Vite nascoste. Il panteista Spinoza

“Se anche il frutto che ho già ricavato dall’intelletto naturale dovesse una volta risultarmi falso, basterebbe a rendermi felice il fatto che ne godo e che mi studio di trascorrere la vita non nella tristezza e nel lamento, ma in tranquilla e serena letizia.”

Baruch Spinoza, “Epistolario”

Ecco il secondo articolo della serie “Vite nascoste”, volta a raccontare le biografie di pensatori i quali hanno condotto esistenze semplici e modeste, spesso appartate, sempre lontane dai riflettori della storia dei grandi eventi, ma che hanno tuttavia lasciato in dono opere dal valore straordinario ed eterno. Dopo Epicuro, colui che ha pronunciato il motto ispiratore della presente serie (“vivi nascosto”), è adesso la volta dell’immenso Spinoza. 

Qui si passa all’artiglieria pesante. Spinoza è stato da molti definito come niente meno che il  filosofo per antonomasia. Anche qualcuno come Hegel, non certo famoso per la sua modestia, disse che “filosofare è spinozare”. E’ forse difficile credere che un simile gigante intellettuale abbia avuto poca importanza nella società a lui contemporanea, ma è così. Anzi, venne odiato e denigrato, poiché del tutto incompreso, a causa della sua inarrivabile modernità, e fu quindi in parte costretto a non esporsi.
La coercizione degli eventi ebbe però un ruolo solo minimale: quello di Spinoza è anche un caso di straordinaria coerenza interna, in quanto egli viveva esattamente come professava si dovrebbe vivere, con grande morigeratezza e prudenza (non a caso si firmava spesso “il cauto” nelle sue lettere).

Baruch Spinoza

Baruch, nome giudeo per Benedetto, nacque nel 1632 ad Amsterdam, da una famiglia di piccoli mercanti ebrei portoghesi, fuggiti in Olanda dall’Inquisizione.
Ricevette nella comunità ebraica della città la prima educazione, soprattutto rivolta allo studio della Bibbia, e fu contemporaneamente, molto presto, istruito dal padre nel commercio. Si distinse immediatamente per brillante intelligenza e curiosità, doti che gli valsero inizialmente l’ammirazione del suo maestro Morteira. Quest’ultimo lodava la sua capacità di restare modesto nonostante il genio, la sua buona condotta e la bellezza del suo animo.

Ben presto però l’ammirazione divenne diffidenza, e poi disprezzo. L’insaziabile spirito critico di Spinoza lo portò sempre più ad avvicinarsi ai testi scientifici e filosofici dell’epoca, come quelli di Cartesio ed Hobbes, e sempre più a distaccarsi, parallelamente, dalla sterilità del dogma religioso. Cresceva la sua insoddisfazione verso molti punti cardine della fede ebraica – ma presenti anche nel cristianesimo – come la personificazione della divinità, la creazione del mondo secondo una sua supposta volontà, il conseguente finalismo di ogni evento, volto in particolare alla cura della creatura prediletta (l’uomo). La tendenza a mettere spudoratamente in discussione queste idee e a proporne invece di altre, anche irriverenti, gli valsero nel 1656 – con non poca ironia se si pensa al nome Baruch – la maledizione da parte della comunità (cherem), accompagnata nello stesso anno anche da un tentativo di omicidio a danno della sua persona, operato con una lama che gli bucò però solo il mantello. In base alla cherem nessun ebreo doveva osare parlare con lui, né scrivergli e neppure nominarlo oralmente o testualmente. Fu costretto a implorare perdono o ad allontanarsi: aveva visto con i suoi occhi cosa comportasse la prima ipotesi, dato che un altro scomunicato aveva ottenuto la riconciliazione, qualche anno prima, con l’abiura e la fustigazione pubblica, e Spinoza aveva assistito all’evento. Da buon spirito libero, egli si rifiutò di subire una simile umiliazione. Si fece forza, nonostante il terribile fardello, e si rifugiò nel piccolo villaggio di Rijnsburg, a molare le lenti – mestiere in cui divenne molto bravo ma che rovinò la sua salute gradualmente – e a continuare a dedicarsi agli studi e ai suoi scritti. Da lì si trasferì poi nei pressi dell’Aja, sempre come intagliatore di vetri ottici. Cominciò a intrattenere epistolari con esponenti dei circoli intellettuali più progressisti d’Olanda, alcuni dei quali qualche volta gli facevano anche visita. Da loro era rispettato, per la sua profondità, ma comunque non completamente capito.

Spinoza era ritenuto diabolico dalla comunità giudaica, ma la pur tollerante società delle Province Unite non era da meno. Durante la sua vita pubblicò solo il “Trattato teologico-politico”, considerando le idee della sua “Etica” troppo eversive per i suoi contemporanei. Ma anche il Trattato in realtà era eccessivamente avanzato: il testo fu giudicato blasfemo dall’opinione pubblica e poi censurato dal governo per le sue posizioni troppo liberali.
Dai posteri, inoltre, almeno fino al romanticismo, Spinoza verrà letto spesso come un pericoloso ateo materialista.
In realtà Baruch, oltre ad avere un’indole benevola e amabilissima, che gli impediva di compiere mali di qualsiasi genere, aveva una religiosità davvero profonda, tant’è vero che Dio viene nominato quasi ovunque nella sua “Etica” ed è posto a fondamento della sofisticata ontologia anticartesiana che regge il suo sistema; solo che in Spinoza Dio non era un ente trascendente separato dal mondo in quanto suo creatore, ma coincideva invece con esso.
Questa è la dottrina del “Deus sive Natura”, tale per cui tutto ciò che esiste è in Dio e, all’inverso, Dio esprime i suoi due attributi noti (pensiero e materia) in tutto ciò che c’è, ovvero negli infiniti modi diversi della sua infinita potenza. La risultante è quindi il panteismo (o meglio il panenteismo), che è l’assoluto antipodo dell’ateismo: non solo Dio esiste con assoluta certezza, essendo esso l’unica vera sostanza, causa necessaria di se stesso (causa sui), ma è ovunque, in tutte le cose.
Ciò significa però che Dio non è un oggetto, non è a sua volta né un corpo, né una mente, e quindi non ha una volontà e non si cura delle preghiere a lui rivolte. Dio coincide con la natura e perciò con il suo ordine di cause ed effetti e tutto ciò che accade accade solo per pura e semplice necessità.

Trattato teologico-politico

Questo comporta ovviamente una cosa: l’addio all’illusione del libero arbitrio. Altra “eresia”, questa, tanto antiebraica quanto anticristiana.
Ma il fatto che non esista il libero arbitrio non vuol dire che non vi sia alcuna libertà. Libertà per Spinoza è comprensione razionale, poiché comprendere la propria natura ed accettarla vuol dire poter agire autodeterminandosi, mentre comprendere l’ordine delle cause del mondo vuol dire sapersi attrezzare per stare al meglio in esso e dominarlo attivamente, senza lasciarsi invece dominare passivamente dagli eventi.
E’ vero che le emozioni e le sensazioni sono certo importanti, perché tutto ciò che vi è nella mente corrisponde a ciò che vi è nel corpo (i due attributi di Dio non sono separati, ma sono una cosa sola), ed è quindi altrettanto vero che mortificare la carne è inutile, ma il controllo sulle passioni è nondimeno possibile e auspicabile. Il modo migliore per raggiungerlo è abituarsi a rifuggire gli eccessi e a inseguire la serenità data dal rispetto dell’equilibrio che sorregge la propria natura.

Coerentemente, Spinoza visse sì in disparte fino alla morte assai precoce, che lo colpì nel 1677 per la tisi, ma non si negò le frugali gioie delle buone amicizie, delle colte conversazioni e del sano mangiare. Evitò invece di accumulare ricchezze, rifiutando una pensione offertagli da un facoltoso sostenitore, poiché temeva che l’eccessivo denaro l’avrebbe distratto dai suoi studi, cioè dall’unica fonte procurantegli quella salda atarassia che l’aveva salvato dalla disperazione della cherem. Per lo stesso motivo rifiutò anche una cattedra di filosofia propostagli dal Palatinato. Ciò non gli impedì tuttavia di lasciare grandi insegnamenti, che tutt’ora l’umanità fatica ad apprendere pienamente.

Fonti:                                   Immagini:
1)
Carlo Sini,                       Copertina
“Archivio Spinoza”               Sopra (1)
2) Bertrand Russel,              Sopra (2)
“History of Western
Philosophy”
3) Baruch Spinoza,
“Etica”
4) Roberto Limonta,
“L’immagine di Spinoza
nelle biografie dei
contemporanei”

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