Circolo ermeneutico: fare antropologia senza cercare verità

“L’uomo è un animale sospeso in reti di significato che ha creato lui stesso”- Clifford Geertz

Alla luce del postmodernismo, e quindi della decaduta della dignità teorica del concetto di Oggettività, l’analisi antropologica ha trovato un modo per mantenere la propria voce. Una voce non più oggettiva, ma fondamentale.

Gli anni sessanta e settanta, con le proteste studentesche, la decolonizzazione, la teoria critica della società e le battaglie per i diritti civili, hanno portato alla luce non poche problematiche anche nell’ambito dell’establishment accademico dell’Antropologia.
Fin dalla sua nascita, infatti, la disciplina si era fregiata di descrivere scientificamente le società straniere, di riportare in maniera oggettiva le strutture fondanti dell’uomo e persino di costituire l’unica vera autorità in fatto di cultura. Si tratta di pretese che vengono messe in grave discussione: le spedizioni di ricerca nei domini inglesi, letteralmente fondati su un sistema coloniale, non riuscivano più a giustificare la propria legittimità, specie in un tempo in cui i “nativi” stessi, prima oggetto di studio, stanno iniziando a voler parlare. Dopotutto, pare abbastanza ovvio dire che, in fondo, l’antropologia non era stata altro che un’appropriazione indebita delle voci dei nativi, una pretesa dell’uomo bianco di definire cosa fossero le società straniere, quali fossero i motivi dei “selvaggi” e cosa fosse la “mente del nativo”.
Allo stesso tempo, le questioni di genere iniziano a farsi sentire, e le suggestioni della critica femminista portano moltissimi studiosi e studiose a riconsiderare le donne e in generale i soggetti meno interpellati dalla tradizione precedente: essere donna tra gli eschimesi è la stessa cosa di essere uomo? Perché prima non se ne è parlato?

Insomma, si tratta di un periodo in cui diviene sempre più evidente come l’antropologo non possa continuare a millantare un'”oggettività” o una “verità” delle proprie ricerche, perlomeno non senza prima considerare il fatto che la sua posizione, molto spesso agiata, privilegiata e tipicamente occidentale, costituisca non tanto una mera circostanza, ma la lente fondamentale attraverso cui elabora e raccoglie i dati etnografici, finanche il principio generatore della propria teoria e visione della società.

Come cambia, allora il metodo di fare ricerca?
Risponde Clifford Geertz, titano dell’antropologia postmodernista, che propone un metodo di indagine e un modo di vedere la teoria, che viene chiamato “circolo ermeneutico”.
Si tratta di una concezione mediata dalla filosofia fenomenologica di inizio Novecento; circolo ermeneutico significa realizzare che la propria prospettiva non vede un mondo dato, un mondo oggettivo, ma un mondo determinato e relativo alle proprie costruzioni teoriche e linguistiche. In poche parole, ogni essere umano è “apertura” ad un proprio mondo che è costituito da oggetti che emergono da un orizzonte indeterminato a seconda delle intenzioni e delle precomprensioni dell'”apertura stessa” (l’influenza di Heidegger è evidente).
In questo senso, cercare di comprendere il “mondo” di un’altra cultura, o anche di un’altra persona, significa mettere in azione un “circolo” all’interno del quale ciò che si pensa di una cultura non solo è parziale e “egocentrico”, ma definisce ciò che si vede della cultura stessa; a sua volta, i dati in questo modo “visti” della suddetta cultura modificano la comprensione che si ha di essa, alterando quindi il proprio “progetto” di comprensione e facendo emergere dati culturali aggiornati a questo nuovo progetto. In parole povere, ciò che si studia di una società è determinato dalle proprie categorie interpretative, che a loro volta vengono modificate dai dati raccolti in un movimento circolare che è appunto il “circolo ermeneutico”.

 

Clifford Geertz

Secondo Geertz, l’antropologo non ha tanto l’obiettivo di distillare una verità oggettiva dai dati raccolti, ma ha la funzione di espandere l’orizzonte dei significati della propria società in modo che il proprio mondo e il mondo degli “altri”, tramite la modifica e l’adattamento delle categorie di significato, possano essere messi in comunicazione. Il modo migliore per ottenere questa modificazione sarebbe appunto di focalizzarsi sul “diverso”, su ciò che maggiormente appare come alieno e quindi riesce con più facilità a creare una crisi dei preconcetti occidentali.

 

Fonti

Essere e Tempo; M. Heidegger

Clifford Geertz, Il lavoro dell’antropologo; R. Malighetti

 

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