Vite nascoste. Il tormentato Kierkegaard

“La cosa importante è capire a che cosa sono destinato, scorgere ciò che la Divinità vuole che io faccia; il punto è trovare la verità che è vera per me, trovare l’idea per la quale sono pronto a vivere e morire”

Søren Kierkegaard, “Diario”

Ecco il quarto articolo della serie “Vite nascoste”, volta a raccontare le storie di pensatori i quali hanno condotto esistenze semplici e modeste, spesso appartate, sempre lontane dai riflettori del palco dei grandi eventi, ma che hanno tuttavia lasciato in dono opere dal valore straordinario ed eterno. Dopo Epicuro, cioè colui che ha pronunciato il motto ispiratore della presente serie, dopo Spinoza e Kant, tocca ora all’enigmatico Kierkegaard.

Il personaggio di oggi è il filosofo – anche se lui non amava definirsi tale – forse più adatto ad una trattazione che unisca riflessione e biografia personale, perché nel caso di Kierkegaard si tratta a tutti gli effetti di una cosa sola: la sua esistenza era completamente volta al pensiero, e il suo pensiero era completamente volto all’esistenza.
Deriso e sbeffeggiato in vita, completamente isolato, ricevette tuttavia ampia riconoscenza dopo la morte a partire dalla seconda metà del Novecento ed è oggi considerato il padre della corrente dell’esistenzialismo, oltre che uno dei più raffinati e originali commentatori del cristianesimo.

Kierkegaard nel suo studio

Søren Aabye Kierkegaard nacque nel 1813 a Copenaghen, in Danimarca, e lì morì nel 1855, giovanissimo. Non si spostò praticamente mai dalla sua città, se non per seguire in Germania da adolescente alcune lezioni di Schelling, da cui però – così scrisse più tardi – non ricavò assolutamente nulla di buono. La sua speranza era di assistere ad un’interessante critica di Hegel, che non amava affatto, ma non fu soddisfatto del risultato, e buona parte della sua produzione fu così poi rivolta a costruire la sua personale risposta al sistema hegeliano.
Kierkegaard era figlio di un commerciante che fece una discreta fortuna, ma che era tormentato dal senso di colpa. Il padre infatti –  così raccontava Søren – pronunciò una volta una bestemmia in preda all’ira e inoltre mise incinta la sua domestica prima di sposarla. I due peccati, secondo il filosofo, ricaddero come una maledizione sulla sua famiglia, e per questo egli era tanto ossessionato dal pentimento quanto il genitore: tale angoscia sarà da Kierkegaard definita addirittura un “pungolo nella carne” nel suo “Diario”.
Nel 1830 si iscrisse alla facoltà di teologia, ma non completò gli studi prima del 1841.
In questo periodo spostò i suoi interessi verso la letteratura e la filosofia e visse una fase di libertinaggio dissoluto che lo allontanò dal cristianesimo.

Ma allora giunse la prima grande crisi, il primo pentimento: Kierkegaard, dopo anni di perdizione, si decise a laurearsi scrivendo la sua tesi, si fidanzò con la giovane Regina Olsen e si diede la difficilissima missione di divenire ad ogni costo un “vero cristiano”.
La seconda crisi e il secondo pentimento arrivarono però da lì a breve: dopo un solo anno di relazione, ruppe con Regina, dichiarando poi che “non era adatto al matrimonio”. Ma a ciò non seguì affatto una nuova fase di libertinaggio, né una carriera da pastore, che Kierkegaard aveva pure considerato. Seguì invece l’inizio di quella tremenda, folle, densissima produzione letteraria, che lo portò a scrivere in meno di una decina di anni migliaia e migliaia di pagine, dagli “Aut-aut” e “Timore e tremore” del 1843, alla “Malattia mortale” del 1849, passando per la poderosa “Postilla conclusiva non scientifica” del 1846, tutte opere firmate non da lui ma da uno pseudonimo, come a mostrare le mille sfaccettature del suo pensiero.
Tutto questo fu reso possibile dalla completa separazione dal mondo che Kierkegaard operò su se stesso, forzandosi a studio e scrittura profondissimi e ossessivi, dal sapore leopardiano. Søren viveva grazie alla rendita ottenuta dal padre deceduto e quindi aveva il vantaggio di non doversi guadagnare il pane e di poter veramente concentrare tutte le sue attenzioni sui suoi interessi intellettuali.
Egli riuscì anche a pubblicare un giornale personale, di cui era unico redattore e curatore e in cui attaccava duramente la chiesa danese contemporanea, influenzata dall’hegelismo e per lui lontana dal “vero cristianesimo”.

Il pensiero di Kierkegaard, per quanto accompagnato da una peculiare e squisita ironia tagliente rivolta alla contemporaneità, è straordinariamente complesso, non ben definito, frammentato; ma bisogna pur tentare di tracciarne una morfologia, e come già anticipato per farlo la riflessione va legata alla vita.
Prima di tutto, c’è l’avversione verso la filosofia idealistica. L’esistenza non può essere giustificata da alcun tipo di sistema razionale, nemmeno dall’immenso e articolato sistema hegeliano: non vi è nulla che può spiegare e render conto della vita del singolo, che invece deve essere, proprio lei, il punto di partenza di ogni riflessione e, anzi, l’unico punto che abbia senso trattare.
Ciò comporta una particolare declinazione della categoria di verità: la verità vera è solo la verità del singolo, la verità del genio, sempre la verità soggettiva e mai quella oggettiva. Cosa implica tutto ciò? Di nuovo, che il significato dell’esistenza può essere trovato solo nella medesima e solo dall’individuo, pur essendo esso gettato nel mondo dell’infinita possibilità, costretto a scegliere ma incapace di conoscere le conseguenze delle proprie scelte e destinato così al senso di colpa; da questo deriva il terribile sentimento dell’angoscia, che Kierkegaard – lo si è già accennato – provò fin dalla tenera età nell’ambiente familiare.

Nella produzione kierkegaardiana compaiono tre possibili “soluzioni” al problema dell’esistenza, tre possibili “vie” che il singolo può intraprendere per avvicinarsi alla verità, passando dall’una all’altra attraverso il pentimento.
La prima è la vita estetica, descritta in “Aut-aut”, ed è la via del scegliere di non scegliere, del lasciarsi trasportare dai piaceri momentanei senza prendere mai una decisione ed una risoluzione ferma; è la via del Don Giovanni seduttore, che Søren tentò nei suoi anni giovanili di studi universitari.
La seconda è la vita etica, sempre descritta, come alternativa, in “Aut-aut”, ed è quella del padre e del marito, che fa invece una scelta e la porta avanti e rinnova ogni giorno; è la via dell’impegno sociale borghese, che Kierkegaard provò a perseguire con Regina.
Entrambe queste due possibilità sono però destinate al fallimento e allo smacco: l’esteta è condannato alla ripetizione e alla noia (“quando sputo mi sputo addosso”, dice il poeta personaggio di “Aut-aut”), mentre il buon borghese rinuncia alla vera fede in Dio, che si può avere solo attraverso un rapporto personale e verticale con la Divinità, non in un rapporto collettivo e orizzontale con la società.
La terza via, la vita religiosa, descritta in “Timore e tremore”, è proprio quella che abbraccia al contrario questo rapporto personale con l’Assoluto, è quella del vero cristiano; però questa non è la via del pastore, ma quella di Abramo, che in nome della fede sconfigge e supera l’assurdo di dover sacrificare il proprio figlio, e per di più proprio a quel Dio il quale gli aveva promesso che Isacco sarebbe divenuto capostipite di una ricca dinastia.

Abramo e Isacco nel momento del sacrificio sventato dall’angelo

Fonti:                                      Immagini:
1) Britannica                          Copertina

2) Søren Kierkegaard              Sopra (1)
“Aut-aut”

3) Søren Kierkegaard,             Sopra (2)
Timore e tremore”

4) Søren Kierkegaard,
“Diario”

 

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