Quando il dolore diventa meraviglia: Artemisia e il Mausoleo

Cosa non si farebbe per amore? Certamente, gli elenchi delle cose che ciascuno di noi sarebbe disposto a fare per la propria metà sono lunghi, e la storia e la letteratura ci offrono esempi di amanti impavidi che si sono cimentati in mille e più imprese per amore. In tutte le storie, in tutte le fiabe, uno dei due innamorati affronta sfide insidiose, pur di salvare o di stare accanto all’altro. Ma non tutte le fiabe hanno un lieto fine, si sa. Questo è il caso di Artemisia II, antica sovrana greca del IV secolo a.C., la cui infelice storia commuove ancora oggi, ma non senza destare una certa inquietudine.

“Artemisia di Caria si prepara a bere le ceneri del marito Mausolo”, Francesco Furini, 1630 circa.

Artemisia sposò il proprio fratello, Mausolo, secondo un rituale non inconsueto nel mondo classico: i re, per mantenere pura la propria discendenza, prendevano in moglie delle donne cui erano legati da strettissimi vincoli di parentela. Mausolo era sovrano della Caria (una regione dell’attuale Anatolia) e fu dapprima satrapo della ricca Alicarnasso, divenendone in seguito tiranno grazie ad un colpo di stato ben escogitato. Eppure, quest’uomo, che godeva di sconfinate ricchezze, dal carattere ardimentoso, dal fisico forte e robusto e simbolo della vita, viene paradossalmente ricordato in relazione alla morte.

La sua scomparsa, infatti, gonfiò talmente di dolore il petto di Artemisia, che la regina si diede a manifestazioni estreme di afflizione. In un momento di disperata angoscia, infatti, chiese che le fosse preparata una bevanda con le ceneri dello sposo defunto. Ordinò di tritare le ossa di Mausolo, le fece mettere in una brocca dorata, insaporì la miscela con delle spezie e la ingerì per averlo ancora una volta dentro di sé e nella convinzione che nessun sepolcro, per quanto sontuoso e magnifico, potesse essere più degno del suo corpo. Diventò così un’urna vivente.

Per inciso, l’atto di inghiottire i resti dei defunti doveva essere una pratica diffusa nell’antichità, nel caso di legami intensi o per acquisire il potere e la forza di un capo deceduto dotato di facoltà ragguardevoli. Anche il nemico diventava pasto per la consumazione rituale: per esempio, come raccontano Livio e Plutarco, dopo la morte di Romolo non si trovò nemmeno un brano della sua salma. Queste pratiche, tra l’altro, non si sono mai estinte: in molte tribù del mondo contemporaneo, infatti, continuano a sopravvivere. In certe comunità in cui il passaggio all’età adulta è scandito dalla circoncisione, infatti, durante la cerimonia gli iniziandi sono chiamati a bere un preparato a base dei prepuzi tagliati durante iniziazioni precedenti. In questo modo, i novizi possono assorbire la forza, la saggezza e la virilità di chi, prima di loro, è diventato un uomo. In questo caso, l’incorporazione di qualcosa che supera la finitudine e la parzialità dell’individualità, instaura invece la continuità e la comunione. Artemisia ingoiò Mausolo probabilmente per gli stessi motivi: ristabilire quella continuità e quell‘indissolubilità che la morte aveva amaramente interrotto.

Ma questo gesto non la appagò completamente: volle perciò convocare a corte artisti provenienti da tutto il mondo, commissionando loro la costruzione di un imponente sepolcro in memoria dell’adorato marito, ignara del fatto che

Il Mausoleo fatto erigere da Artemisia ad Alicarnasso

la maestosa opera sarebbe diventata una delle sette meraviglie del mondo antico.

Si tratta di un monumento alto 46 metri, che vanta le firme di architetti come Scopa, Timoteo, Briasside e Leocare, e fu una delle primissime opere funerarie in cui appare il ritratto realistico del defunto. L’architettura commemorativa, che fu costruita ad Alicarnasso (nell‘attuale Turchia) da Pitide, fu però distrutta da un terremoto e oggi sono visibili solo alcune rovine. Inoltre, alcuni dei suoi resti rinvenuti dall’archeologo britannico Charles Newton durante una delle sue spedizioni, sono oggi conservati al British Museum di Londra.

Tali erano la magnificenza e l’imponenza della tomba di Mausolo, che ne parlarono molti storici dell’Antichità (Plinio il Vecchio, Aulo Gellio, Strabone e Cicerone) e che il termine “mausoleo” venne poi impiegato per indicare tutte le grandi tombe monumentali. Insomma, se alcuni cimiteri sono talmente monumentali da richiamare il turismo al pari di altre forme d’arte, se il ricordo post mortem di un uomo è affidato ai marmi che fregiano la sua cappella, il merito è di una grande donna innamorata: la nostra Artemisia.

“Artemisia riceve le ceneri di Mausolo”, Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, 1634.

Molti artisti si riferirono a lei come modello d’amore sconfinato e sincero. Oltre agli storici e ai letterati, anche numerosi pittori immortalarono l’antica sovrana, affascinati dalla dismisura dei suoi sentimenti, immortalandola spesso nell’atto di bere le ceneri dello sposo. Rembrandt, l’artista olandese del XVI secolo, addirittura, eseguì un’opera con cui esprimeva a sé stesso l’augurio che alla sua morte, la moglie Saskia bevesse le sue ceneri in segno di amore e fedeltà, proprio come aveva fatto Artemisia. Infatti, a partire dal loro matrimonio (avvenuto nel 1634), l’autore scelse di effigiare la moglie, calandola in diversi panni. Il messaggio sotteso a queste raffigurazioni era sempre il medesimo: ogni opera parlava della loro storia d’amore.

Quindi, il quadro di Saskia vestita da Flora celebrava la fecondità della coppia, quello con Saskia prostituta accanto a Rembrandt che brinda celebrava la loro felicità, e così via. Nell’anno stesso in cui convolarono a nozze, Rembrandt volle dipingere l’amata sotto le spoglie dell’antica regina Artemisia, nell‘atto di ricevere la bevanda con le ceneri che aveva ordinato. In quest’occasione, quello che il pittore voleva celebrare era la loro fedeltà. Rembrandt, realizzando il dipinto, di vide se stesso al di là della morte (eccolo che appare, là in fondo, nell‘oscurità della morte) e immaginò la disperazione della compagna. Come sappiamo, però, il destino decise altrimenti, disponendo che Saskia morisse prima del marito. Ma questa è un’altra storia.


 

FONTI:

Galleria dei Dipinti Antichi

aRT&more

Stile Arte

CREDITS:

Copertina

Immagine 1

Immagine 2

Immagine 3

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *