Bonus cultura, cosa ne pensano e come lo usano i millennials?

La cultura è un bene comune primario come l’acqua;
i teatri le biblioteche i cinema sono come tanti acquedotti”
Claudio Abbado

Da alcuni anni, i neomaggiorenni usufruiscono del Bonus cultura, 500 euro che i millennials possono usare per acquisti culturali. Si è parlato di modificarlo: ma i millennials cosa pensano e come lo usano?

Quando si tenta di categorizzare una generazione si attribuiscono spesso ad essa caratteristiche che la rendono diversa e speciale rispetto alle altre. Se però la categorizzazione viene fatta da chi non ne fa parte porta spesso con sè anche delle definizioni negative, difetti che si vogliono appartenere se non alla totalità a una significativa maggioranza della suddetta generazione. Un uso comune che vale anche per la generazione Y. I millennials, in particolare (quantomeno, per primi) si sono visti attribuire l’onta dell’ignoranza, del disamore per la cultura.

Un solco, quello tra i millennials e tutto ciò che è arricchimento intellettuale e culturale, che le istituzioni hanno ritenuto  vistoso. In diversi modi, quindi, si è ritenuto nel corso del tempo che dovesse essere colmato a norma di legge, sostenendo la formazione culturale dei millennials, soprattutto i più giovani, nel momento in cui diventavano adulti.
Dal 2016 infatti, il governo ha stanziato una quota della legge finanziaria perchè tutti i neodiciottenni disponessero di quello che è stato chiamato “bonus cultura”. Ogni maggiorenne nell’anno in corso, scaricata l’apposita app, può disporre di 500 euro da spendere in musica e cultura, spettacoli dal vivo, concerti, libri, teatro e musei, come riporta Laleggepertutti.

Negli scorsi mesi, si è parlato di un cambiamento per il decennio 2018-19 del bonus, che sarebbe nei piani del governo gialloverde: il bonus, si diceva, “potrà essere speso solo per acquistare libri”. Una intenzione che ha sollevato polemiche molto accese. A prendere parola, una community di 30mila Milllennials, di cui si fa portavoce la ventenne Arianna Furi, chiedendo un incontro col ministro Bonisoli. Al Corriere della Sera, la ragazza esige che siano i millennials stessi, a prendere parola «Lei prende decisioni sulla vita dei ragazzi? Parli con i ragazzi. Lei taglia 18App? Parli prima con chi quel Bonus l’ha speso o deve spenderlo»

I motivi di questa scelta starebbero nei dati. Come riporta sempre il quotidiano di via Solferino, i dati ministeriali raccontano che i seicentomila neomaggiorenni degli ultimi due anni si sono visti stanziare 163 milioni di euro, di cui una grossa parte, l’80%, è stata spesa in libri. In particolare, chiarisce il presidente dell’Associazione Italiana Editori Riccardo Franco Levi, per libri universitari. Una maggioranza facilmente spiegabile, secondo Furi, con la solerzia con la quale le catene di librerie e i gruppi editoriali hanno aderito al sistema.  Il bonus cultura si è inserito in una situazione complessa, riporta ancora il Corriere della Sera. Se gli italiani sono tra gli ultimi in Europa a spendere in cultura (solo l’8%), il numero dei lettori sembra essere tornato a crescere nel 2107 dopo molti anni. E tuttavia i millennials inattivi, cioè che non vanno a teatro, non leggono e non vanno ai concerti sarebbero, secondo i dati, il 38,8%.

Una polemica, quella sull’utilizzo del Bonus cultura, che si aggiunge a quella sollevata dall’edizione Barese di Repubblica, che parla di Millennials che rivendono il proprio bonus a metà prezzo, per poter fare con il ricavato acquisti non necessariamente culturali. La risposta della community di cui Furi è portavoce è ferma: limitare la possibilità di usufruirne è «Una decisione assurda e retrograda, come se visitare un museo o andare a teatro non significhi investire sulla cultura».

Un cambiamento dato per certo, anche se appena pochi giorni dopo le dichiarazioni rese da Furi, il sottosegretario ai Beni Culturali Gianluca Vacca si è affrettato a smentire. Che si sia trattato di una voce o di una retromarcia, si è rivelata una significativa occasione per segnalare l’importanza della presa di parola diretta, che smentisce il disamore dei millennials per cultura, anche attraverso il Bonus. Il ministro, secondo Furi:  «Avrebbe dovuto capire da tempo quanto i ragazzi della mia generazione e non solo tengono al Bonus». E quanto anche questo pur parziale strumento potesse rivelarsi funzionale. Infatti  «l’idea era quella di incentivare man mano, facendo diventare strutturale il bonus, anche l’acquisto di prodotti culturali diversi» anche per quella porzione di millennials che rientrino nello stereotipo negativo.

 

Fonti:                                                     Immagini:

Laleggepertutti                                      Copertina
Corriere 7 dicembre                              Foto 1
Corriere 17 dicembre                            Foto 2
Bonus rivenduti 

 

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