La lingua dei millennials. Cosa dicono le 10 parole più usate del 2018

Bisogna assomigliare alle parole che si dicono.
Forse non parola per parola, ma insomma ci siamo capiti”
Stefano Benni


La lingua dei millennials viene spesso guardata con sospetto dalle generazioni precedenti, derubricata a gergo povero. Ma è solo conoscendo le loro parole, come prova a fare la lista delle parole più usate dai millennials del 2018, che si può capire la generazione Y.

Le lingue: se si pensa a uno strumento solido e strutturato del vivere quotidiano, è probabile che siano tra i primi a venire alla mente. Radici della possibilità di un gruppo umano di riconoscersi e di aprirsi all’altro, sono spesso percepiti come basi monolitiche. Ma basta accostarcisi appena più da vicino per scoprire al contrario organi pulsanti, magmatici, in continuo divenire, che proprio in quanto tali non offrono il modo – le parole appunto – per definirsi soltanto ai popoli, ma anche alle sue singole porzioni di tempo, cioè le generazioni. Una lingua che si dica viva (non a caso questa è la definizione per le lingue parlate oggi al mondo) si adatta a chi la vive, e racconta molto delle persone che la utilizzano e del tempo che vivono.

Vale, inevitabilmente, anche per i millennials. La lingua, come tutti i codici, riflette anche i rapporti sociali fra le generazioni. Le più giovani, Y e Z, si vedono infatti spesso imputare un impoverimento del linguaggio. Riporta il sito Mifacciodicultura.it che “Secondo il filologo Luca Serianni è in corso la perdita di quel lessico chiamiamolo ‘colto‘, che non significa erudito, in altre parole quello che esula dal gergo giovanile e colloquiale e che dovrebbe essere il nostro italiano standard. Ciò che impera è la genericità, la sufficienza con la quale si usano le parole, senza pensare che, invece, la lingua è il nostro collante naturale, culturale e sociale”.

Ed è proprio, però, all’interno di quello che viene derubricato a linguaggio giovanile che chi si occupa di cultura è talora refrattario a indagare, spesso perchè dentro alla nozione stessa di gergo si definisce un carattere specificatamente anagrafico che rende estremamente difficile la decodifica – e di conseguenza, la valutazione – a chi si trovi al di fuori della generazione che utilizza quel gergo. Eppure, è indagando parole che usano i millennials, che essi possono raccontare molto di sè. Ha provato a farlo l’app Babbel, app fondata nel 2007 da a Markus Witte e Thomas Holl, stilando una classifica delle parole più usate nel 2018.

Come scrive Lettera43, a risultare immediatamente evidente è la parentela con l’inglese: si tratta di prestiti linguistici in alcuni casi “integrali”, vale a dire adattati dall’italiano così come sono; è il caso ad esempio dei primi due termini in classifica: match, usato per definire il riconoscimento di una affinità tra persone che si piacciono e random, vale a dire “a caso, qualsiasi”. Un prestito “integrato” è invece adattato alle strutture grammaticali della lingua di arrivo, come accade per stalkerare o stalkerizzare, al terzo posto, che si è reso necessario per definire una problematica drammatica come quella delle molestie, soprattutto in rete e poi in senso esteso, che ha visto il suo picco con la comparsa – nella generazione dei millennials – dei social network.

Proprio da questi ultimi, poi, viene la parola influencer, cioè chi, essendo molto seguito, detta tendenze e comportamenti. Con l’espansione a macchia d’olio delle serie tv è ormai compiutamente in uso il termine spoiler, cioè lo svelamento in anteprima di un passaggio narrativo, così come mainstream, che vale “dominante, molto seguito”, e per esteso, quindi “convenzionale”.
Ancora a una dinamica negativa – per la quale si valutano in modo sempre più strutturato e spesso si applicano gli estremi del reato penale, come per lo stalking, sono gli hater, cioè gli “odiatori” in rete, e i troll, che assomigliano molto ai primi e passano gran parte del proprio tempo ad alimentare inutilmente le discussioni in rete di commenti, se non di odio come i primi, del tutto inappropriate. Negli ultimi posti della classifica tornano poi i social e le serie. Se l’ormai frustro follower è universalmente noto per definire chi è amico o contatto sui social, ancora in gran parte confinato nella nicchia dei nerd è shipping, o shippare, che – adattato da “relationship”, serve per riferirsi a due personaggi che, secondo chi commenta, farebbero una bella coppia.

Fuori dal giudizio di valore, quindi, questa sintetica classifica dice molto dei millennials. Non solo del loro rapporto con le altre lingue e con l’inglese in particolare, ma anche dei media che appartengono loro come sorta di estensioni di sè, e quindi dello spazio entro il quale si muovono, agiscono e si rispecchiano e quindi raccontano. Lo sa bene il professor Francesco Ricci, che dal suo blog su ToscanaLibri ha tratto un libro, “La bella giovinezza” (primamedia editore) scegliendo cinquanta parole chiave e ad ognuna di esse – riferisce sienanews – accostando un breve saggio esplicativo. Così, solo parlando la lingua dei millennials, è possibile conoscere “frammenti di un universo, quello giovanile, che in questo inizio di terzo Millennio pare avere mutato in profondità, rispetto al passato, stili di vita, comportamenti, idee, percezioni, aspettative, dipendenze, interessi, al punto che non pochi sono tra gli psicologi e i sociologi coloro che parlano di un vero e proprio strappo generazionale, di un’autentica mutazione antropologica”.

Fonti:                                                  Immagini:

MifacciodiCultura                                Copertina 
Lettera43                                             Foto 1  
Sienanews                                            Foto 2

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