Capitalocene: definizione e conseguenze

La storia lunga miliardi di anni del nostro pianeta è divisa in ere geologiche. Ognuna di esse abbraccia un periodo di centinaia di milioni di anni ed è caratterizzata da particolari sviluppi nell’aspetto, nel clima e nella biosfera della Terra. Secondo la classificazione tradizionale in questo momento ci troviamo nel cenozoico, più precisamente durante l’Olocene.

Tuttavia, rispetto ai tempi sconfinati che ci hanno preceduto, ora sulla terra esiste una novità recente mai stata presente prima: la presenza e l’azione umana.

Fin dalla sua comparsa nel mondo, infatti, l’homo sapiens ha iniziato a modificare e plasmare la natura attorno a se in modo sistematico e cosciente. Nessun altro animale lo fa. Gli studiosi hanno quindi iniziato a pensare di modificare il classico sistema di classificazione delle epoche geologiche per tenere conto dell’operato umano.

Si parla di Antropocene per indicare l’epoca in cui l’attività umana è diventata sufficientemente intensa da modificare i processi geologici. Lo storico americano Jason Moore ha voluto rettificare e ampliare questa visione introducendo il concetto di Capitalocene.

Il Capitalocene, fase suprema dell’antropocene?

Il concetto di Capitalocene si differenzia da quello di antropocene postulando che non sia l’essere umano ad aver cambiato la natura, ma il capitalismo. Nel suo libro “Antropocene o capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria” uscito nel 2017, Moore utilizza delle categorie di analisi marxista per descrivere come il capitalismo abbia cambiato il rapporto tra uomo e natura.

In particolare, si sofferma sul come i processi di produzione capitalistica siano passati dallo sfruttamento della natura a una sorta di creazione industriale della stessa. Il fine è sempre quello della produzione, e l’ideologia capitalista arriva a trattare la natura come una delle tante fasi dell’infinito processo di accumulazione del capitale. Secondo Moore un effetto del Capitalismo sulla nostra esistenza è quello di aver creato una divisione netta tra uomo e natura, ponendo questa e la civiltà in due “scatole separate”.

Dall’essere al fare

Questa distinzione che tra antropocene e capitalocene può sembrare un’inutile sofisticazione, ma non è così. Le implicazioni di porre la causa dei cambiamenti geologici non sulla specie umana ma su un metodo di produzione che essa attualmente utilizza sono molteplici. Innanzitutto, si elimina l’alone di inevitabilità che può accompagnare il concetto di antropocene. Sostenendo che siano gli esseri umani come specie a produrre certe conseguenze potrebbe infatti far pensare che ciò sia parte della nostra natura, e, pertanto, inevitabile.

Dire invece che sia il capitalismo ad aver modificato radicalmente il nostro rapporto con la natura può aprire alla possibilità ad un cambiamento.

Il capitalismo è infatti un tratto storico e non biologico dell’essere umano, e come tale si può modificare. In secondo luogo, questa definizione è molto più centrata storicamente, l’essere umano è infatti sulla Terra da più di centomila anni, ma i primi veri cambiamenti geologici su larga scala prodotti dall’umanità possono essere datati solo a partire dal diciannovesimo secolo. Insomma, tra antropocene e capitalocene c’è la differenza che può esserci tra l’essere (umano) e il fare (capitalistico).

Conseguenze del capitalocene

Abbiamo detto che entrambi i concetti di antropocene e capitalocene ruotano attorno all’idea che l’essere umano stia modificando i processi biologici. Già, ma come?

Modificare non significa necessariamente peggiorare: gli esseri umani talvolta apportano modificazioni benefiche all’ambiente come l’istituzione di riserve naturali oppure azioni di zootecnica per preservare una specie. Tuttavia, le azioni riferite alle esigenze del capitalismo sono quasi sempre negative.

Secondo Moore, infatti, il passaggio da società agraria a società industriale ha fatto in modo che il fattore di produzione principale non fosse più la terra ma il lavoro. Si parte non più dalla quantità di terra disponibile per generare un certo output, ma da quella di lavoro. Questo produce uno sfruttamento della natura ben peggiore perché la quantità di risorse naturali a disposizione non è più un dato fisso ma può essere incrementato con la tecnica. Ecco allora che nascono gli allevamenti intensivi, la deforestazione, e la distruzione sistematica di interi habitat.

Secondo molti studiosi, anche la pandemia da Covid che stiamo vivendo può essere inserita in questo quadro. Lo sconvolgimento degli ecosistemi genera infatti le condizioni affinché nuovi virus possano diffondersi. La deforestazione e altri processi simili aumentano di fatto il grado di interconnessione tra specie animali che normalmente non convivrebbero. Questo aumenta il rischio di “salto di specie” di un virus tra animali diversi fino ad arrivare all’uomo.

Padroni del nostro destino

L’umanità è ormai diventata un fattore geologico e da questo non si può tornare indietro. Tuttavia, a differenza di vulcani, ghiacciai e meteoriti, noi esseri umani siamo dotati di coscienza, di pensiero critico. Non sappiamo se il capitalocene sarà definitivamente un’epoca geologica come quelle precedenti, se le cicatrici che stiamo lasciando sul nostro pianeta saranno eterne. Possiamo però decidere la direzione in cui andare, studiando e intraprendendo un nuovo modello di sviluppo basato sulla convivenza tra uomo e natura come parte di un unico sistema-mondo.

 


Fonti:

concetticontrastivi.org

https://www.scienzaefilosofia.com

it.wikipedia.org

jacobinitalia.it

Credits:

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