You will not replace us: la paura del fascista.

Il fascismo dei vincitori è niente in confronto al fascismo dei vinti”

Aldo Busi

You will not replace us” era il motto degli “white supremacists” allo “Unite the Right Rally” di Charlottesville del 2017. Un motto che, più che accattivare nuovi adepti, ha smascherato ciò che da sempre costituisce il fondamento del razzismo, dell’antisemitismo e del fascismo: la paura.

Vivere in una nazione occidentale ha i suoi vantaggi. Si può godere, di solito, di ciò che sono stati stilati come diritti fondamentali dell’uomo, si può godere della democrazia, si può godere della libertà di parola e della laicità dello stato, si può godere di un sentimento di continuità con grandi tradizioni culturali come l’illuminismo, la musica di Mozart, le opere di Puccini, la Divina Commedia. Insomma, tutto ciò che è percepito come caro, fondante, tradizionale o di valore può essere tranquillamente preso e ammassato in quel grande contenitore che detto “cultura occidentale”, all’interno del quale ogni lirica, ogni romanzo, ogni cosmologia viene considerata come interconnessa, interdipendente e soprattutto autonoma e separata da ciò che è “non occidentale”.
E’ così che funzionano le definizioni: per poter maneggiare verbalmente un concetto, spesso non ci si può esimere dall’operare generalizzazioni, esclusioni e separazioni che si rivelano approssimative, anche se utili al momento del discorso.

Eppure, tutto scorre. Ciò che ieri era non-occidentale, oggi lo è, e viceversa. Ciò che ieri era estraneo ai canoni estetici europei, ora è uno dei movimenti artistici più popolarmente apprezzati: l’impressionismo. Ciò che ieri era una corrente filosofo-religiosa mediorientale, oggi è spesso considerata una dei “fondamenti” della cultura occidentale: il cristianesimo.
Insomma, la natura della cultura è l’essere fluida, eterea; non si è cultura, ma si fa cultura.
Eppure, ogni singola volta che un cambiamento culturale viene percepito come tale, esiste sempre una nutrita fetta della popolazione che sbatte i piedi per terra; perchè, secondo loro, quella nuova sfumatura del mondo non è coerente con la loro personale, definita e artificiale “essenza culturale”. No a Babbo Natale, perchè va contro le “radici” cristiane; no a Gesù, perchè va contro le “radici” romane.

Questo è alla base di quel nazionalismo più o meno moderato, che dal Romanticismo in poi ha ben pensato di considerare ogni nazione europea come l’espressione di una particolare e autonoma tradizione culturale; i francesi con i francesi, i tedeschi con i tedeschi e gli italiani con gli italiani.
Esiste, persino, chi fa un passo ulteriore. Per queste persone non solo esiste un’essenza culturale chiara, inamovibile e definita, ma quest’essenza è veicolata non tanto dalla nazione, ma dal colore della pelle. Queste persone sono i razzisti.
E i razzisti hanno paura. Hanno paura che avere un vicino dalla pelle caffèlatte possa impedire loro di ascoltare Beethoven. Hanno paura che ascoltare pop koreano possa deturpare la loro purezza. Hanno paura che mangiare cous cous possa far dimenticare le opere di Voltaire.
Hanno paura di quello che chiamano “sostituzione etnica”.

“You will not replace us”, “Blacks will not replace us”, “Jews will not replace us” cantavano, tra svastiche e torce tiki i campioni di Charlottesville.
Hanno paura che la cultura americana, che loro intendono come “razza bianca”, sia sostituita dalla cultura… americana. Perchè gli afroamericani sono americani.
Il fatto è che proprio a causa della plasticità e della malleabilità dell’appartenenza culturale, più o meno ogni cosa può essere assunta a identità etnica: ogni cosa può essere “americano” se contrapposto al giusto “non americano” e viceversa. In questo caso, grazie allo storico stigma razzista, gli afroamericani (Blacks) sono letti nella categoria dell’estraneo e del “non americano” sulla base del fatto che i razzisti considerano il colore della pelle come origine della cultura. Gli afroamericani hanno contribuito al blues, al jazz, alla disco-music e a tradizioni che molti considererebbero integranti e imprescindibili della cultura americana, ma basta il giusto sotterfugio retorico, il giusto transfer di colpa, e immediatamente tutti i problemi della società vengono letti come “sostituzione etnica nera”.

Senza parlare, poi, della flessibilità dello stesso concetto di “razza”. Il concetto di “bianco”, o anche di “ariano” (giusto per insaporire il tutto di storia) è da sempre uno dei più fumosi e instabili della retorica politica fascista, perchè dipende principalmente da chi è l’avversario del momento, il capro espiatorio a cui imputare tutti i disagi di un popolo da cui si vuole essere votati. Almeno loro fanno qualcosa.
E così, cinquant’anni fa gli irlandesi non erano “bianchi” abbastanza per entrare negli stati uniti senza inquinarne la cultura; mentre quasi un secolo fa gli italiani erano in qualche modo “ariani”: bastava che non fossero ebrei, dopotutto.

Secondo il pensiero fascista esiste un popolo, una nazione o una razza in difficoltà, sotto attacco da influenze straniere e che quindi potrebbe “estinguersi”. Questa “razza” ha bisogno di un “etnostato”, ovvero di un’enclave di “tutti uguali”, per poter esprimere al meglio la propria essenza e per respingere l’attacco delle altre “razze”. Siccome non bisogna “perdere la propria cultura”, allora bisogna espellere, uccidere o deportare ciò che viene retoricamente definito come estraneo e inquinante. L’influenza dell’avversario deve essere eliminata non tanto, o non solo, perchè l’avversario è una razza inferiore, ma semplicemente perchè, nelle fantasie fasciste, ogni “razza” prospera se “mantenuta pura”; può persino essere presentato come “magnanimo” riconsegnare gli estranei al loro posto, alla “loro terra”.
Entra poi, in gioco la terza punta della classica triade del pensiero fascista: i traditori, i sionisti, i comunisti, gli illuminati, il gender, i poteri forti, le multinazionali… insomma, chi più ne ha più ne metta. Sono “i mondialisti”, i membri di un complotto che vuole, per un motivo o per l’altro, l'”imbastardimento delle culture” o la “perdita d’identità” e che quindi fungono da fantoccio nei confronti del quale presentarsi come gli unici salvatori.

 

Fonti:

Contro l’Identita, di F. Remotti, LaTerza

What The Alt-Right Fears, di Contrapoints

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