Sylvia, Marsha, Stormé e gli altri: i volti di Stonewall

[…] They ask for equal dignity in the eyes of the law. The Constitution grants them that right. The judgment of the Court of Appeals for the Sixth Circuit is reversed. It is so ordered. – Sentenza della Suprema Corte degli Stati Uniti per il caso Obergefell v. Hodges, che riconosce alle coppie dello stesso sesso il diritto al matrimonio in tutti gli Stati Uniti d’America, 26 giugno 2015.

La presente legge istituisce l’unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione e reca la disciplina delle convivenze di fatto. – Art. 1, comma 1 della Legge 20 maggio 2016, n. 76 (cosiddetta “Legge Cirinnà”).

Russia’s president, Vladimir Putin, has signed into law a measure that stigmatises gay people and bans giving children any information about homosexuality. –  Articolo del The Guardian sulla “Legge russa contro la propaganda delle relazioni sessuali non tradizionali”, 30 giugno 2013.

I MOVIMENTI PER I DIRITTI CIVILI NELLA SECONDA METÀ DEL NOVECENTO

Sessant’anni fa si apriva un decennio di lotte e proteste per l’affermazione dei diritti civili, politici e inalienabili  dell’essere umano. Erano gli anni del movimento afroamericano per i diritti civili, delle proteste pacifiste contro la guerra del Vietnam, gli anni dei movimenti studenteschi e delle contestazioni giovanili in tutto il mondo. Si chiudeva un decennio ma le proteste non si arrestarono, non tutte. Alcune continuarono a infiammare le piazze fino a che tali diritti non divennero legge dello Stato. Una protesta in particolare divenne celebrazione, ricorrenza e tradizione. Oggi è conosciuta in tutto il mondo come Gay Pride Parade, parata dell’Orgoglio Gay. Eppure era nato come Christopher Street Liberation Day nel 1970, l’anno dopo quelli che sono stati i moti di Stonewall del 1969. Forse non tutti sanno di cosa stiamo parlando, forse non a tutti interessa. Ma se avete letto fino a questo punto, vorrete conoscere la storia dei suoi protagonisti.

IL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE OMOSESSUALE

Il movimento di liberazione omosessuale ebbe la sua genesi in un pub nel Greenwich Village, New York. Questo quartiere di Manhattan è noto per essere stato il rifugio, negli anni cinquanta e sessanta del Novecento, degli esponenti della società anticonformista, nonché fulcro della Beat Generation e dei movimenti artistico-sociali che mutarono l’assetto culturale del Paese. Era altresì noto per i suoi numerosi locali gay, che spesso non avevano ottenuto la licenza per servire alcolici. Le retate da parte della polizia erano dunque frequenti, con l’obiettivo di multare e finanche arrestare gli individui con abbigliamento ritenuto ambiguo e non “appropriato al genere”. Ma con la gestione dei locali da parte della malavita, i proprietari venivano riforniti di alcolici e venivano avvisati molto prima circa quando queste retate sarebbero avvenute. Il tutto grazie alle tangenti pagate alla polizia di New York. Una notte, però, cambiò il corso di tutte le altre.

I MOTI DI STONEWALL

Era da poco passata la mezzanotte del 28 giugno 1969 quando alcuni agenti fecero irruzione allo Stonewall Inn, come spesso accadeva. Il locale al 53 di Christopher Street era, in generale, il punto di riferimento degli emarginati della società, ma soprattutto della comunità omosessuale. Quella sera le persone dentro il locale decisero che non avrebbero più accettato di subire soprusi senza ribellarsi. Mentre la polizia arrestava i clienti rimasti al locale, una folta schiera di persone si radunava fuori dal locale. Una butch – una donna lesbica di aspetto androgino e con atteggiamenti maschili – venne colpita alla testa da un manganello e trascinata dentro una volante, ma non prima di aver incitato la folla a reagire. Sarebbe stato questo l’evento scatenante che portò migliaia di persone a riversarsi nelle strade e a formare un fronte comune di protesta contro le violenze della polizia. Si dice anche che fosse stata Sylvia Rae Rivera, una donna transgender, a scatenare i moti di protesta dopo aver lanciato una bottiglia contro un agente gridando «It’s a revolution!». I moti durarono settimane e portarono alla fondazione del Gay Liberation Front da parte di Craig Rodwell e Brenda Howard, il primo a cui seguirono molti altri in tutto il mondo occidentale. Dall’anno seguente il GLF organizzò una marcia nella Grande Mela a cui presero parte quasi 10 mila persone, il primo Gay Pride della storia. Questi sono solo pochi esempi di persone che hanno hanno avuto un ruolo chiave nella nascita del movimento per i diritti LGBT (lesbian, gay, bisexual, transexual).

NELLA STORIA

Stormé DeLarverie (1920-2014)

Si dice fu lei a tirare il primo pugno, a urlare «perché non fate qualcosa?» alla folla che si era radunata fuori dallo Stonewall Inn quella notte del 28 giugno 1969. Aveva la testa insanguinata e stava per essere portata via dalla polizia perché era una lesbica butch, con vestiti e atteggiamenti maschili. Ma Stormé continuò a lottare e ciò le valse l’appellativo di “Rosa Parks della comunità gay”, creando un parallelismo tra le reazioni sovversive delle due donne afroamericane. Negli anni quaranta e cinquanta del Novecento, DeLarverie fece parte del famoso gruppo drag Jewel Box Revue: era composto da undici drag queens e da Stormé nel ruolo del presentatore gentleman, il primo drag king della storia. Si esibirono anche all’Apollo Theater di Harlem e al Radio City Music Hall. Il gruppo giocava sull’inversione dei ruoli e si rivolgeva ad un pubblico etnicamente misto, essendo altamente trasgressivo nell’epoca della segregazione razziale negli Stati Uniti. Stormé ispirò le altre donne lesbiche a non vergognarsi di indossare vestiti considerati maschili, come i pantaloni. Il termine butch apparve negli anni quaranta come termine underground che le donne della classe lavoratrice – così come gli uomini omosessuali – utilizzavano per descrivere la mascolinità all’interno delle loro comunità. Stormé ha fatto parte della Stonewall Veterans’ Association e ha lavorato fuori dai locali tra la 7a e l’8a strada come buttafuori, sorvegliando e proteggendo quelle che chiamava le sue “bambine” nel Greenwich Village, fino ai primi anni 2000. Fu omaggiata nel 2012 dalla Brooklyn Society for Ethical Culture e dal Brooklyn Community Pride Center. Morì nel 2014 all’età di 93 anni.

Sylvia Rae Rivera (1951-2002)

Sylvia Rivera è stata una donna transgender di origini venezuelane e portoricane. Da adolescente divenne un’attivista a sostegno dei diritti civili degli afroamericani, nonché del movimento pacifista e della seconda ondata femminista. Non aveva ancora 18 anni quando si ritrovò in prima linea durante le prime proteste del 28 giugno 1969, fuori dallo Stonewall Inn. Avendo vissuto per le strade di New York dall’età di 11 anni, orfana e ripudiata dalla nonna, dedicò la sua vita a sostegno di coloro che venivano abbandonati dalla società e di coloro che, all’interno della stessa comunità gay, subivano l’emarginazione. Dopo aver co-fondato il Gay Liberation Front, nel 1970 si unì alla Gay Activist Alliance. Quell’anno insieme all’amica Marsha P. Johnson fondò il gruppo “STAR” (Street Transvestite Action Revolutionaries), per dare sostegno e rifugio alle persone transgender senzatetto. Il termine “transgender” non era ancora molto diffuso al tempo. La sua era una lotta ancora più ardua: faceva parte di una minoranza nella minoranza. La comunità omosessuale di New York divenne sempre più assimilazionista, nel tentativo di sembrare più appetibile per la maggioranza eterosessuale. Quando ciò avvenne all’interno della GAA, Sylvia si sentì tradita. Dal 1971 lavorava perché una legge antidiscriminatoria dei diritti LGBT vedesse la luce. Ma quando fu il momento di approvarla, alcuni politici dissero agli esponenti del GAA che avrebbero fatto passare la legge se certi “elementi estremi” fossero stati omessi; furono così esclusi dal Gay Rights Bill i diritti dei transessuali. Dopo che il movimento gay per cui – e con cui – aveva tanto lottato prese le distanze da transessuali e travestiti, Sylvia tentò di togliersi la vita più volte per la delusione. Morì nel febbraio 2002 per un tumore al fegato.

Marsha P. Johnson (1945-1992)

Era una delle drag queen più conosciute di New York, e si dice si trovasse in prima linea quando scoppiarono le proteste del 28 giugno 1969. Oltre ad aver fondato ed occuparsi della “STAR House” con Sylvia Rivera, Marsha divenne un’impegnata attivista con ACT UP (AIDS Coalition to Unleash Power). Il gruppo è stato fondato nel 1987 per richiamare l’attenzione sull’AIDS, ottenere una legislazione favorevole in merito, promuovere la ricerca scientifica e realizzare tutte le politiche necessarie per porre fine a tale malattia. Alla domanda circa il significato della “P.” all’interno del suo nome, Marsha era solita rispondere: «Pay it no mind!» . Quel “non farci caso” era anche la risposta che dava per evitare che le chiedessero se fosse uomo o donna, sentendo di non appartenere a nessuno dei due generi. Andy Warhol la fotografò per la sua serie “Ladies an gentlemen”, polaroid con protagoniste delle drag queens. Dopo il Gay Pride dell’anno 1992, il suo corpo fu trovato nel fiume Hudson vicino al molo del West Village. Fu considerato suicidio fino al 2012, quando l’attivista Mariah Lopez riuscì a far riaprire il caso come possibile omicidio.

STONEWALL RIOTS TURNING FIFTY

Per il cinquantesimo anniversario delle rivolte di Stonewall, la città di New York ha deciso di omaggiare Sylvia e Marsha innalzando un monumento, a un isolato da dove sorge lo storico Stonewall Inn. Verrà costruito attraverso She Built NY, un’iniziativa che si occupa di onorare la storia delle donne attraverso la creazione di monumenti pubblici. Sylvia e Marsha sono state pioniere e d’ispirazione per altre persone che, come loro, si identificano come transessuali e sono spesso emarginate dalla società. In misura maggiore se di provenienza latinoamericana, afroamericana e di bassa estrazione sociale, in una società in cui il WASP (White Anglo-Saxon Protestant) era (ed è?) il dogma.

Così il sindaco Bill de Blasio e la first lady di New York City Chirlane McCray hanno annunciato l’onorificenza, giovedì 30 maggio 2019: «Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson erano due donne trans degne di nota, il cui attivismo ha cambiato la nostra città per sempre. Il monumento che innalziamo in loro onore manderà un messaggio potente a tutti i giovani che sono alle prese con la propria identità.»

Quest’anno New York accoglierà più di 4 milioni di visitatori dal 26 al 30 giugno, per la consueta Marcia dell’Orgoglio. In questa occasione, le comunicazioni ufficiali parlano di comunità LGBTQIA+: l’estensione tocca le persone che si identificano come queer/questioning, intersessuali ed asessuali. Il “+” apre a infinite possibilità, perché tutti si sentano liberi di esprimere se stessi.


FONTI

Wired.it

Lifegate.it

Tpi.it

Univision.com

Huffpost.com

Biography.com

Outhistory.org

Nytimes.com

Mirales.es

Them.us

 

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