La classe disagiata, condannata alle aspettative disattese

“Noi non siamo stati preparati per questa vita agra,
ma per un’altra meravigliosa.
Il problema è che quella vita non esiste:
non è tragico, non è comico?”
Raffaele Alberto Ventura

Raffaele Alberto Ventura ha analizzato i millennials e le loro aspirazioni professionali per trarne una teoria economica: La “teoria della classe disagiata”, presto spettacolo teatrale, tra beni posizionali e aspettative inevitabilmente disattese.

Il tentativo di interpretare i millennials come una gruppo coeso, non è nuovo. Lo è però quello di leggerli come una classe. Lo fa Raffaele Alberto Ventura, nel suo “La teoria della classe disagiata” minimum fax, fondando sulla generazione Y una intera teoria economica, che prende a prestito quella “classe agiata” che l’economista Thorstein Veblen aveva reso protagonista di un suo saggio datato 1899. L’autore statunitense aveva identificato i nuovi ricchi, abituati ad accumulare beni per ostentarli. All’alba del secolo breve, il loro valore si definisce in base alla capacità di dimostrare una posizione sociale: nasce il concetto di bene posizionale.

Poco più di un secolo dopo, anche i millennials hanno i loro beni posizionali, funzionali a dimostrare la superiorità del detentore dei beni su altri individui all’interno della propria comunità: oggi si chiamano arte, cultura, intelletto. Questo è ciò che considera capitale una classe che tuttavia è ormai diventata disagiata: “troppo ricca per rinunciare alle sue aspirazioni, troppo povera per poterle realizzare”. Sono infatti i genitori, i babyboomers, ad avere contribuito a indurre i millennials alla convinzione di poter realizzare ogni loro desiderio, indirizzandoli sovente verso il solo apparentemente – chiosa Ventura – bistrattato mondo della cultura.

“La classe disagiata è come incatenata ad un’educazione che la costringe a desiderare un’esistenza che non può permettersi, per lo meno a lungo termine“. Educazione che non è che l’eco di una società contraddittoria, che “vorrebbe promettere a tutti l’ascesa sociale ma può promettere tutt’al più una maggiore quantità di merci da consumare”. Così, per la generazione più istruita della storia, anche l’istruzione – fatta di titoli che valgono ancora come metro di valutazione ma nulla in termini pratici – non fa che insegnare a propria volta, spiega Ventura, a consumare, mentre si amplifica il valore posizionale dei titoli di studio l’accademia, dice Ventura, si è ormai trasformata in null’altro che in uno spazio di attesa, in attesa del consumarsi di una classe dirigente, quella dei genitori, tutt’altro che intenzionata a cedere il passo, che “non può permettersi di rivelare il proprio fallimento”, nel groviglio irrisolto di un complesso di Edipo economico il figlio vorrebbe uccidere il padre perchè desidera ciò che possiede, ma ha bisogno di lui.

Se il padre dovrebbe fare un passo indietro, al figlio competerebbe un passo indietro sulle proprie aspirazioni, che non è stata educata a concepire. Una discrasia che ne fa la generazione più depressa di sempre, pur compiendo un altro errore sintomatico della classe disagiata: confondere il proprio malessere borghese con una forma assoluta di povertà, che pure non gli impedisce di continuare a dedicarsi a quel lavoro improduttivo la cui funzione, commenta Mattick, è precisamente consumare la ricchezza prodotta da quel sistema economico da cui la classe disagiata si sente sempre più consapevolmente.

Sistema di cui tuttavia la classe disagiata è direttamente prodotto e beneficiario, soprattutto nella sua declinazione intellettuale. Il borghese, come già segnalava Boltanski, è chiamato a farsi artista, figura messianica e simbolica, e a replicare quegli stessi meccanismi di cui saggi come quello di Ventura vorrebbero essere coscienza critica. Infatti è l’arte – in particolare il teatro – ad averle raccontate. Cosa sono “Il mercante di Venezia”, la goldoniana “Bottega del caffè”, fino al “Giardino dei ciliegi” di Cechov se non parabole economiche del rapporto tra le generazioni, credito e sperpero e beni posizionali?

Così, in un mercato in cui – scrive il teorico del disagio, anche la ribellione ha preso la forma del mercato, e “l’industria del tempo libero è diventata il cuore dell’economia”, impegnando un quarto delle spese dei nuclei familiari, è ancora il teatro ad essere chiamato a raccontare la classe disagiata. Questo è il progetto del regista e attore marchigiano Giacomo Lilliù, intenzionato a portare sulla scena il saggio di Ventura insieme a Matteo Principi. Due millennials che scelgono lo strumento più contemporaneo e disagiato a disposizione per mettere in pratica il loro progetto: un crowdfounding su ProduzionidalBasso, in scadenza nei prossimi giorni.

Del resto, cosa più del crowdfounding è metafora del lavoro della generazione Y, dominata dalla figura del “prosumer”, parte consumatore parte produttore, che “lavora gratis perchè considera in qualche modo equo lo scambio tra i suoi contributi e il servizio che riceve in termini di comunicazione, gratificazione e visibilità. In una parola: posizionalità.

Quel che ne emerge la narrazione di un epocale fallimento sociale di cui i millennials e le loro aspirazioni professionali sono nella stessa misura complici e vittime, di una economia che ha “investito le proprie migliori risorse nella fabbricazione di una generazione composta di ‘macchine inutili'”, portatrici di un risentimento potenzialmente deflagrante (se il terrorismo ne fosse, ad esempio, una declinazione, come tutte le grandi tragedie della storia trovano le loro radici in uno stravolgimento economico?).

Quale prospettiva, dato che non possiamo accettare di rinunciare a quello cui non possiamo rinunciare?, terrorizzati dall’idea di perdere quel poco che si è potuto conseguire, in una “competizione fratricida, alla classe, che ne accelera la distruzione”. Forse sconfortante, ma non di poco conto. “la classe disagiata verrà interamente consumata. Un solo compito le resta: testimoniare”.

Fonti:                                                                                                                                       Immagini:

Raffaele Alberto Ventura, “Teoria della classe disagiata”, minimum fax, 2017                        Copertina
Teoria della classe disagiata”, produzione Malte e collettivo Onar. Note di regia di G. Lilliù  Foto 1
Veblen                                                                                                                                       Foto 2

 

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