Anoressia: cosa accade nella mente a digiuno

I disturbi alimentari

Nell’ultimo ventennio i disturbi alimentari, principalmente anoressia e bulimia nervosa, sono diventati una vera e propria emergenza per la salute mentale e fisica di adolescenti e giovani adulti. Secondo la American Psychiatric Association, rispetto alle altre patologie psichiche i disturbi alimentari sono la prima causa di morte in Occidente; nuovi canoni estetici hanno portato la donna a confrontarsi con modelli fisici lontani da quelli naturali.

Il pensiero generale è che la causa maggiore di tale disturbo sia la paura di ingrassare; non percependosi al pari degli archetipi proposti dalle pubblicità e dalle riviste, la persona sente la necessità di adeguarsi al “nuovo” canone di bellezza imposto dalla società.

Non solo paura di ingrassare

Sebbene la paura del “chilo di troppo” sia causa intrinseca dell’anoressia nervosa, spesso e volentieri la causa principale ha un‘ origine del tutto estranea all’alimentazione e all’aspetto fisico. Al centro del disordine alimentare vi è l’interazione di molteplici fattori biologici, genetici e, sopratutto, ambientali, sociali e psicologici: l’influenza negativa di componenti familiari e sociali, l’eccesso di pressione e di aspettativa percepite, il sentirsi trascurati o derisi, inadeguati, esclusi.

Tra le cause principali che portano a tale disturbo vi è, in particolare, la necessità di “farsi vedere”, derivata dalla mancata percezione del valore di sé, con la conseguente impressione di sentirsi “invisibili”, che porta alla ricerca di strategie di aiuto e di auto-rappresentazione.

Ossessione e accettazione

Si vengono così a creare determinati schemi mentali, convinzioni e ossessioni che portano in un circolo vizioso: la certezza di essere inadeguati, la sicurezza di non poter essere accettati e, spesso, la convinzione di non essere capiti da nessuno. La persona così si chiude in se stessa, creando un muro con l’ambiente sociale e familiare. Questo isolamento può essere affrontato solo accettando di “avere un problema”. Questa è una delle più frequenti motivazioni che allontana dalla guarigione; le convinzioni di “stare bene” e che “non c’è nessun problema”, al fine di apparire forti e coraggiosi, annebbiano la realtà e soprattuto la percezione del “rischio” che un tale disturbo può determinare.

Ma quali sono le conseguenze?

Ciò che è sempre rimasto all’oscuro è quello che accade davvero nella mente di chi è affetto da un disturbo alimentare: fattori psicologici e psichiatrici intervengono ad alterare la percezione dell’ambiente fisico e sociale che circonda la persona, che appare del tutto alienata e rintanata nelle sue convinzioni. Gli effetti dei disordini alimentari sono molto critici, sia dal punto di vista fisico che da quello psicologico.

Effetti fisici

Dal punto di vista fisico, le conseguenze della malnutrizione comportano ulcere intestinali e danni permanenti al tessuto dell’apparato digerente, disidratazione, danneggiamento di gengive e denti, seri danni cardiaci, epatici e renali, problemi al sistema nervoso, con difficoltà di concentrazione e di memorizzazione, danni al sistema osseo, con possibilità di fratture e osteoporosi, emorragie interne, ipotermia, amenorrea e diminuzione della pressione al di sotto dei livelli minimi.

Effetti psicologici

Le ripercussioni psicologiche sono, invece, quelle più difficili da determinare e, spesso, da comprendere; la paura ossessiva del cibo è paradossalmente accompagnata da una fissazione verso il cibo stesso. Frequenti sono i casi di persone che si precludono un‘adeguata alimentazione, ma, allo stesso tempo, si fissano su peso e calorie di ricette, piatti che solitamente cucinano per gli altri con l’idea che, così, anche loro possano ingrassare. Infatti la “felicità” di vedere gli altri mangiare e ingrassare, porta la persona a sentirsi “brava” e meno inadeguata.

In realtà queste persone sono consapevoli che il cibo non fa male; nella loro mente si instaura una continua lotta: sanno che la pasta fa bene, ma è sufficiente un boccone per sentirsi ingrassare istantaneamente. La soluzione che emerge è “Perché farlo se poi sto così male e il giorno dopo devo recuperare?”. Perché anche questo è tipico: il dover costantemente “recuperare”, dopo i “danni” provocati il giorno prima.

Si accompagnano a tale disturbo anche comportamenti maniacali e ossessivi; uno studio incessante senza alcun risultato, una pulizia compulsiva, spesso un abuso di fumo e alcol e, soprattutto, il traguardo del “perfezionismo”, unica “strategia” per essere accettati dagli altri.

Essere animali ed esseri sociali

Ma l’effetto psicologico forse più disastroso in quanto “esseri sociali” è proprio l‘allontanamento dagli altri: sbalzi d’umore, depressione, ansia e stanchezza isolano queste persone da qualsiasi interiezione. La mancata voglia di vivere li conduce in un tunnel che si fa sempre più lungo: dal momento che non interagiscono con gli altri, diventano più ossessionate dal loro problema, che si fa insistente e sofferente. Ma intanto loro “stanno bene”.

Il controllo

Non deve stupire se la maggior parte delle persone che diventano anoressiche non ha mai avuto problemi col proprio corpo, tantomeno era in sovrappeso. La paura di ingrassare spesso sfocia dalla necessità maniacale di controllo a cui sono soggette. Il controllo del peso diventa motivo di “tranquillità” e “soddisfazione” nella persona che, privatasi ormai di ogni relazione e cibo, ha almeno la supervisione del proprio corpo.

Il caso di Livia

In ultima analisi, sembra utile riportare un caso reale di una persona che chiameremo “Livia” e di cui analizzeremo la giornata tipo.

Livia si sveglia tutti i giorni alle quattro del mattino: la fame incessante la fa svegliare, ma non è compensata da un apporto calorico sufficiente. La routine della colazione, maniacalmente uguale e ben strutturata, ha una durata di circa tre ore; tre ore per bere un caffè e mangiare una pera. Subito dopo inizia il suo studio “matto e disperatissimo”. Fino alle nove di sera Livia studia; ha già fatto due esami, ma non ne ha passato neanche uno, perché non riesce a ricordarsi nulla. Lo studio è accompagnato da continui attacchi di fame; Livia apre gli sportelli della cucina, ma il suo “dittatore” le dice “Questo non lo puoi mangiare” e alla fine lei richiude lo sportello.

La ragazza ha anche dei coinquilini, ma ormai le loro conversazioni si sono ridotte al “Buongiorno” e “Buonanotte”. Livia è troppo stanca per parlare e tanto sa già che gli altri la guarderanno male e non hanno voglia di stare con lei. Alle nove tutti hanno già mangiato, ma Livia assicura che dopo mangerà, appena finito di studiare. Ma poi va in camera e “nessuno si accorge”, pensa Livia, “che lei non ha mangiato nulla”. Alle nove la mamma di solito la chiama: “Sì ho appena mangiato, carne e verdure” risponde Livia sorridendo e la mamma finge di essere tranquilla. Dopo la telefonata, Livia non ha già più le forze di andare avanti e va a dormire. Tanto il giorno dopo si sveglierà di nuovo alle 4.

Il primo step fuori dal tunnel

Va ricordato infine che ogni esperienza e caso sono uno diverso dall’altro; le motivazioni che spingono a diventare anoressici cambiano a seconda dell’ambiente sociale in cui la persona vive. Così anche i comportamenti: da quelli più comuni, di tipo ossessivo, a quelli più particolari. In ogni caso, il primo passo è rendersi conto che qualcosa non va e che si ha bisogno di aiuto: questo determina una consapevolezza che funge da starter nel processo di guarigione. Un cammino ben lontano dall’essere rapido e indolore, ma che acquisisce “concretezza” non appena la persona finalmente dice “Non sto bene”.


FONTS

CREDITS

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *