L’empatia negli animali

“Non sapevo bene che cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro.
Non sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo…
Il paese delle lacrime è così misterioso”,
Antoine de Saint-Exupéry

Si è soliti pensare che l’empatia sia un tratto esclusivo della specie umana, nonostante fenomeni di feroce distacco emotivo come quello degli haters online lo rendano difficile da credere. Gli studi e le osservazioni degli etologi fanno emergere però una realtá sorprendentemente diversa: l’empatia è un meccanismo di sopravvivenza molto diffuso anche tra numerosi animali.

Non solo specie sensibili e intelligenti come bonobo e maiali, tra le più intellettivamente dotate del regno animale: gli etologi hanno riscontrato l’esistenza di questo sentimento anche in roditori come le arvicole, “cricetoni” delle praterie americane dal limitato volume cerebrale che vivono in ampie colonie ben strutturate.

Lo ha scoperto nel 2016 un gruppo di ricercatori dello Yerkes National Primate Research Center della Emory University, autore di uno studio pubblicato su Science. Gli scienziati hanno osservato infatti le arvicole delle praterie (Microtus ochrogaster) mettere in atto comportamenti consolatori nei confronti di altri esemplari in situazione di stress o sofferenza. Lo studio è il primo a dimostrare l’esistenza dell’empatia anche in specie non particolarmente intelligenti: “Da sempre gli scienziati sono riluttanti ad attribuire l’empatia agli animali e spesso assumono che i loro comportamenti siano sempre guidati da motivazioni egoistiche” conferma a Wired il coordinatore della ricerca Frans de Waal, esperto del comportamento sociale dei primati.

Anche senza adottare una visione antropomorfizzata delle altre specie, le similitudini tra umani e animali non sembrano finire qui: i ricercatori hanno rilevato che a spingere le arvicole a consolare i propri cari è la corteccia cingolata anteriore, un’area del cervello attivata dall’ossitocina che sembra controllare l’empatia anche negli umani.

Curiosamente però il sentimento sembra manifestarsi solo nel caso di roditori che condividono un rapporto di parentela o una lunga frequentazione: nel caso di arvicole mai incontratesi prima, gli esemplari sottoposti a stress vengono infatti ignorati. Si potrebbe spiegare il fenomeno guardando all’empatia come ad un meccanismo naturale per la preservazione della comunità, indipendente dal volume cerebrale: arvicole, bonobo, cani e umani vivono infatti in ampie colonie socialmente strutturate dove la cooperazione tra individui risulta fondamentale per garantire la sopravvivenza della specie. Una possibile conferma può essere trovata nell’osservazione delle arvicole dei prati (Microtus pennsylvanicus), specie affine a quella menzionata finora, ma dallo stile di vita solitario, in cui non sono stati riscontrati comportamenti consolatori.

L’empatia d’altronde, come evidenzia l’etologo Marchesini nel suo blog, è fortemente connessa alle cure parentali: solo ampliando la zona del proprio sentire fino a percepire il cucciolo come un’estensione di sé il genitore può rispondere a pieno ai bisogni della prole, arrivando persino a considerare la sopravvivenza di questa più importante della propria. Si tratta dunque di un sentimento naturalmente circoscritto ai propri simili? La realtà sembrerebbe leggermente più complessa: gli animali tendono infatti ad empatizzare non tanto con creature con cui effettivamente condividono determinate caratteristiche quanto con chi ritengono lo faccia.

Gli scienziati dell’Università di Chicago hanno notato questa tendenza osservando il comportamento dei ratti: un roditore bianco, cresciuto e vissuto solo tra esemplari dello stesso colore, non aveva cercato in nessun modo di salvare un ratto nero da una trappola. Eppure si tratta anche in questo caso di una specie fortemente empatica: un ratto può ignorare un boccone prelibato se nota un suo simile in pericolo, preferendo salvare l’esemplare in difficoltà al godere della ricompensa immediata.

I bias dunque non sono fortemente radicati esclusivamente negli umani: in una variante del medesimo esperimento, un ratto bianco cresciuto tra ratti neri falliva ripetutamente nel salvare altri ratti bianchi, ma non esitava a soccorrere quelli neri, che riteneva suoi pari. Il contesto di riferimento risulta quindi fondamentale anche nel regno animale: come afferma Henry James Garrett, fumettista autore di “Drawing of dogs” in un articolo del NY Times “Allo stesso modo, quando l’empatia umana si rivela parziale è perché le esperienze di persone appartenenti a determinati gruppi ci risultano invisibili, cosa che limita la nostra empatia verso di loro”.

 

 

 

 

Fonti:                   Immagini:

NY Times.            Copertina

Empatia .              Immagine 1

Odio online.         Immagine 2

Bonobo, maiali

Antropomorfizzazione

Animali umanizzati

Animali

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