente il principio di una ferrea dottrina. Visse il resto dei suoi giorni appartato in quelle mura, nutrendosi di pane e acqua e circondandosi della sua ristretta cerchia di amici-discepoli, i quali discutevano nel giardino di casa (da qui l’espressione “filosofia del giardino” per intendere l’epicureismo). Non si occupò mai di politica e non si curò di instaurare rapporti con figure eminenti. Rimase sempre praticamente ignorato e sconosciuto ai più: fu notato solo dai suoi pochi seguaci e dagli stoici, che lo infangavano in ogni modo.

Questa sua esistenza mediocre fu il perfetto riflesso della sua filosofia. A dispetto di quanto è luogo comune a riguardo di essa, egli non era affatto un edonista. Certo, è vero che la ricerca del piacere era l’unico dovere che egli prefiggeva all’uomo, ma il piacere poteva essere per lui dinamico (soddisfazione di un desiderio e cessazione del dolore che lo accompagna) o statico (equilibrio del corpo e della mente e assenza di dolore); solo il piacere statico era da lui ritenuto davvero perseguibile, in quanto non implicante un dolore da attenuare.
Il vero obiettivo di Epicuro era perciò l’assenza di ogni turbamento (atarassia) e la placida contentezza che ne deriva. Per raggiungerlo si impegnò a nutrirsi sempre senza eccessi e ad astenersi dalle passioni violente (come quella sessuale), per mantenere l’equilibrio del corpo; inoltre, per mantenere quello dell’anima, minimizzò le relazioni sociali, non andando oltre la semplice e disinteressata amicizia, che coltivò grazie ad un carattere magnanimo e assai benevolo. L’amore e la carriera erano nella sua ottica, infatti, fonte di gelosia, invidia e di altri molteplici dispiaceri.

Epicuro ancora erroneamente rappresentato come un edonista dal pittore Raffaello, nell’affresco della “Scuola di Atene”

Stando a quel che viene tramandato, Epicuro giunse in effetti abbastanza vicino all’atarassia: riuscì a combattere, con vigore e serenità, contro la sua salute costantemente cagionevole, che infine lo portò, nel 270 a.C., alla morte per calcoli renali, in un’agonia lancinante. Con la forza della sua mente imperturbabile, tuttavia, riuscì a gioire – pare – anche in quell’attimo, in mezzo ai suoi amici più fidati. D’altronde, coerentemente, egli credeva che non ha alcun senso temere la morte, poiché essa “non è nulla per noi, come noi non siamo nulla per lei”.

Fonti:                                     Immagini:
1)Franco Trabattoni,            Copertina
“La filosofia antica.                Sopra (1)
Profilo critico-storico”            Sopra (2)

2)Bertrand Russel,
“The History of
Western Philosophy”

 

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