Sostituiti dai robot? Probabilmente no. Il lavoro nel 2030

“Legge Zero: Un robot non può recare danno all’umanità,
né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento,
l’umanità riceva danno.“
Isaac Asimov

 

La paura che il lavoro sia preso dai robot è antica. Secondo gli studi però, il 2030 vedrà invece le professioni cambiare, sulla scorta di competenze prettamente umane

Il timore che i robot soppiantassero il lavoro dell’uomo, fino a cancellare completamente la presenza umana è sorto insieme alla loro comparsa nelle fabbriche; più di un secolo dopo la rivoluzione industriale, c’è ancora chi lo pensa. Lettera 43 riporta la posizione di  Andrew Haldane, economista capo della banca d’Inghilterra, il quale ad esempio è convinto che entro il 2030 le macchine toglieranno il lavoro a quindici milioni di britannici, in altre parole la metà dei lavoratori.

Non tutti però la pensano così, anzi. Il prossimo decennio potrebbe creare lavori nuovi, o quantomeno riscrivere e reinvenntare le professioni che già esistono. Lo suggeriscono i risultati della ricerca “Il futuro delle competenze”, realizzata da Pearson in collaborazione con Nesta e Oxford Martin School. Globalizzazione, invecchiamento demografico, urbanizzazione e diffusione della Green economy, scrive il Corriere della Sera, condizioneranno un mercato del lavoro che cerca professionalità in mutazione. La ricerca analizza il mercato inglese e quello americano, arrivando a concludere che solo il 10% dei lavoratori si trova dentro settori in crescita, due su dieci sono in ambiti destinati ad essere sempre più asfittici, mentre gli altri sono chiamati a reinventarsi, partendo da quello che è diventato un mantra delle professioni di oggi: la formazione continua.

I ricercatori i ricercatori Bakhshi, M. Downing, Osborne e Schneider, tradotti per l’Italia da Paolo Magliocco, hanno cercato di individuare le competenze che saranno centrali per il lavoro del 2030, quelle che i robot non potranno sostituire. Si possono sintetizzare in dieci punti: in primis, la capacità di valutare costi e benefici di più alternative e valutare la più adatta. Poi la prontezza di spirito nel trovare soluzioni efficaci ai problemi, anche se non necessariamente originali, l’apprendimento attivo, che mette a frutto subito ciò che apprende. L’uomo dovrà però concedere alle macchine di somigliare più a loro, cioè elaborare e mettere a punto rapidamente le competenze strategiche, facendo tuttavia uso di quella fantasia che i robot ancora non possono programmarsi.

Se però le macchine renderanno sempre più angusto lo spazio per gli esseri umani, saranno particolarmente utili coloro che saranno abili a progettarle e gestirle, così come chi conosce bene i principi della propria professione. Se le macchine sanno risolvere problemi noti, nel 2030 probabilmente non sapranno ancora risolvere quelli complessi. Un compito che non potrà che essere svolto da esseri umani, gli unici che possono tenere conto di variabili come il clima aziendale o la componente emotiva delle professioni, così come sono in grado di valutare la complessità delle variabili che possono inficiare o migliorare le prestazioni dei propri colleghi. Esercitare, insomma, quel pensiero critico che gli permette di valutare una scelta, propria o dei superiori, per adattarla o migliorarla.

Si prevede quindi, riferisce il quotidiano di via Solferino, la scomparsa del lavoratore medio e di quello a bassa specializzazione. Più sicuri invece ristorazione e attività ricettive. Persino in crescita in primo luogo i settori necessari come educazione e sanità, ma anche quelle legate al design e ai settori in espansione, come il digitale e l’indotto della nuova attenzione alla sostenibilità, creando lavori come il responsabile delle fonti di idrogeno e il riciclatore di uranio. Dovrà invece preoccuparsi chi si occupa di vendite, in particolare al dettaglio, che già nel 2030 comincerà a vedersi sostituito dall’abbondanza di fornitori in forma digitale.

Nel Regno Unito si segnala invece un ritorno ai mestieri artigianali, che ricevono impulso dalla percezione di autenticità che portano con sè, mentre gli interessi dei millennials rafforzano le professioni legate a sport, fitness e psiche. Un secondo studio FastFuture, riportato da Panorama, prevede nel 2030 la nascita di lavori a cavallo tra il futuro e un poetico ritorno al passato. Se il personal brender è già una realtà, chissà se sta davvero per affacciarsi sul mercato del lavoro il broker del tempo, che nel 2030 si occuperà di pagare il lavoro con il tempo anzichè con le banconote.

Fonti:                                                                        Immagini:

Lettera43                                                                  Copertina
Corriere della Sera                                                    Foto 1
Panorama                                                                  Foto 2

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