Vite nascoste. L′egoista Max Stirner

Io ho fondato la mia causa sul nulla
Prefazione de “L’Unico e la sua proprietà”

Ecco il quinto articolo della serie “Vite nascoste”, volta a raccontare le storie di pensatori i quali hanno condotto esistenze semplici e modeste, spesso appartate, sempre lontane dai riflettori del palco dei grandi eventi, ma che hanno tuttavia lasciato in dono opere dal valore straordinario ed eterno. Dopo Epicuro, cioè colui che ha pronunciato il motto ispiratore della presente serie, dopo Spinoza, Kant, e Kierkegaard, è ora il turno di un filosofo meno conosciuto: Max Stirner.

Stirner in uno schizzo di Friedrich Engels

Il personaggio di oggi è quello che più di tutti subì l’amaro destino dell’isolamento e della denigrazione. Il suo unico testo importante, “L’Unico e la sua proprietà”, venne prima elogiato dalla ristretta cerchia di conoscenti che lo aveva ricevuto e poi, forse per una tardiva comprensione della reale e “pericolosa” portata teorica del libro, coperto dagli stessi di critiche esagerate, rasenti l’insulto, alquanto sospette, ma abbastanza efficaci da condannare Stirner a finire nel dimenticatoio della metafisica occidentale.

Tutt’ora egli è davvero poco conosciuto, sicuramente meno letto di quanto meriterebbe; da coloro che hanno avuto il piacere di incontrarlo nel loro percorso intellettuale è però considerato come un lucidissimo commentatore della contemporaneità, dallo stile tagliente e quasi insopportabilmente ironico, come un feroce critico della società liberista e capitalista che è difficile inserire in ideologie “classiche” di destra e sinistra, come un visionario eccessivamente incauto ma ugualmente geniale, come un nichilista ben più coerente e spudorato di Nietzsche – il quale forse potrebbe esserne stato influenzato, e, infine, anche come un precursore del movimento anarchico.

Il vero nome di Max Stirner, pseudonimo con cui egli si firmava e con cui viene universalmente identificato, era Johann Caspar Schmidt. Nato nel 1806 da una famiglia luterana piccolo-borghese di Bayreuth, in Baviera, ebbe un’infanzia traumatica e difficile, preludio di un’esistenza ancor più complessa. Il padre morì quando egli aveva appena sei mesi e la madre ben presto si trasferì. Fu così cresciuto da una zia, che lo iscrisse al Ginnasio locale. Studiò poi presso l’Università di Berlino, seguendo alcuni corsi tenuti da Hegel sulla storia della filosofia e sulla filosofia della religione. Come per molti altri giovani intellettuali del tempo, fra cui il già trattato Kierkegaard, il risultato dell’influenza idealistica su di lui fu una complessa commistione fra ammirazione, ispirazione e rigetto.

L’idea che maturò, nella pienezza della sua riflessione, fu nello specifico quella di usare il concetto hegeliano di aufhebung (tradotto vagamente con “superamento”) per ribaltare completamente lo Spirito Assoluto nel suo totale opposto, l’individuo, non più visto però come una soggettività metafisica, piena di sostanzialità e perfetta (l’Io Assoluto di Fichte), ma come il nulla, quell’Unico che è pura vuotezza di ogni contenuto definito, pura metamorfosi in continuo e incessante fluire, puro divenire, sempre accidentale, caduco e finito ma al medesimo tempo eterno (“il nulla creatore”).

Durante gli anni universitari, la già cagionevole salute mentale della madre di Stirner andava assai peggiorando, distraendolo e allontanandolo sempre più dalla carriera accademica, che del resto mai intraprese. Nel 1832 decise di ricongiungersi a lei presso Berlino, assistendola fino al 1837, anno in cui la genitrice fu definitivamente rinchiusa in una casa di cura. Ogni successivo tentativo di raggiungere una vaga forma di stabilità nella vita di Stirner fu vano. Nel 1838 si sposò una prima volta, ma la povera moglie morì di parto.

Dopo un iniziale insuccesso nella carriera, caratterizzata da un periodo di lavoro irregolare e non pagato, riuscì a divenire professore, insegnando storia e letteratura presso un prestigioso collegio privato femminile. Ma non durò a lungo: nel 1846, infatti, perse il posto.
Ciò fu forse dovuto al fatto che tra il 1839 e il 1844, anno della pubblicazione dell’”Unico”, cominciò a frequentare assiduamente alcuni locali e salotti “trasgressivi” di Berlino, nei quali si riunivano i cosiddetti “Giovani Hegeliani” di sinistra, fra cui spiccavano Bruno Bauer e Feuerbach; membri di tale corrente erano un ancora immaturo Karl Marx e Marie Dähnhardt, la futura seconda moglie di Stirner. Quest’ultimo rispettava e leggeva i suddetti liberal-socialisti (in particolar modo apprezzava Feuerbach, anche se lo attaccò duramente in seguito), ma tale benevolenza non era reciproca.

Per quanto la sinistra hegeliana fosse infatti di per sé un’ideologia progressista malvista dalla società borghese dell’epoca, Stirner non riuscì a inserirsi nemmeno in essa. D’altronde era giudicato da tutti, hegeliani compresi, come un fallito, rigettato dall’accademia, incapace di produrre alcunché di filosoficamente o letterariamente interessante (si limitò infatti per molto tempo a scrivere alcuni articoli per piccoli giornali, oltre che un saggio sull’educazione). Era considerato insomma come uno stravagante e insignificante professore di basso rango, che a malapena riusciva a permettersi, con il suo stipendio, una vita pseudointellettuale.

Fu quindi un vero shock quando egli pubblicò l’”Unico” e lo fece leggere ai “Giovani”.
Come già anticipato, alle iniziali simpatie, seguì nei confronti del testo una valanga di odio ingiustificato. Nemmeno Marx si sottrasse a questa tendenza, dedicando centinaia di pagine della sua “Ideologia tedesca” a distruggere la posizione stirneriana da ogni angolazione possibile, rivelando così però nel contempo di non poter che riconoscere l’importanza e la gravità del destabilizzante “Unico”.
Il libro, in generale, fu un fiasco dal punto di vista delle vendite e della ricezione, e perciò non poté aiutare l’autore quando perse il lavoro. A questo evento seguì per di più l’allontanamento da parte di Marie.

Sembra davvero che l’abbandono e il rigetto fossero le uniche vere costanti della vita di Stirner: tutto sommato forse non stupisce che egli divenne assolutamente ossessionato dall’idea della piena e incondizionata libertà dell’individuo illuminato (l’egoista, come lo definì nell’”Unico”). Lui davvero non aveva niente e nessuno al di fuori di se stesso e visse profondamente e fino in fondo quel sentimento che Marx poi chiamò “alienazione”, tanto caratteristico della società contemporanea.

La sua risposta al problema fu però in certo senso opposta rispetto a quella di Karl; non il “comunismo” di una classe emancipata di oppressi che si rivoltano poteva per lui essere la soluzione, ma solo il folle e a tratti spaventoso e incomprensibile titanismo del singolo, che con atarassia sconcertante deve riuscire a sopravvivere davvero da solo, come il punto isolato e inesteso che il sistema capitalistico vuole che egli sia; nulla deve più avere importanza per l’egoista, nulla deve aver più valore, neppure la vita stessa, se intesa come altro rispetto al concreto attimo presente.

Qualsiasi concetto che possa avere una qual minima fittizia importanza, infatti, qualsiasi causa, qualsiasi ideale superiore (la patria, lo stato, Dio, l’umanità, la morale, la felicità, la ricchezza, la fama, il potere, la comunità, il proletariato etc) è ciò a cui Stirner si riferiva con “fantasma”, un’entità vacua, vuota e finzionale che l’uomo crea da sé, o che più spesso gli viene imposta, la quale finisce per imprigionare l’individuo, come una maschera trasformata in seconda faccia, o come un abito con le sembianze di una seconda pelle.

I Giovani hegeliani

Egli era consapevole di un principio apparentemente paradossale ma imprescindibile, che proprio la dialettica hegeliana gli poté insegnare, ma che già l’antico “polemos” eracliteo dettava: ogni sistema, alla fine, si autodistrugge, risolvendosi e superandosi nel suo completo opposto. Proprio quando l’individuo sarà divenuto davvero totalmente isolato ed “egoista” (cioè assolutamente autonomo e interessato solo a se stesso, libero da ogni forma di attaccamento), proprio quando il sistema crederà di aver stretto fino in fondo la morsa opprimente sul singolo e di averlo così reso un perfetto ingranaggio, schiavo della sua macchina poderosa, proprio allora il sistema crollerà su se stesso, scomparirà e nulla resterà al di fuori dell’Unico.

Chiaramente, dovrebbe risultare evidente a questo punto che l’egoismo a cui pensava Stirner non è assolutamente l’avida ricerca di piacere o di ricchezze, né l’edonismo sfrenato, né tantomeno l’”homo homini lupus” hobbesiano. Dovrebbe perciò anche risultare evidente che se di anarchismo stirneriano si può parlare, egli non sognava certo un caotico e irrazionale insieme di bestie incoscienti e senza regole: se mai sognava il pieno raggiungimento di quel progetto cominciato con Spinoza e portato avanti dall’Illuminismo, ovvero l’assoluta emancipazione dell’individuo; il singolo deve divenire Unico e imperturbato padrone di se stesso e dell’universo, deve divenire Dio egli stesso, non esserne succube, deve divenire la Ragione stessa, non esserne schiavo.

La società con la sua morale sparirebbe non in favore di un bucolico stato brado, ma di un livello superiore di autocoscienza in cui di società e di morale non vi sarebbe più alcun bisogno, in cui gli uomini agirebbero spontaneamente come un corpo organizzato per proprio egoistico interesse personale, e non per imposizione.
Il progetto di Stirner è quindi sì certamente utopico e forse pazzo, ma è importante capire di quale pazzia si sta parlando.

Sembra assurdo, ma forse in fondo è in coerenza con i principi esposti, che questo profondo, sconvolgente visionario morì solo, ignorato, incompreso, traviato e sommerso dai debiti – che lo portarono anche ad una breve carcerazione. A colpirlo fatalmente, nel 1856, fu una grave infezione.


Fonti:
Stanford Encyclopedia of
Philosophy

Max Stirner, “L’Unico e la sua proprietà”

The Anarchist Library  

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