Cronache di uno stagista disperato

Caro diario, domani, finalmente, dopo anni, anzi, decenni di studio matto e disperatissimo sarà il mio primo giorno di lavoro.

Evviva! Ho colto un’occasione irripetibile, una di quelle che ti capitano una volta nella vita. Da domani farò parte di una super azienda finanziaria (di cui però non posso fare il nome. Per questione di privacy han detto; strano però, in più che gli faccio pubblicità) leader nel suo campo a livello nazionale e internazionale. Non vedo l’ora.

Day 1

Ci siamo, si parte. Sveglia ore 7.00, colazione veloce, mi lavo e mi cambio in tempo zero e carico come una molla mi precipito alla metropolitana. Dieci fermate dopo scendo, un bagliore clamoroso mescolato al rumore frenetico della city appare davanti a me: sono arrivato. Di fronte al sottoscritto si innalzano i grattacieli dove uomini e donne passano tutto il giorno sommersi di numeri, calcoli, azioni, variabili ecc. ecc. Ah, che vita!

Piano 25, porta 4: quella è la mia azienda. Oh dio, ho detto “mia”, mi sento già parte di questa grande famiglia. Mi presento alla segretaria, le porgo le mie referenze e con un sorriso enorme le spiego che oggi è il mio primo giorno. Sorriso che si infrange in pochi secondi quando al telefono comunica al superiore che “È arrivato un altro stagista.

Alla parola stagista un brivido freddo e punzecchiante mi ha attraversato la schiena. Ma tranquillo, dico tra me, lo sarai solo per 2 mesi, te lo hanno detto loro, dopodiché passerai di livello. Fidati e prega fino alla fine.

Ecco il capo. Stretta di mano rapida e fredda, un saluto timido e subito mi mostra la mia postazione. Ci sono altri quattro o cinque ragazzi nella mia situazione. Briefing di 10 minuti, un paio di presentazioni e subito una sciacquata di capelli tanto per far capire che qui non si scherza.

Si passa alle cose formali: orario di lavoro e retribuzione. Da documenti ricevuti il contratto prevede 6 ore giornaliere, sabato e domenica liberi, nessun tipo di straordinario concesso, permessi e ferie di diritto e accumulabili al prezzo di 600 euro mensili. Sembrerebbe un bel compromesso. Non perdo tempo, firmo subito. Dentro di me una vocina: “Bravo scemo, hai appena detto addio alla tua dignità e firmato una sorta di condanna a morte”.

Non ci faccio caso.

Settimana 1

È passata una settimana. Ho totalizzato settantacinque ore settimanali di lavoro, saltato tre pause pranzo, partecipato a due meeting, lavorato un sabato intero e ho sostituito due miei colleghi in malattia. Questi sono stati i primi sette giorni. Sono sopravvissuto, per ora, a questo frenetico mondo. Mi complimento con me stesso e, spossato e privo di energie, mi faccio forza per affrontare la seconda settimana.

Mese 1

Aumenta tutto: la mole di lavoro, la pressione, le ore lavorative, le pause pranzo saltate, gli attacchi d’ansia e gli insulti ricevuti. Qualcosa però diminuisce: le ore di sonno, la mia vita sociale, la pazienza, il mio peso e la voglia di lavorare. C’è una buona notizia: oggi arriva paga! La mia prima retribuzione, che bello. Ogni mezz’ora assalgo l’app del mio conto corrente per vedere i 600 euro promessi e meritati.

Eccoli, qualcosa si è sbloccato, ma non quello che mi aspettavo. Vedo un +530 euro. dove sono finiti i 70 euro mancanti?

Mistero… Sono ancora un novellino per provare ad alzare la voce e chiedere informazioni, così mando giù questa brutta sorpresa.

“Vedrai, ti stai impegnando, prossimo mese andrà meglio e ti rinnoveranno il contratto come promesso” – mi dicevo dentro di me con un nodo in gola.

Mese 5

Si è vero, il contratto mi è stato rinnovato ma non nel mondo in cui speravo. Dai fantasmagorici 600 euro mensili sono arrivato a 750. Ma come mi aspettavo, quell’aumento corrispondeva a un ennesimo aumento di lavoro, responsabilità, violazioni, mancanze di rispetto, nervosismo e molto altro ancora. È qui che realizzo di essere finito in una giungla e non in un ufficio “dinamico, amichevole, giovane e intraprendente” come leggevo nell’inserzione della domanda di lavoro.

Sono più di tre settimane che non vedo i miei famigliari e i miei amici. Non so più cosa significhi la parola pace o calma. Gli occhi sono sommersi non da borse, ma da valigie ormai. Alla mattina anziché latte e biscotti, prendo vitamine e integratori. La sera prima di dormire, un paio di gocce di valeriana e si dorme che è un piacere.

Anno 1

Ebbene sì, è passato un anno. È cambiato qualcosa? Nulla. Paga che non raggiunge nemmeno i 1000 euro, in dodici mesi ho fatto di cinque giorni di ferie, non ho ancora un contratto a tempo indeterminato e la mia vita è ripetitiva, monotona e dannatamente dura.

Ma oggi, ho preso una decisione.

Sì, voglio licenziarmi. Perché? Non lo so, lo fanno tutti qui. Arrivano, stanno qualche mese (massimo sei), e poi come per magia spariscono e cambiano azienda alla velocità della luce. Oggi voglio provare anche io questa ebrezza. Mi dirigo dal capo, lo avviso della mia decisione irremovibile e con la speranza ti sentirgli pronunciare parole del tipo: “Se ti offriamo di più resti?”, mi sussurra senza problemi: “Ok, buona fortuna”.

Non reagisco, almeno esternamente.

Prendo le mie cose, do qualche consiglio al ragazzo che mi era stato affiancato qualche mese fa a mia insaputa e mi dirigo verso l’uscita. Nel percorrere il corridoio che dà all’uscita mi affaccio nella sala d’attesa, dove decine di giovani ragazze e ragazzi attendo il loro colloquio. E come farebbe il Papa, allargo le braccia in attesa di una forza divina, faccio a loro il segno della croce ed esclamo: “Condoglianze”.

 


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