L‘Amazzonia in fiamme: l‘attività nociva dell‘uomo

L‘ Amazzonia brucia

La città di San Paolo in Brasile è piombata nell’oscurità alle quattro del pomeriggio questo lunedì 19 agosto. Il fumo che ha inondato l’intera città però proveniva da 2.700 km di distanza: era l’Amazzonia che stava bruciando, perdendo così il 20% della produzione di ossigeno del pianeta e il 10% della biodiversità mondiale.

Il presidente Bolsanaro e la teoria della vendetta

Da quest’anno in Brasile, rivela l’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile (Inpe), gli incendi sono aumentati dell’83% rispetto al 2018. “La situazione” afferma Marina Silva, attivista ecologica brasiliana «è fuori controllo e ciò che avviene è un crimine contro l’umanità». È questa l’accusa portata avanti contro il governo di ultra destra del presidente Jair Bolsonaro, che a partire dal suo mandato ha messo in pericolo l’ecosistema con attività di deforestazione. Il presidente inizialmente si è giustificato affermando che è normale in questo periodo l’aumento degli incendi, data la stagione secca, ma subito dopo ha accusato le organizzazioni non governative che si occupano della protezione della natura che, per via del taglio dei finanziamenti pubblici nei loro confronti, “appiccano fuochi per vendetta”: un‘accusa che però non è stata accompagnata da prove concrete.

Il WWF si mobilita

«A causa della deforestazione, la foresta amazzonica nel territorio brasiliano sta perdendo una superficie equivalente a oltre tre campi da calcio al minuto» scrive il WWF in un comunicato. Si tratta di una minaccia vitale per il più grande serbatoio di biodiversità del Pianeta, che rappresenta uno dei pilastri degli equilibri climatici.

Questa regione è storicamente conosciuta per l’uso del fuoco legato alla deforestazione. Secondo l’Amazon Research Institute (Ipam), i 10 comuni dell’Amazzonia con il maggior numero di incendi sono gli stessi con il maggior numero di disboscamenti. «La foresta» ricorda ancora il WWF «è un ambiente delicatissimo e irripetibile. Una volta scomparsa sarà scomparsa per sempre e nessun intervento di rinaturalizzazione potrà mai creare la straordinaria varietà, ricchezza e complessità di una foresta tropicale non violata dall’uomo».

Cause e conseguenze: la deforestazione

Gli incendi della foresta amazzonica sono dunque, ancora, causati dall’azione incessante e nociva dell’uomo: la deforestazione, aumentata in questo territorio del 67% in più rispetto al 2018; un’accelerazione che coincide con l’insediamento del presidente Bolsonaro.

La causa principale della deforestazione è quindi sempre di origine antropica: l’uomo taglia, disbosca e deturpa l’ambiente che ci circonda a scopi economici e di profitto, senza controllo. Ciò che viene da chiedersi è quale sia la conseguenza dei continui disboscamenti che oggi continuano ad attanagliare l’intera foresta amazzonica: la deforestazione aumenta il CO2 presente in atmosfera. Dal momento che la nostra fonte di ossigeno sono proprie le piante che da lì provengono, la loro eliminazione causa l’arresto della fotosintesi e l’aumento dell’anidride carbonica influenza il fenomeno dell’effetto serra. Allo stesso tempo, l‘estinzione degli habitat naturali e della biodiversità mette in pericolo la sopravvivenza dell’uomo stesso, la cui scomparsa è sempre più vicina.

Da dove nascono gli incendi?

La mancata consapevolezza porta le persone a formulare ipotesi errate, incentivate maggiormente dalle false testimonianze del presidente stesso; non sono il clima secco, il riscaldamento globale o l’aumentata temperatura che favoriscono lo sprigionarsi degli incendi. È sempre l’azione dell’uomo che appicca gli incendi per disboscare le foreste e creare così nuove terre coltivabili. E ovviamente gli incendi sono poi favoriti dalle condizioni climatiche del territorio. Tuttavia, il presidente Jair Bolsonaro afferma che i dati non sono così preoccupanti. Una posizione però in netto contrasto con l’Inpe, che ha invece fatto notare che il numero degli incendi è superiore alla media stagionale.

Uniti per #PrayforAmazzonia

La notizia dei vasti incendi che stanno devastando la foresta pluviale ha scosso l’opinione pubblica: #PrayforAmazzonia è il nuovo hashtag volto a sensibilizzare gli utenti sul dramma e la potenziale perdita della più grande riserva di ossigeno del nostro Pianeta, una riserva che noi stessi stiamo minacciando.

La minaccia alla biodiversità

In un contesto simile, non si può che ricordare l’altra grande fonte di vita continuamente minacciata dall’uomo: la biodiversità marina. Nell’ultima settimana la Norvegia e la Germania hanno interrotto i finanziamenti al fondo governativo brasiliano che si occupa della conservazione dell’Amazzonia, dopo che Bolsonaro ne aveva bloccato le operazioni accusandolo di usare i suoi soldi impropriamente. La Germania ha spiegato la sua decisione dicendo di non essere sicura che il governo brasiliano stia effettivamente cercando di riforestare l’Amazzonia: nelle ultime settimane infatti è emerso che la deforestazione sta avvenendo a ritmi molto più sostenuti rispetto a un anno fa, e nell’estate è più che raddoppiata rispetto all’anno scorso. La risposta del presidente brasiliano è suggestiva: «La Norvegia non è quella che uccide le balene al Polo Nord? Prenda quei soldi e aiuti Angela Merkel a riforestare la Germania».

Un finale suggestivo

Così interessi politici, economici, personali, incentivati da leader orgogliosi, ignoranti e inconsapevoli delle loro stesse azioni, sono messe in primo piano; intanto la foresta amazzonica continua a bruciare e le balene ad essere uccise. La biodiversità oggi è diventata un lusso che non tutti vogliono possedere.


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