Vite nascoste. Kant il critico

“Sapere aude”
Frase di Orazio, ripresa da Kant in “Risposta alla domanda: cos’è l’Illuminismo?”

Ecco il terzo articolo di “Vite nascoste”, una raccolta che deve il suo nome ad un motto di Epicuro e che è volta a raccontare le storie di pensatori i quali hanno condotto esistenze semplici, anonime, spesso appartate, ma che hanno tuttavia lasciato in dono opere dal valore straordinario ed eterno. Il protagonista di oggi è nientemeno che Immanuel Kant.

Diventare grandi filosofi deve essere davvero in qualche modo correlato con l’avere una biografia modesta, perché questo è già il secondo episodio della serie che tratta di un gigante assoluto della metafisica occidentale (dopo quello su Spinoza). E toccherà, fra l’altro, anche a Nietzsche, nelle prossime puntate.
Per quanto riguarda il personaggio qui considerato, Kant è una sorta di spartiacque: che si condividano le sue idee oppure no, dopo di lui è stato (ed è tutt’ora) inevitabile confrontarsi con il suo pensiero per fare una seria riflessione epistemologica, gnoseologica, ontologica, etica o estetica.
Dopo di lui, insomma, la cultura europea non è più stata la stessa.
Quella di Immanuel fu una vita votata completamente allo studio e alla ricerca della verità, e perciò non sorprende che egli diede contributi importanti nei campi più disparati.

Immanuel Kant

La sua nascita avvenne nel 1724, presso Konigsberg, allora capitale della Prussia Orientale, e nei dintorni di tale città egli trascorse tutta la sua esistenza, senza praticamente mai fare grandi spostamenti.
La sua famiglia non era particolarmente ricca e, in ogni caso, Kant perse presto entrambi i genitori, trovandosi costretto in una situazione economica sempre precaria, a tratti sull’orlo dell’indigenza, che lo caratterizzò per molti anni anche in età adulta.
La sua prima istruzione, presso il pietista “collegium fridericianum”, fu caratterizzata da un severo studio del latino e dei testi sacri, con un’assenza quasi totale di materie scientifiche. Kant ricordò sempre con affetto la breve infanzia con la madre, che gli insegnò l’amore per la natura, ma con disprezzo invece parlò spesso di questo suo giovanile periodo formativo, e infatti, per quanto egli avesse una ferrea condotta morale, non era particolarmente religioso. Sarà proprio Kant a edificare – caso quasi unico – un’etica normativa ma totalmente formale e laica, indipendente dal volere del Creatore (Dio è sottomesso all’imperativo categorico, non viceversa, nella “Critica della ragion pratica”).

Il vero stimolo per i suoi interessi avvenne presso l’Università di Konigsberg, dove Immanuel ebbe modo di approfondire da un lato la logica e la metafisica leibniziano-wolffiana, il “sonno dogmatico” che però abbandonò dopo la lettura dell’empirista inglese Hume, dall’altro la matematica e la tanto amata fisica newtoniana, la quale egli poi nella celeberrima “Critica della ragion pura” tentò di giustificare da un punto di vista “trascendentale” (ne pose le condizioni di possibilità).
Inizialmente, dopo la laurea conseguita con una tesi sull’origine cosmologica dell’universo da una grande nebulosa, si diede da vivere come istruttore privato e maestro: non era allora un vero professore, e quindi guadagnava assai poco. Non riuscì ad acquistare una dimora fissa fino a dopo i quarant’anni, quando, grazie ad una dissertazione, ottenne invece una cattedra presso la sua università, nel 1770.
Da allora, si dedicò completamente alle lezioni in accademia e agli studi personali, che dopo dieci lunghi anni lo portarono nel 1781 alla pubblicazione della sua opera più importante e famosa, la già citata “Critica della ragion pura”, prima delle sue tre “Critiche”.
Nonostante fosse stato colpito in tarda età da una demenza senile sempre più opprimente, insegnò con grande caparbietà e parsimonia fino a poco prima della sua morte, sopraggiunta nel 1804.

Il suo pensiero, ormai pienamente formato negli anni ‘80 del Settecento, si può, non a caso, ben definire critico, oltre che profondamente e straordinariamente analitico. La potenza argomentativa, trasparente nei suoi testi, rivela l’edificio sistematico che Kant costruì facendo attenzione ai minimi particolari; tale edificio era volto da un lato a distruggere ogni ombra di quelle illusioni metafisiche, tipiche della ragione umana, quando essa si interessa di oggetti inconoscibili, dall’altro a non ricadere però nello scetticismo humiano, ricercando le condizioni di possibilità formali della vera conoscenza scientifica dei fenomeni, ritrovate in particolare nei concetti puri dell’intelletto (le dodici categorie, dette trascendentali). Oltre a tutto questo, Kant pose la differenza fondamentale tra fenomeno conoscibile e noumeno intelligibile, organizzò le facoltà comuni ad ogni uomo in funzioni con ruoli precisi, fondò una morale pratica e non metafisica, diede definizioni di bello e di sublime che preannunciavano il romanticismo, etc. La lista sarebbe interminabile. Le sue frasi, è vero, sono spesso di assai ardua lettura, ma ciò appunto riflette la complessità della sua struttura mentale, coltivata da un’ossessione per l’armonia e per l’ordine razionale, atipica persino per l’Illuminismo del periodo.

Un’ossessione quasi compulsiva caratterizzò anche la sua vita privata, che trascorse sì modestamente e semplicemente, ma in maniera tanto organizzata quanto il suo sistema di idee.
Ogni mattina si alzava alle cinque in punto, svegliato dal suo servo, che aveva istruzioni di non fargli fare ritardo per nessun motivo.
Per prima cosa beveva il suo caffè, poi fumava la pipa (solo ed esclusivamente in questa occasione) e leggeva il giornale quotidiano.
Alle sette si recava in università per le sue lezioni, che duravano fino alle undici.
A mezzogiorno pranzava con alcuni fidati (mai meno di tre, mai più di nove), con i quali conversava di ogni possibile argomento, fino alle quindici.
Alle quindici e trenta in punto usciva per la sua passeggiata quotidiana per Konigsberg, e si dice che fosse talmente preciso nell’orario che gli abitanti della città regolassero i loro orologi in base a questo evento.
Tornato a casa, non cenava e si rimetteva al lavoro fino alle dieci, orario di coricamento.
La ripetitività fiscale di questa routine era per Kant sia un mezzo per focalizzare tutte le energie nei suoi interessi intellettuali e non avere distrazioni o turbamenti di alcuna sorta, sia il modo per sfruttare al meglio le sue scarne risorse economiche.
Nonostante fosse tremendamente ipocondriaco e, forse anche per questo, rigorosamente celibe, aveva una rinomata ironia e delle ottime capacità relazionali e sociali, doti con le quali riuscì a instaurare le amicizie necessarie per intrattenere dotti discorsi.

La città di Konigsberg, negli anni ’20 del Novecento, prima che fosse trasformata nella russa Kaliningrad alla fine della Seconda Guerra Mondiale

Fonti:                                 Immagini:
1)Bertrand Russel,              Copertina
“History of Western            Sopra (1)
Philosophy”                         Sopra (2)

2)Immanuel Kant,
“Critica della
Ragion Pura”

3)Immanuel Kant,
“Critica della
Ragion Pratica”

4)Immanuel Kant,
“Critica del Giudizio”

5)Scuola filosofica

6)Mason Currey,
“Daily Rituals”

 

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