“Ci penserò domani”

“L’avvenire indeterminato che propongono consente di fare del presente una specie di rinvio permanente. […] E’ proprio come se la nuova logica del sistema scolastico e del sistema economico sospingessero a procrastinare più a lungo possibile”

Pierre Bourdieu

E’ possibile leggere qualcosa della condizione attuale nelle parole del sociologo?

Oggigiorno i giovani di tutto il mondo sentono la necessità di intraprendere percorsi di studio di cui è chiaro l’inizio ma non la fine. Il più delle volte questa esigenza si incrocia con l’obiettivo di ottenere un titolo che molto spesso non corrisponde neppure ad interessi personali: perché?

La società li ha abituati alla visione di un futuro instabile, per affrontare il quale le credenziali devono essere sempre più alte, essere delle armi: bisogna specializzarsi attraverso anni di studio, ottenere titoli su titoli, master, per poi scoprire che l’inesperienza non paga. In effetti, i dati parlano chiaro: un’indagine Istat ha verificato che il tasso di impiego è del 51,2% per chi ha un titolo di studio secondario, mentre chi è in possesso di una laurea o un master ha un impiego nel 79,8% dei casi.

Da questa situazione deriva la necessità di dimostrare il valore delle capacità della persona attraverso dei riconoscimenti prestigiosi, e si traduce in una vera e propria  ansia da prestazione nel mondo sia universitario che lavorativo, che è a sua volta legata alla scarsa autostima che si ha di se stessi.

Questa ansia porta spesso le future figure professionali a procrastinare piuttosto che correre, allontanando da sé l’avvenire, colmo di paure e di incertezze.
Gli studi dello psicologo Tim Pychyl sono utili nello spiegare le ragioni che portano gli individui a rimandare, inesorabilmente: questo è un atteggiamento collegato alla percezione del tempo, una percezione errata che non permette di eguagliare il “sé presente” dal “sé futuro”. Le persone, involontariamente, non riconoscendosi nel “sé futuro” evitano di raggiungerlo, e impaurite dal senso di sconforto che la società ha emanato, procrastinano.

Ecco che l’istruzione scolastica, quella universitaria, e tutte le esperienze formative ad essa legate non diventano altro che una serie di mattoni che non costituiscono l’edificio culturale della persona, ma un muro contro il futuro e contro la vita adulta che rischia di risultare stagnante, nonostante gli sforzi.

Naturalmente, questa è una condizione comune a molti, ma non a tutti: i giovani che si apprestano alla carriera universitaria sono anche molto spesso spinti dalla voglia di migliorarsi e trasformare le loro passioni in una professione, nonché di crearsi un’opinione, in un mondo in cui quest’ultima sembra ancora un diritto di pochi. Insomma,  è difficile trovare la strada quando è così lontana da non rintracciarla all’orizzonte, e il timore che un tale sacrificio possa rivelarsi infruttuoso ha spinto molti altri a “farcela” senza seguire dei percorsi prestabiliti, gettandosi di pancia nel mondo del lavoro e realizzandosi senza essere passati per le gioie e i dolori dell’università.

In questa società costituita da procrastinatori seriali, giovani desiderosi di cultura, e i più coraggiosi, sotto alcuni punti di vista, che si tuffano senza prima sentire se l’acqua è troppo fredda, ognuno ha un ruolo: essere l’eccezione alla regola l’uno per l’altro, dimostrando che talvolta procrastinare è inutile, che acculturarsi è una scelta di vita, o che rinviare potrebbe darci il tempo di rivalutare i propri obiettivi, a seconda dei casi.

 

Citazione:

Pierre Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, il Mulino, Bologna 2001

Link:

www.ilsole24ore.com

www.ilpost.it

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