Il problema dell’Hate Speech e della libertà

“It is a paradox that every dictator has climbed to power on the ladder of free speech. “- Herbert Hoover, presidente U.S.A.

L’espressione Hate Speech interroga la modernità soprattutto riguardo le dinamiche dei social networks, di internet e in generale di ogni piattaforma di discordo pubblico. Un discorso che “odia”, deve essere fermato?

Il termine “discordo d’odio” nasce nell’ambiente universitario per indicare ogni tipo di discorso che inciti alla persecuzione sociale, alla discriminazione o all’isolamento di un gruppo sociale, specialmente di una minoranza.
In breve, chi si pone contro l’ “hate speech” richiede che un discordo pubblico rimanga entro particolari standard posti in difesa di persone storicamente obiettivo delle ingiurie e degli insulti di una maggioranza che detiene particolare potere si di esse.
In Italia si può intendere la legge Mancino come uno degli strumenti giuridici che limitano il discorso d’odio, rendendo perseguibile ogni discorso il cui obiettivo sia il causare violenza contro gruppi etnici e religiosi (non pervenuti i gruppi delle minoranze sessuali).

Si tratta di misure che si rivelano sempre parziali, proprio a causa della difficoltà di definire cosa sia un discorso d’odio; gli “odiatori”, infatti, possono facilmente aggirare la legge usando parole ambigue, cambiando i tipi di espressione e usando un “linguaggio in codice” in cui significato letterale è giuridicamente difendibile, ma la cui azione politica è la medesima del più violento insulto. Un esempio, in contesto americano, è l’uso della parola “thug”, che significa semplicemente “criminale”, per riferirsi esclusivamente alla popolazione afroamericana senza incorrere in accuse di razzismo.
La retorica politica è sempre difficile da normare.

Tuttavia, le ragioni di chi ricerca l’eliminazione dell’Hate Speech possono essere del tutto condivisibili. Le minoranze, infatti, sono spesso alla mercè delle decisioni politiche della maggioranza, e un discordo che le demonizza non può essere semplicemente considerato “un’opinione tra le tante”, ma un’azione politica con conseguenze potenzialmente gravi nella vita di queste persone.
La “liberà d’espressione” è spesso invocata da chi è contro questo tipo di normative, indipendentemente dalla sua posizione politica in merito alla minoranza in questione. Da un punto di vista filosofico ogni liberale classico, d’ispirazione illuminista, ritiene la libertà di espressione come uno dei capisaldi fondamentali della democrazia. Christopher Hitchens, autore esemplificativo del liberale classico, considera persino che le posizioni più terribili, offensive e disgustose sono proprio quelle che bisogna tutelare di più.

Allo stesso tempo, però, la posizione di Hitchens risulta insostenibile per chiunque venga solitamente vittimizzato dai discorsi d’odio. Il diritto di esprimere un’idea non coincide col diritto di avere una piattaforma da cui farlo, e pertanto tra le azioni che alcuni attivisti si impegnano a fare c’è proprio il “deplatforming”: il tentativo di far cancellare conferenze pubbliche, manifestazioni e eventi universitari considerati pericolosi.
La logica soggiacente a queste pratiche politiche è che la prospettiva del liberale classico dipende dalla posizione privilegiata che di solito occupa; in altre parole, si può tollerare un discorso d’odio come “un’opinione tra le altre” solo perchè si appartiene ad una categoria di persone che non vengono toccate dalle conseguenze. E’ il famoso paradosso della tolleranza di Popper: la società tollerante non può tollerare l’intolleranza, se vuole mantenersi tollerante.

Ulteriormente, c’è chi considera che esistono molti discorsi che producono la censura di altri discorsi: un discorso che demonizza un gruppo sociale contribuisce a censurare la sua voce, a renderla nemica agli occhi del pubblico. Alcuni discorsi hanno come esito l’eliminazione del gruppo stesso. In questo senso la difesa della libertà d’espressione perde il suo carattere di “neutralità politica”, perchè diventa impossibile garantire la praticabilità di ogni discorso, e pertanto non esiste tanto la libertà di espressione, ma la libertà del gruppo x di dire y, con annessi sostenitori e oppositori.

 

 

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