Il part time involontario e le disuguaglianze sul lavoro

“Il pubblico uso della propria ragione deve essere libero in ogni tempo,

ed esso solo può attuare l’illuminismo fra gli uomini”

Immanuel Kant

Per molti giovani e purtroppo troppi over trenta, il lavoro e la qualità del lavoro sono sempre più gestiti e controllati da un’economia e da una politica che non si batte per la riduzione delle disuguaglianze di ricchezza privata, ma che sembrano accrescere e favorire tutte le condizioni di perenne precariato e ingiustizia sociale. 

Secondo gli ultimi dati Istat, l’incidenza della povertà in Italia , percentuale simile tra uomini e donne, cioè pari a 2,5 milioni, sono le persone in povertà assoluta, e 4,3 quelle a rischio di povertà. Per capire cosa non va nel reddito di cittadinanza (RdC) proposto dal Movimento 5 Stelle, basta pensare a come verrà “distribuito” il lavoro. In realtà questo provvedimento sembra non sia ora e non sarà in futuro un definitivo cambio di rotta per quanto riguarda il lavoro precario. Il reddito di cittadinanza è un “rimedio a breve termine” perché non tiene conto della realtà della società. Bisognerebbe oggi più che mai valutare le attitudini delle persone, per evitare la cosiddetta “fuga di cervelli” 

La perdita del potere negoziale del lavoro 

Nel mercato del lavoro, l’impiego è un accordo reciproco e, come ogni mercato, funziona bene solo se è competitivo. E’ l’unico modo per garantirvi un giusto ed equo compenso. Eppure molti pensano “Un’azienda mi ha accettato per un lavoro! Mi sento sollevato”, come se ottenere un lavoro fosse di per sé un privilegio speciale riservato a pochi individui. In realtà trovare un lavoro significa firmare un contratto, ossia il procedimento attraverso il quale le parti <<convengono di cooperare in buona fede e con lealtà per reciproci interessi>>.

Bisognerebbe in tema di mercato del lavoro, tener ben presenti le uniche due le categorie sulle quali vale la pena concentrarsi: le persone che perdono il lavoro e quelle che perderanno il lavoro. Continuare a chiedere ai ragazzi e alle ragazze: “cosa vuoi fare da grande?” e rispondergli: “ci dispiace, non crediamo sia più possibile” sembra controproducente.

Oggi si studia per svolgere mestieri che ancora non esistono, spesso incentrati su metodi efficaci per parlare in pubblico, vendita di prodotti su internet, pubblicità, per non parlare dei richiestissimi navigator del reddito di cittadinanza.

Torniamo indietro evitando di resettare. Purtroppo nel mercato del lavoro spesso non funziona così, e bisogna essere pronti a cambiare strategia. 

Le disuguaglianze tra i sessi nel mercato del lavoro  

In Italia le disuguaglianze riguardanti il mercato del lavoro, colpiscono più le donne degli uomini (cfr. ISTAT, Indagine conoscitiva sulle politiche in materia di parità tra donne e uomini, 2017) . I dati Istat mettono in evidenza il divario fra il tasso di occupazione femminile e quello maschile, che resta pari a 18 punti percentuali, cioè il valore massimo dell’Unione Europea dopo la Grecia. Il numero di donne lavoratrici, incastrate in un impiego part-time involontario, risulta tre volte superiore rispetto a quella degli uomini (19% per le donne, 6,5% per gli uomini, che non usufruiscono nemmeno del congedo parentale in seguito alla nascita di un figlio). 

Risultano migliori, anche i risultati ottenuti dalle donne in termini di istruzione post diploma.  La percentuale di persone con almeno un titolo di studio per le donne è del 62%, 4 punti percentuali in più rispetto agli uomini. Anche in base all’età, le donne laureate nella fascia d’età 30-35 sono il 32%, per quanto riguarda gli uomini, non si arriva al 20%. Tutto questo per non parlare dei divari retributivi tra donne-uomini: che supera il 40% per le donne con un medio livello di istruzione, e il 28% per le laureate, senza contare il famoso soffitto di cristallo che ancora oggi evidenzia una società bisognosa delle “quote rosa”.  

Where is my money?  

 

L’economista, intellettuale e studioso delle disuguaglianze sociali e dell’economia del benessere Anthony Atkinson (1944-2017), nel suo ultimo libro e testamento intellettuale: “Inequality. Disuguaglianza. Che cosa si può fare?”, esegue un’ operazione interessante e importantissima: l’analisi del tema viene affiancata da concrete proposte per l’iniziativa politica. Il libro è ovviamente molto incentrato sulla realtà britannica, di cui Atkinson era grande conoscitore, ma ciò non toglie che le proposte avanzate nel libro non siano valide anche per gli altri Paesi europei.  In sostanza, l’identificazione dello Stato come soggetto distributore di lavoro e gestore del mercato economico non funziona più, bisognerebbe piuttosto generare le condizioni per la legittimazione, distribuzione e redistribuzione della ricchezza partendo proprio dalle disuguaglianze sociali. 

Fonti:                                         Immagini:   Immagine 1  Immagine 2  Copertina

L’Espresso

 

 

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