#LOVEWON: i matrimoni gay diventano legali a Taiwan

#LOVEWON. Il 24 maggio 2017 la Corte Costituzionale di Taiwan stabilì che l’allora vigente normativa era incostituzionale. La normativa prevedeva il riconoscimento del matrimonio solo tra uomo e donna. Due anni dopo, possiamo fieramente affermare che finalmente sono stati legalizzati i matrimoni omosessuali il 17 maggio 2019. 

Taiwan è ad oggi l’unico paese asiatico ad aver reso legali i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Una data importantissima quella del 17 maggio, che segna infatti un momento storico di particolare rilievo per l’isola. Nonostante il tempo non fosse a favore, in 30.000 si sono radunati per seguire in diretta il processo di voto, mostrato su schermi giganti.

Sui palchi allestiti hanno partecipato persone di spicco nella comunità LGBT di Taiwan, tra cui Jennifer Lu e Chia Chia Wei, famoso poiché nel marzo del 1986 fece coming out in diretta nazionale battendosi, da allora, per i diritti LGBT.

Politica di Taiwan

L’attuale Presidentessa di Taiwan, Tsai Ing-wen è stata tra i maggiori sostenitori del decreto per la legalizzazione dei matrimoni. Su Twitter ha rilasciato diverse dichiarazioni nella giornata, utilizzando l’hashtag #LoveWon, affermando come questo sia un grande passo per una Taiwan più egualitaria.

La Presidentessa ha anche parlato di come questo sia un tassello importante per mostrare al mondo intero come i valori progressisti (condivisi dal Partito Progressista Democratico di Taiwan) possano trovare spazio in Asia.

Tsai Ing-wen, prima donna a ricoprire l’incarico di Presidente, è entrata in carica il 20 maggio del 2016 e l’anno dopo è stata stabilita dalla Corte Costituzionale l’illegalità dei matrimoni solo tra persone di sesso diverso. Tsai sta fortemente cambiando Taiwan, non solo per i matrimoni LGBT, ma anche per i rapporti commerciali con gli USA, instaurando dei contatti con questo.

Ma com’è la situazione nel resto dell’Asia?

Purtroppo, nonostante il grande passo avanti mosso da Taiwan, la situazione in Asia resta ancora critica. In primis, mesi fa l’opinione pubblica è stata scossa dalla proposta del Sultano del Brunei che aveva deciso di introdurre la lapidazione per gli omosessuali nel paese. Molti volti noti e paesi si schierarono contro questa proposta e il sultano rispose con una lettera indirizzata agli Eurodeputati sostenendo che Rendere l’adulterio e la sodomia un reato serve a salvaguardare la sacralità della discendenza familiare e del matrimonio per i musulmani,  specialmente per le donne. Il sultano ha dichiarato che le condanne non saranno eccessive poiché sarà necessario trovare almeno due uomini di alta statura morale e fede come testimoni. Ha quindi chiesto all’UE di rispettare la decisione presa.

A maggio però il Sultano ha fatto un dietrofront. In seguito alle numerose proteste internazionali, tra cui anche il boicottaggio mosso verso alcuni suoi hotel internazionali nel mondo, ha sostenuto che il Paese sospende da 20 anni la pena di morte, pertanto ha intenzione di estendere la moratoria anche ai casi di omosessualità. Sono previste tuttavia pene degradanti per chi contravviene, quali arresto e 100 frustate per gli uomini colti in flagrante e 10 anni di prigione per le donne.

In Bangladesh sono previste pene quali la pena di morte, ergastolo e deportazione per casi di omosessualità (solo maschile), nel Kuwait vengono puniti gli uomini omosessuali maggiori di 21 anni con 7 anni di prigionia, ed in Afghanistan si viene puniti con la prigione o la morte. La situazione non è migliore negli altri paesi.

I vicini dell’ “altra Cina”

Da anni ormai Taiwan è conosciuta come l’altra Cina, più riformatrice rispetto alla Repubblica Popolare Cinese da tutti conosciuta. Nel Paese dell’Estremo Oriente l’omosessualità non è più un reato dal 1997, nonostante questo però ancora oggi si parla di tabù. La Cina non sembra voler seguire Taiwan in questa rivoluzione. Diversi legislatori hanno proposto modifiche alla legge per poter permettere i matrimoni tra persone dello stesso sesso, senza però ottenere successo, nonostante i numerosi attivisti nelle grandi città della Cina.

Xiaogang Wei, direttrice del Centro per gli studi sul Gender a Bejing, ha dichiarato che questa legge avrà un impatto molto positivo sulla comunità LGBT cinese, infondendo nuove speranze. Il governo cinese sostiene infatti che non sia possibile attuare i matrimoni omosessuali a causa delle tradizioni e della cultura, Taiwan condivide molto di queste e quindi non possiamo che sperare in un futuro cambiamento.

La situazione nel Paese del Sol Levante

In Giappone, a Tokyo, si sta muovendo in questi mesi un’azione collettiva (class action; azione legale condotta da più soggetti per risolvere un problema comune contro persone appartenenti ad una stessa categoria). 13 coppie, con età media tra i 20 e i 50 anni, hanno deciso di far causa al Giappone e forse le acque stanno iniziando a smuoversi. Il Giappone, nonostante sia aperto verso la comunità LGBT, così come la società stessa, non ha ancora ad oggi riconosciuto diritti alle coppie omosessuali. Chiba, città ad Est di Tokyo, ha deciso di riconoscere le unioni tra persone dello stesso sesso in seguito a queste proteste. Non è stata la prima. Rispettivamente nel 2017 e nel 2018, anche le città di Sapporo e Fukuoka hanno riconosciuto le unioni omosessuali.

È bene ricordare però che queste unioni non sono paragonabili ad un matrimonio. Speriamo che il grande passo mosso da Taiwan possa in qualche modo far sì che l’amore vinca, ancora una volta.


FONTI:

Wikipedia

GlobalVoices

Elle

Gay.it

CREDITS:

Copertina

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