Caster Semenya: solo una vicenda sportiva?

Caster Semenya, il caso del giorno

Leggendo le pagine della Gazzetta dello Sport di qualche tempo fa si trova presentata come “Il caso del giorno” una vicenda che molto probabilmente è rimasta fuori dai radar di gran parte dell’opinione pubblica (che si interessa di sport sono in maniera liminare): a seguito di un provvedimento dell’IAAF (International Association of Athletics Federations) la ventottenne sudafricana Caster Semenya, due volte oro olimpico negli 800 metri è stata sostanzialmente esclusa dalle prossime gare per via del suo iperandrogenismo, una condizione che porta l’organismo a produrre un’eccessiva quantità di ormoni androgeni.

Chi è Caster Semenya?

Mokgadi Caster Semenya è nata il 7 gennaio 1991 a Polokwane, in Sudafrica. Il suo primo successo di livello internazionale risale al 2009, nel contesto dei mondiali di Atletica di Berlino, dove ha vinto la medaglia d’oro per gli 800 metri (a soli 18 anni). Già allora l’IAAF aveva portato avanti un’indagine su di lei, indagine che l’aveva fatta allontanare dalle competizioni per circa un anno.

Il suo palmares comunque non si è limitato a questo: la sua ricca bacheca di trofei annovera due olimpiadi (a Londra nel 2012 e a Rio de Janeiro nel 2016), oltre ai mondiali di Taegu nel 2011 e Londra nel 2017.

La notizia, si diceva, è passata praticamente sotto silenzio. D’altro canto la percentuale di popolazione che segue l’atletica leggera è facile immaginarla irrisoria, tanto più nei periodi lontani dalle Olimpiadi, quando, nella percezione di molti, la disciplina cessa improvvisamente di esistere (insieme a moltissime altre) e l’universo sportivo tutto torna nei ranghi più scontati del calcio e di pochi altri sport.

Entrando nel merito

Ma venendo invece più strettamente al “caso del giorno”: come accennato, è fresca l’entrata in vigore di una nuova e articolata regola dell’IAAF che assume dei criteri più stringenti nel regolamentare la partecipazione di atlete affette da particolari forme di “differences of sex development” ad alcune competizioni internazionali.

Un aspetto in particolare chiama in causa Semenya e concerne il livello di testosterone prodotto dall’organismo: l’atleta dovrebbe nel suo caso “reduce her blood testosterone level to below five (5) nmol/L for a continuous period of at least six months (e.g., by use of hormonal contraceptives)”. Questa richiesta comporta pesanti cure ormonali per la persona e non è certo una passeggiata.

Semenya ha fatto ricorso al TAS, il Tribunale Arbitrale Sportivo, non solo osservando nella nuova regolamentazione un carattere discriminatorio e lesivo dei suoi diritti di donna, ma anche avanzando legittime perplessità a riguardo: come stabilire quanto effettivamente influisce il testosterone a livello della prestazione? Quanto è giusto porre una soglia di presenza di testosterone nel sangue così indicativa e farne una discriminante assoluta? Il testosterone è presente, come ormone anche negli individui di sesso femminile, dove sta il limite tra maschio e femmina? Perché, infine, non vengono considerati i pesanti effetti collaterali di una terapia ormonale? Il suo ricorso, però, è stato respinto.

Da una parte all′altra della barricata

Mostri!” qualcuno potrebbe pensare. Ma siamo qui di fronte effettivamente a un procedimento mostruoso? A due organi sportivi “fascisti” che vogliono limitare la libertà individuale? Non del tutto, e per questo la valutazione complessiva non è così semplice.

A schierarsi con veemenza contro la decisione IAAF c’è per esempio Pidgeon Pagonis, attivista dell’Intersex justice project: secondo lui tutto si riduce al fatto che Caster è più veloce delle altre donne bianche e che per questo “le ha fatte piangere”. L’accento viene posto anche sul suo essere nera, “accusando” quindi di razzismo questa parentesi sportiva e tutto l’accanimento sulla Semenya. Quella di Pagonis non è l’unica voce del coro a pensarla così e sicuramente le sue non sono considerazioni campate per aria.

Inoltre, da questa parte della barricata si sono espressi anche pareri medici di alto livello: sul British Journal of Sports Medicine si è espressa Silvia Camporesi insieme ad altri colleghi muovendo perplessità su come in concreto un alto livello di testosterone possa costituire un vantaggio per le atlete nelle gare sui 400, 800 e 1500 metri.

La decisione presa dall’IAAF e avvalorata dal verdetto negativo del TAS muove solo da ragioni interne al contesto sportivo ed è scevra di sfumature politiche? Non è affatto viziato da una vena razzista? Ha dei criteri sensati e ambisce a regolamentare le gare così da renderle più equilibrate o è qualcosa di unicamente tendenzioso, discriminatorio e sbagliato?

È certamente stata una decisione sofferta stando alle parole degli stessi artefici, i quali non mancano – essi stessi – di valutare il carattere potenzialmente discriminatorio e che tuttavia ritengono “to be a necessary, reasonable and proportionate means of achieving the IAAF’s legitimate aim of preserving the integrity of female athletics”. Come porsi, dunque, nei confronti della vicenda?

L′eleganza di Caster Semenya, l′ignoranza della massa

È evidente che la risposta a questa decisione non è e non può essere pacifica. Non rimane in silenzio (a ragione) l’atleta sudafricana che sui social scrive “That’s me and will always be” e pubblica sul suo Instagram un paio di immagini eloquenti: dei pugni chiusi alzati in segno di lotta, un foulard arcobaleno, la parola “resist”. E purtroppo non rimangono in silenzio nemmeno alcuni personaggi che nella sezione commenti di alcuni siti web intervenuti sulla vicenda sparano a zero sulla sudafricana: dal “che non rompesse” al finissimo “in Africa pur di diventare qualcuno sono disposti a tutto” – non tutti possono essere intelligenti allo stesso modo, no?

Altre voci

Una voce nel coro (in ambito italiano) che si è interessata alla questione è la rivista L’Ultimo Uomo, una rivista che si occupa però prettamente di sport. Questo per dire che il caso che sta interessando Caster Semenya e il mondo dell’atletica leggera, per ora sta rimanendo chiuso nella parentesi di una dissertazione sportiva (eccezion fatta per pochi sparuti casi) e non viene contemplato dal resto dell’opinione pubblica, che ne appare completamente estranea.

Peccato. Peccato, perché è facile capire come i termini del discorso valichino i confini più limitati dello sport e si dirigano verso considerazioni etiche di un certo rilievo che riguardano l’umanità tutta. Vale senz’altro la pena che si parli e si discuta della vicenda.

Ha pensato di cominciare a discuterne, con un lungo articolo, Internazionale, cui si rimanda per ulteriori specifiche. È Internazionale (ma diversi altri articoli in rete vi fanno riferimento) a prendere in considerazione un’altra vicenda dai tratti analoghi, quella che ha visto protagonista la ciclista transgender Rachel McKinnon. Dalla sua vittoria nei mondiali Master di ciclismo su pista a Los Angeles era scoppiata nel 2018 una piccola bufera mediatica, con l’atleta che accusava di transfobia coloro che si lamentavano della sua vittoria e l’accusavano e dall’altra parte chi ha avuto l’impressione (legittima o no? È questa la domanda) che la gara non sia stata equa.

È difficile attribuire ragione e torto. E le domande si moltiplicano fertilmente: nello sport cosa è più importante? Consentire a una persona di identificarsi come meglio crede o far sì che una competizione risulti quanto più possibile equa e regolamentata? Ma allora come regolamentare? Qual è la linea di demarcazione tra maschio e femmina? È utile conservare questa distinzione? I confini sono labili e la discussione è destinata a non esaurirsi presto.

Come muoversi?

Da che parte schierarsi? Che soluzioni proporre? Un’ipotesi potrebbe essere quella di optare per una declinazione sempre più infinitesimale del ventaglio delle competizioni: creare all’occorrenza sottocategorie specifiche, divise per fasce di percentuale di testosterone prodotto. Se pure questa possa quasi sembrare una provocazione, uno scenario di questo tipo potrebbe portare sia a competizioni massimamente equilibrate, sia a un rispetto della propria identità percepita. Si annullerebbero quindi le diversificazioni maschio e femmina, guardando alle distinzioni sessuali biologiche e di genere come a uno spettro, composto di moltissime piccole differenze.

La sensazione che si perda qualcosa però rimane, in fondo, e certamente una soluzione di questo tipo lascia molte perplessità e non soddisfarebbe tutti.

Da Caster Semenya all′uomo tutto

È oramai chiaro che portare in superficie la questione e discuterne significa sì parlare di atletica leggera, ma significa soprattutto parlare di umanità e di come la considerazione delle differenze di genere stia mutando e lentamente perdendo di peso. Si apre un capitolo delle riflessioni sull’uomo (e anche sullo sport) destinato a riverberare per molto tempo; la discussione è aperta.

Infine la cosa più importante e che non andrebbe dimenticata è che in ballo c’è la vita sportiva, ma anche intima di una persona. Per questo ci vuole in primis rispetto.


FONTI

SilviaCamporesi

IAAF

Internazionale n. 1307

CREDITS

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