Il lavoro del 2030 in Italia. Prospettive e previsioni

 “L’Italia è piena di mestieri artigianali e artistici,
oggi molto evoluti grazie alla tecnologia”
Corrado Passera, ex ministro dello sviluppo economico

Anche in Italia, come nel resto del mondo, il mercato del lavoro da qui al 2030 è destinato a cambiare, facendo propria la lezione delle innovazioni ma anche portando al passo coi tempi alcuni mestieri tradizionali

Se il lavoro, il suo mercato e le sue forme stanno cambiando, come racconta lo studio dell’Università di Oxford, in tutto il mondo, l’Italia non fa eccezione. Anche nel Belpaese infatti si avvertono le conseguenze dei cambiamenti della società nel suo complesso: l’impatto delle tecnologie e della digitalizzazione, ma anche l’invecchiamento della popolazione e la globalizzazione. Ma come potrà tutto questo influire su un mercato del lavoro in cui le opportunità sembrano diminuire e le difficoltà continuare a moltiplicarsi? Di rispondere a questa domanda si è occupato il “Libro bianco sul futuro del lavoro”, pubblicato, insieme ad Assolombarda, da ADAPT, Associazione fondata da Marco Biagi per gli studi sul diritto del lavoro e le relazioni industriali, che ospita le prospettive del mercato del lavoro per il 2030.

“Non crediamo ad uno scenario nel quale il lavoro scomparirà – spiega a InnovationPost il direttore di ADAPT, Francesco Seghezzi – ma ad uno nel quale il lavoro cambierà profondamente, con professioni che verranno meno, altre che nasceranno e molte, più della metà, che cambieranno radicalmente a causa della spinta dell’innovazione tecnologica e della nuova fase della globalizzazione. Saranno quindi necessarie nuove competenze, ma soprattutto nuovi modelli organizzativi. La persona e il suo lavoro saranno sempre più al centro con importanti rivoluzioni sui tempi di lavoro, sui luoghi e sulle modalità di retribuzione”.

Se il tasso occupazionale è fermo al 58%, penultimo nell’Unione Europea, e la disoccupazione è all’11%, al terzo posto, se le imprese italiane approfittano della globalizzazione per recepire in modo efficace gli stimoli esterni, l’influenza internazionale può proiettare le imprese italiane nel mondo. Nel frattempo, di qui al 2030, i cambiamenti nel mercato del lavoro e la sua organizzazione vedrà, secondo ADAPT, la creazione di una nuova stabilità, data non dal posto fisso ma da buone carriere, ancorchè discontinue. I cambiamenti sociali del prossimo decennio cambierà in modo determinante il sistema del lavoro: se l’aumento dell’aspettativa di vita peserà sul sistema pensionistico, porterà anche a una popolazione di lavoratori generalmente più anziana.

Fondamentale sarà poi recepire i temi caldi che andranno a consolidarsi nei prossimi anni: In particolare la green economy. L’economia e il sistema professionale e produttivo sarà quindi chiamato a essere eco-sostenibile. Il libro bianco prevede un rafforzamento dell’economia circolare che, presuppone, gioverà al mercato del lavoro. Assolombarda e ADAPT propongono quindi quattro soluzioni per il mondo del lavoro che sarà, passando attraverso per altrettante parole chiave: semplificazione quantitativa, razionalizzazione qualitativa, ripensamento del sistema previdenziale in funzione della collaborazione tra pubblico e privato e ripensamento delle politiche attive, cioè del modo in cui le istituzioni si accostano al mondo del lavoro.

Concretamente, però, quali professioni da qui al 2030 si riveleranno più sicure? Panorama riporta le risposte di ItaliaOrienta, che vede favorite ingegneria, economia e statistica. Non per questo, però, i lavori pratici subiranno una contrazione. Al contrario, si prevede un incremento dell’agroalimentare, che vedrà la nascita di nuove professioni, come il personal trainer dell’orto. Novità per cui è necessaria una adeguata formazione. In Italia c’è un “problema di scarsa trasparenza fra domanda e offerta che non s’incontrano” puntualizza a Panorama Ferruccio Dardanello presidente dell’Unioncamere. “Poi c’è una carenza di formazione, perché spesso il lavoro non è adatto al lavoratore, o viceversa. Infine c’è un fattore culturale: anni fa nessuno voleva fare il cuoco, era considerato un lavoro di “serie B”; oggi tutti vorrebbero fare lo chef”.

Novità e mestieri tradizionali quindi non saranno in contraddizione, purchè si sia preparati.  Secondo Riccardo Pietrabissa, docente di bioingegneria al Politecnico di Milano la formazione dovrà avere caratteristiche precise: “serviranno tre “commodity” di lavoro: parlare molto bene almeno l’inglese, conoscere le nuove tecnologie e saper leggere un bilancio». Oltre a una buona preparazione generale perché, sottolinea Pietrabissa, «il mercato oggi cambia di continuo e non conta quello che sai fare, ma l’attitudine a fare un lavoro e a impararlo facilmente. Il lavoratore del 2030 dovrà capire e risolvere problemi più complessi di oggi”. A cui dovranno aggiungersi intraprendenza e voglia di competere, necessario corollario a una laurea non più sufficiente,

Fonti:                                                              Immagini:

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