Rinunciare alla maternità nel Medioevo: una scelta possibile?

Decidere di non sposarsi e di non avere figli è una scelta possibile per la donna di oggi, anche se spesso (per quanto velatamente) è considerata sinonimo di egoismo, incapacità di affetto, dedizione e sacrificio. È una scelta non facile, ma per lo meno possibile. Certamente, è ingiusto che una donna avverta pressione sociale e si senta costretta a spiegare (o a giustificare) le motivazioni delle proprie decisioni personali. I paradigmi sociali del giorno d’oggi, infatti, ci spingono ancora a chiedere “Come mai?” a chi afferma di non sognare il matrimonio e la maternità.

Ma quale sarebbe il parere di una donna che ha vissuto nell‘Alto Medioevo riguardo alle difficoltà incontrate da quella del 2000? Nonostante le discriminazioni collettive, la donna contemporanea che non vuole avere figli ha un ampio ventaglio per scegliere in cosa investire tempo e sforzi: intraprendere una proficua vita professionale, vivere cambiando spesso lavoro e residenza così da poter viaggiare in tutto il mondo, optare per non costruirsi un nucleo famigliare tradizionale condividendo la vita con amici e compagni di viaggio, etc… E alla donna medievale, invece, cos‘era concesso? Probabilmente, se una macchina del tempo la trasportasse nel nostro secolo, non capirebbe i motivi di rammarico della sua controfigura odierna, angosciata per l’incomprensione che le riserva la concezione comune.

Nell’Alto Medioevo, infatti, le famiglie consideravano i figli un bene economico. Non era assolutamente una rarità che i genitori promettessero in matrimonio i figli per garantirsi benefici, alleanze e profitti. Liutprando (re dei Longobardi e re d’Italia nel Settecento) aveva avvertito la necessità di ampliare il corpo di leggi durante il proprio regnato, con disposizioni che limitavano la tendenza dei genitori a dare in sposa le figlie prima del raggiungimento della maggiore età: 12 anni. Una delle Leggi di Liutprando, ad esempio, recita:

Re Liutprando (690-744)

“Riguardo alla fanciulla che, come abbiamo già detto, può legittimamente sposarsi a dodici anni, stabiliamo ora questo, che si può legittimamente sposare non quando entra nel dodicesimo anno, ma quando lo ha compiuto. Diciamo ora questo perché siamo venuti a conoscenza di molte liti in merito a tale questione e a noi pare che la cosa non sia matura prima che i dodici anni siano compiuti”.

Si evince chiaramente che quella di non aspettare il compimento del dodicesimo anno per far contrarre le nozze alla figlia fosse una pratica largamente adoperata, se il re aveva dovuto fare ricorso a normative che sancissero parametri precisi in merito alla legalità matrimoniale. Per la famiglia, infatti, dare in sposa una figlia significava non solo non dover più provvedere al suo mantenimento, ma anche ricevere la contro-dote che il marito si impegnava a versare a chi esercitava la podestà sulla ragazza (il suocero).

Nel Medioevo, le Leggi di Liutprando non costituivano un’eccezione: al contrario, numerose normative hanno prescritto e ribadito l’obbligo di attesa fino all’età adulta per la concessione delle figlie in sposa. Purtroppo, proprio il fatto che queste ammonizioni abbiano dovuto essere effettuate a più riprese e in un arco di tempo molto lungo, fa capire quanto frequentemente i genitori trasgredissero le regole. Per una donna del Medioevo, allora, non esisteva alcun ventaglio di scelte: il determinismo scandiva inesorabilmente la sua esistenza. Scegliere di sposarsi e con chi non le era possibile: la famiglia (e soprattutto il padre) tracciava rigidamente il suo futuro percorso di vita, e non poteva deviare dalla carreggiata destinatale. E se non le era riconosciuto il diritto di stabilire in prima persona se convolare a nozze o meno, figuriamoci quella di generare.

Ma non c’erano davvero alternative possibili alla maternità e alla soggezione personale e patrimoniale al marito? In realtà, il ventaglio di scelte si vedeva rimpolpato da un’altra possibilità. Fin dai primi secoli della cristianità, infatti, per una donna la vita monastica costituiva una scelta socialmente accettabile, eticamente ammissibile, e anzi resa eroica dalle privazioni che comportava la scelta della castità.

Se da una parte è vero che la vita monastica implicava un isolamento dal mondo, dall‘altra rappresentava l’unico modo per condurre una vita improntata alla socialità, in quanto la funzione matrimoniale e materna prevedeva fortissime limitazioni. Ovviamente, in questo caso si intende una socialità particolare, quella della vita associata fra donne che, oltre a consentire soddisfacenti rapporti interpersonali, concedeva la libertà di agire nei campi del sapere, della politica e dell’azione economica, altrimenti preclusi.

La storiografia dell’epoca, infatti, ci permette di ricostruire la quotidianità della vita in monastero, scandita da numerose attività che non contemplavano solo la preghiera, ma anche un impegno nella produzione letteraria, nella manifattura di beni e, soprattutto per le badesse, di gestione politica e commerciale dei monasteri. Molte comunità femminili, tra l’altro, ottennero l’immunità regia fra i secoli IX e X. Ciò significava che lo stesso monastero e tutti i suoi vasti possedimenti fondiari diventavano esenti dalla giurisdizione di conti e marchesi: l’amministrazione della giustizia, la riscossione delle imposte, la leva militare dipendevano perciò dalla comunità femminile titolare, guidata dalla badessa.

A questa figura autoritaria e potente, se ne affiancava un’altra, quella della canonichessa. Le canonichesse erano donne che entravano in comunità pronunciando solo i voti di castità e di obbedienza, non avendo pertanto l’obbligo di seguire integralmente la regola. Si trattava in genere di donne di estrazione aristocratica che potevano continuare a vestire abiti laici, disporre del proprio patrimonio, di un’abitazione personale e di servitori e che potevano entrare e uscire liberamente dal cenobio. Le comunità di monache e di canonichesse lottarono per ottenere privilegi che le mettessero al pari delle comunità maschili, così come combatterono per ottenere il diritto di eleggere autonomamente la propria badessa.

Tra le canonichesse del medioevo, una in particolare è ricordata in Germania per essere stata la

Roswitha (935-1002)

prima poetessa in lingua tedesca: Roswitha, del monastero di Gandersheim. Il suo impegno letterario annovera poemi storici, scritti spirituali e testi teatrali, nonché le Gesta Ottonis (965), la biografia di Ottone I, commissionatale dalla badessa Gerberga, nipote dello stesso imperatore. Molti riferimenti nell’opera di Roswitha dimostrano che non era un’autrice isolata, ma perfettamente inserita in un circolo intellettuale che gravitava intorno alla corte di Ottone I, dove trovavano posto altre donne dell’aristocrazia che avevano scelto di dedicarsi agli studi, vivendo come monache o come canonichesse nei monasteri femminili.

Queste donne avevano dovuto scegliere di rinunciare al matrimonio e alla maternità per potersi dedicare agli sforzi intellettuali e alla produzione letteraria. Per quanto una donna oggi possa avvertire la pressione del senso comune che non comprende la scelta di non procreare, non si ritrova certamente a dover affrontare delle scelte dicotomiche come quelle di una donna del X secolo. Ciò, può certamente risultare confortante, perché denota la forza dell’impegno femminile e la capacità muliebre di riuscire nella lotta per l’ottenimento dei diritti. La strada da percorrere è però ancora lunga, e questi risultati devono incoraggiarci, piuttosto che consolarci semplicemente.

 


Fonti:

Tiziana Lazzari, “Le Donne nell’alto Medioevo”

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