Lo stregone vampiro che regge l’ordine dell’universo azande

Come ci spieghiamo la morte? Da 200.000 anni l’uomo prova a sciogliere il più minaccioso degli interrogativi che lo riguardano: perché moriamo? La religione fa risalire i motivi della nostra caducità al peccato originale; la scienza, dal canto suo, ha sviscerato la questione dandoci conto di tutte le ragioni che portano alla cessazione delle attività biologiche. Ma ci facciamo bastare queste risposte?

Gli Azande, gli abitanti del bacino idrografico fra il Nilo e il Congo, hanno imboccato un sentiero diverso per giungere alla risoluzione di quest’enigma assillante. La morte, per loro, è sempre la conseguenza di un atto omicida e, più precisamente, l’assassino a cui danno la caccia è uno stregone. Nel cuore dell’Africa centrale, quindi, non sono la malattia o la vecchiaia a spegnerci. Il responsabile di ogni trapasso è qualcuno che, senza nemmeno doversi impegnare nella pratica di riti magici o nella preparazione di pozioni letali, è capace di spedirci all’altro mondo. Il boro mangu (così gli Azande chiamano lo stregone), infatti, ha il potere di uccidere standosene tranquillo nella sua capanna.

Edward Evan Evans-Pritchard

Edward Evans-Pritchard, l’antropologo che all’inizio del Novecento era partito per il continente africano mettendosi sulle tracce di questo sicario della stregoneria, era riuscito a ricostruirne uno dei primi identikit nel suo “Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande”. Nell’aspetto lo stregone non presenta segni della sua condizione, sebbene sia possibile riconoscerlo dagli occhi rossi. Tuttavia, l’elemento che conferisce a questo killer le sue facoltà magiche è comunque fisico: il boro mangu conserva nel suo corpo una sostanza stregante, un materiale ovale e nerastro approssimativamente vicino al fegato, dicono gli Azande.

Non solo: è un elemento anche ereditario. La stregoneria, infatti, è trasmessa per discendenza unilaterale, di padre in figlio. Ciò significa che se un uomo è figlio di uno stregone, si porta dentro il terribile marchio della sostanza stregante, anche se può non farne uso, facendola restare inoperante e “fredda”, e in questo caso è difficile che venga annoverato fra gli stregoni. Agli Azande, insomma, non interessa sapere se qualcuno ha o no la sostanza fino a quando non c’è una vittima.

Ma come uccide uno stregone? Tramite un atto psichico. Per comprenderlo, bisogna premettere che secondo la filosofia zande in un uomo convivono due anime: quella del corpo e quella dello spirito. Lo mbisimo mangu (l’anima della sostanza stregante fisica) è capace di lasciare il corpo dello stregone e viaggiare cavalcando l’aria della notte, sotto forma di una luce vivida. Mentre lo stregone se ne sta a letto, l’anima della sua stregoneria raggiunge la preda e ne divora l’anima degli organi. Quindi quest’atto di vampirismo è incorporeo: l’anima della stregoneria mangia l’anima di una parte del corpo della vittima. Perché si verifichi, è sufficiente che lo stregone provi invidia o semplicemente astio nei confronti dello sfortunato. Per questo popolo africano è così che si muore.

Uno stregone azande

“La morte è dovuta alla stregoneria e deve essere vendicata” ha scritto Evans-Pritchard. Ogni volta che qualcuno passa a miglior vita, infatti, si innesca un articolato sistema di consultazione oracolare. Si tratta di quello che noi chiameremmo una sorta di tribunale, in cui l’esame dei morsi delle termiti sui rami e degli effetti di certi veleni sul pollame sentenziano sull’identità del colpevole e lo smascherano.

I famigliari del defunto interpretano questi fenomeni come precisi indizi che permettono di risalire al responsabile. Una volta identificatolo, mettono in pratica la così detta “magia di vendetta”. Non bisogna pensare a ritorsioni violente nei confronti dell’assassino: i congiunti della vittima si impegnano in una serie di riti e nell’assunzione di medicine (generalmente composti a base di vegetali) cui affidano il doveroso compito del castigo. Se dopo un certo tempo trascorso da queste procedure il presunto uccisore decede, allora significa che la magia di vendetta è andata a bersaglio e che il defunto è stato riscattato.

“Gli stregoni, come li concepiscono gli Azande, ovviamente non possono esistere. Cionondimeno, il concetto di stregoneria fornisce loro sia una filosofia naturale, attraverso la quale spiegarsi […] gli avvenimenti sfavorevoli, sia un mezzo immediato e codificato di reazione. Le credenze relative alla stregoneria racchiudono un sistema di valori che regolano la condotta umana”. Le parole del nostro antropologo riassumono le dinamiche sociali di cui stiamo parlando. In effetti, credere che la morte coincida inesorabilmente con un omicidio, nel caso degli Azande, mette in moto una serie di comportamenti sociali: la ricerca di un criminale e la sua punizione.

Ma siamo sicuri che queste pratiche e queste credenze siano estranee alla civiltà occidentale? Siamo certi di poterle ritenere così lontane dal nostro modo di regolamentare la società? Anche in Europa abbiamo temuto che dietro alla morte e alla malattia si celassero i praticanti delle arti magiche, e sono stati perseguitati dalle leggi perché ritenuti capaci di uccidere. Basti pensare ai roghi che dal 1400 al 1700 sono stati alimentati da corpi di donne sospettate di stregoneria, secondo i dettati del Malleus Maleficarum.

Streghe sui roghi

Sarebbe sbagliato, comunque, immaginare questi atteggiamenti collettivi come appartenenti al nostro passato non prossimo, come superati grazie al galoppare incessante della civilizzazione che ci avrebbe redenti da simili superstizioni, che oggi associamo all’ignoranza. Ad esempio, in molte aree rurali sopravvive (e sotto plurime forme) la credenza nel malocchio.

Così come succede nelle tribù degli Azande, si pensa che alcuni individui possano nuocere agli altri, meramente provando gelosia o livore nei loro confronti. In più, queste rappresentazioni collettive non sono circoscritte ai microcosmi della ruralità. Il timore che esista un nocciolo di verità nelle teorie cospirazioniste è diffuso a livello globale. Il meccanismo logico alla loro base è sempre lo stesso: l’immaginario suppone l’esistenza di un’entità sfumata che ordisce i sui piani (spesso per noi svantaggiosi) al di qua del sipario del nostro quotidiano. Un’entità sfumata che, come un boro mangu, agisce nelle tenebre segrete della sua capanna. Non ci resta che sentirci mostruosamente disarmati davanti al suo potere.

Bisognerebbe domandarsi come mai questo meccanismo immaginativo esista da così tanto tempo, e si ripresenti in molti momenti della storia e in molte zone della Terra. Forse dipende dal fatto che da sempre l’uomo avverte l’innato bisogno di ricondurre l’organizzazione apparentemente casuale dell’universo a un senso di ordine. Per proteggersi dallo sgomento che si prova davanti al caos, si è armato dell’inscalfibile scudo della cosmologia.

Con “cosmologia” gli antropologi indicano lo strumento attraverso il quale le persone considerano l’universo come entità organizzata. Si tratta, insomma, dello studio dell’ordine del cosmo. Spinti dall’angosciante necessità di ricondurre tutto sotto l’ala protettrice di spiegazioni accettabili e un ordine prevedibile, quindi, ci siamo lanciati nella disperata ricerca di motivazioni per tutto, e la religione e la scienza ci hanno teso la mano. Ci hanno offerto chiarimenti rasserenanti per il fragore di un fulmine, per il crollo dei grattacieli, per l’attività vulcanica, la malattia e la morte. In altre parole, non smettiamo mai di cercare una giustificazione per tutto ciò che ci nuoce e per l’inesorabile finitezza della condizione umana.

Manziga, uno dei capi Azande

Il guscio della cosmologia, però, non è poi così robusto. Siamo davvero riusciti ad accettare tutto, grazie alle esegesi religiose e scientifiche? Ci siamo spiegati anche la morte, è vero. Ma l’accettiamo? O continuiamo a concepirla come un’ingiustizia alla quale siamo inesorabilmente condannati? Come un’imperturbabile omicida che da millenni falcia spietatamente le nostre vite?

Come sostiene Michael Herzfeld: “Gli esseri umani devono sempre assegnare la responsabilità e la colpa”. Questo processo (uno fra gli strumenti per indagare il cosmo) viene chiamato teodicea e consiste appunto nella spiegazione dottrinale di ciò che si abbatte su di noi. Herzfeld spiega che: “Si tratta anche di un importante aspetto della costruzione di un mondo che sia per noi vivibile: se dobbiamo in ogni caso ammettere la colpa delle terribili condizioni del nostro mondo, o se non siamo in grado di spiegare le piccole e grandi tragedie che ci accadono in modo di non precluderci la speranza di un futuro migliore, dovremmo giudicare la nostra esistenza intollerabile. […] La disgrazia esige una spiegazione: evidentemente gli esseri umani cercano una rassicurazione di fronte al caos”.

Con questa premessa è più semplice capire l’irresistibile bisogno degli Azande di concepire la morte come un omicidio, la necessità di proteggerci dalle streghe dandole in pasto alle fiamme, il presentimento che qualcuno ci abbia lanciato il malocchio se ci capitano cose spiacevoli, la tentazione di dar retta alle teorie cospirazioniste. Tendiamo a spiegarci la sofferenza attraverso l’attribuzione della colpa, sostenendo che non è arbitraria. E qual è la sofferenza più grande che siamo costretti a sopportare, se non la morte? Potrà anche sembrare romanticamente paradossale, ma a quanto pare troviamo più logico pensare che uno stregone verrà di notte a trangugiare l’anima dei nostri cuori piuttosto che rassegnarci al fatto che moriremo perché è così e basta.


FONTI:

Edward E. Evans Pritchard,”Stregoneria, Oracoli e Magia tra gli Azande”, Milano, Cortina Editore, 2002

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