La musica che gira intorno ai Millennials, da Spotify a “Bohemian Rhapsody”

Ciò che non si può dire e ciò che non si può tacere, la musica lo esprime”
Victor Hugo

La musica è la lingua di ogni generazione. Anche la Y ha la sua, che ha visto cambiare contorni e modi di fruizione. Eppure i Millennials si fanno affacinsrea da quello che sembra lontano da loro, come il Freddy Mercury di “Bohemian Rhapsody”

Se ogni generazione ha le proprie peculiarità, sovente chi ne fa parte condivide anche dei codici comuni composti di gusti che segnano ciò che si considera moda o gusto di un’epoca. Linguaggi nei qua membri di una generazione trovano occasioni di legame e reciproca comprensione. Il più immediato è indubbiamente la musica, che segna la formazione di ciascuno e racconta efficacemente – secondo molti – alcune caratteristiche della generazione che la sceglie come colonna sonora.

La musica dei millennials racconta soprattutto il mutare dei tempi: la generazione Y è, anche in questo campo, quella del digitale: per prima ha fatto passare attraverso questo filtro anche il suono. Se i millennials cresciuti con l’inizio del duemila hanno fatto dell’ipod uno dei loro strumenti preferiti, i più giovani lo hanno visto sostituirsi con lo smartphone e con i servizi di streaming, Spotify, Itunes, Deezer, ormai veicolo principale della fruizione della musica.

Ma non solo: secondo un sondaggio riportato da LifeGate, l’80% dei millennial ritiene la musica parte fondamentale della sua vita, ma la fruizione e i gusti sono cambiati, diluendo i loro confini: solo il 10% dichiara di seguirne uno in particolare: si delinea così una scomparsa delle figure mitiche che hanno caratterizzato la musica fino agli anni Novanta. A venire meno, anche un idea di musica che ha caratterizzato i decenni fino agli anni Ottanta: quella dell’affermazione di sè attraverso il contrasto, soprattutto con i genitori e le generazioni adulte.

Una temperie culturale nuova che però permette loro di guardare con interesse a ciò che li ha preceduti. Proprio questa differenza di approccio, secondo Rockol, è il motivo per cui i millennials in particolare sembrano essere rimasti affascinati da una icona che potrebbe essere recepita come opposta, Freddy Mercury. Il film “Bohemian Rapsody”, di Bryan Singer, con Rami Malek nei panni del carismatico cantante, stando alle statistiche si è rivelato molto di più che una operazione nostalgia.

Quando il frontman dei Queen è morto, nel 1991, metà dei millennials non era nata e l’altra si trovava nella prima infanzia. Eppure, riporta il periodico, oggi i millennials l’hanno adattato ai loro strumenti: dall’uscita del film, il 70% di coloro che hanno ascoltato su Spotify i brani dei Queen è uno di loro, ha cioè meno di 35 anni. “Su Spotify i Queen sono più popolari che mai”, ha confermato la società guidata da Daniel Ek sul proprio blog ufficiale: “Non solo tra sessantenni, cinquantenni e quarantenni, ma anche tra i millennial. Da quando ‘Bohemian Rhapsody’ è uscito nei cinema, gli ascolti dei Queen si sono impennati del 333%”.

Così, la generazione che secondo Il Giornale sarebbe “senza miti” si scopre affascinata da uno dei prototipi del “mito” in musica. Secondo Paolo Giordano ad affascinare i giovani era la fame di diversità, che ha spinto il gruppo a inventarsi brani insoliti proprio come quello che da il tutolo al film che mischia classica e rock. Un anticonformismo che secondo lui sarebbe sconosciuto ai Millennials, ma di cui questi dati invece raccontano la capacità di fascinazione proprio su di loro.

Fonti                                      Immagini

Lifegate                                  Copertina
Rockol                                    Foto 1
Il giornale                               Foto 2

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