L’impatto psico-sociale dello smart working: per quanto ancora reggeremo?

A un anno di distanza dall’inizio dell’inferno dovuto al Covid-19 possiamo tirare le somme di quello che è stato uno dei primi metodi applicati al mondo del lavoro per contrastare la diffusione del virus e allo stesso tempo per non fermare la macchina dell’economia: lo smart working.

All’inizio sembrava la risposta a tutto. C’è stata una corsa all’armamento delle postazioni di lavoro tra le mura domestiche. Più gli impiegati riuscivano a lavorare da casa, meglio era per tutti. Per le aziende, a parte qualche faccenda burocratica in più, non sembrava essere un grande problema non vedere gli impiegati seduti ore su ore in ufficio, in quanto i risultati arrivavano anche comodamente da casa.

A un certo momento, pareva che fosse in corso una sorta di rivoluzione nel mondo del lavoro. Gli italiani e le aziende si erano svegliati. Erano approdati su un altro pianeta. Un pianeta che, però, è stato scoperto molti anni prima da altri Paesi (soprattutto quelli nordici). Da maggio 2020, quando gran parte delle aziende è tornata ai posti di combattimento, un buon numero di persone alle quali si chiedeva: “Tornato al lavoro?”, rispondeva in maniera quasi scontata: “Si, ma sono in smart working”. Era la regola. Il lavoro agile, così tenuto all’oscuro dai grandi capi per paura di vedere il loro profitto declinare per via delle troppe insidie che si celano tra le mura domestiche dei loro lavoratori, in quel momento era diventato oro.

Pro

Sveglia posticipata, ambiente familiare e risparmio economico sono solo alcuni degli aspetti positivi che questa scoperta ha portato con sé. Ancora più rilevante è il fatto che la maggior parte dei lavoratori ha dimostrato che lavorare da casa li ha resi più efficienti e dinamici.

Uno studio di Lenovo, sostenuto a maggio 2020 (Technology and the Evolving World of Work), lo dimostra: il 63% degli intervistati dichiara che lo smart working li rende più produttivi e che il 52% di essi è convinto di voler continuare ad adottare questo cambio di rotta. Insomma, anche i numeri sono dalla parte dell’innovazione. Come sempre.

I vantaggi individuali sono vari e soggettivi, ma alcuni sono molto comuni. Tra questi il risparmio economico in termini di carburante, che comporta un abbassamento drastico dei livelli di inquinamento dovuto alle poche macchine in circolazione. Oppure l’azzeramento del tempo impiegato nel tragitto casa-lavoro, passato da una media di 30 minuti ai pochi secondi che ci sono tra la camera da letto e la nuova postazione di lavoro.

Non si dimentichi che i mezzi pubblici sono diventanti meno affollati e più vivibili soprattutto in tempo di pandemia, proprio grazie all’azione dello smart working. E non è poca cosa, visto che ancora oggi si parla del problema dei trasporti pubblici come uno dei più grandi autori della trasmissione del contagio tra le persone.

Quasi azzerati i costi del viaggio, poco ci manca anche per quelli dovuti alle pause pranzo, per esempio. Per chi magari doveva sborsare tutti i giorni circa 13,50 euro (media calcolata nel 2015) per il pranzo, ora tale spesa non viene più sostenuta, o almeno non completamente. Tenendo conto di questo dato, si può calcolare un risparmio di circa 270 euro al mese (con cinque pasti a settimana per quattro settimane al mese).

Ovviamente i vantaggi non sono da considerare solo a livello economico. Diversi sono anche quelli legati all’aspetto umano. I genitori, per esempio, hanno la possibilità di accudire e restare a contatto tutto il giorno con i propri figli. Possono seguirli maggiormente e godersi finalmente un po’ di quel tempo insieme a loro, che il lavoro tante volte gli ruba.

Oltre a questo, non è da sottovalutare la possibilità di trovarsi in un ambiente al cento per cento familiare, con il quale le persone si sentono a loro agio e senza avere letteralmente il fiato sul collo di colleghi e datori lavoro. Insomma, qualche spazio di tranquillità in più sotto questo punto di vista.

Inoltre, come anticipato prima, la rendita lavorativa non è mancata, anzi. La maggior parte di coloro che hanno intrapreso la strada dello smart working ha dimostrato che i risultati, in termini di raggiungimento obiettivi e di denaro, sono sempre arrivati e non sono mai stati inferiori alle aspettative.

Contro

Come tutti i fenomeni sociali ed economici anche il nostro nuovo amico, detto lavoro agile, presenta qualche punto critico.

Da un punto di vista esclusivamente lavorativo è facile intuire che il fatto di avere l’ufficio a portata di mano esponga il lavoratore a un monte ore giornaliere e settimanali maggiore rispetto a quando sedeva nel suo bureau abituale. Il richiamo del computer è più forte quando lo si ha a portata di mano. E conduce, alle volte, a utilizzarlo anche fuori dall’orario lavorativo.

Anche per esperienza personale, quando si avvicina l’orario al quale siamo abituati a staccare e timbrare l’uscita, si finisce con il prolungare di molti minuti la fine della giornata lavorativa. Per il fatto, forse, di essere già a casa, di non doversi preoccupare magari del viaggio di ritorno e perché, probabilmente, non si sente in maniera forte la nostra volontà e necessità di staccare la spina dall’ufficio vero e proprio dopo una dura giornata.

A livello umano e personale, non è sempre ben visto il fatto di ritrovarsi a passare praticamente ventiquattrore a casa. Se prima era necessario staccare dal lavoro come accennato sopra, ora è diventato utile il contrario, cioè staccare da casa e cambiare aria.

Inoltre, vengono meno le interazioni sociali, che all’interno di un’azienda, piccola o grande che sia, sono la valvola di crescita, di confronto e di condivisione di un gruppo di lavoro. Non c’è più quel botta e risposta viso a viso, ma chiamate, messaggi ed email fanno da tramite alle conversazioni di lavoro e non.

Quanto reggeremo?

La domanda posta nel titolo è chiara: quanto reggeremo? O meglio ancora, è davvero così sostenibile e vantaggioso lo smart working?

Alcune perplessità sono state avanzate anche da personaggi di rilievo politico. Si pensi, per esempio, al sindaco di Milano Sala, che ha fatto giustamente notare che i migliaia di lavoratori della città sono coloro che aiutano a tenere in equilibrio l’economia della città stessa. Si pensi agli introiti dei bar, dei ristoranti, dei caffè o dei tabaccai, che si creano anche grazie alla presenza sul territorio dei lavoratori.

La questione consiste nel comprendere se è giusto credere in questa attività, e quindi approcciarla con uno sguardo al futuro per migliorarne le criticità e moltiplicarne i vantaggi, oppure lasciarla in un angolo, come si è fatto fin ora, e rimandare a data da destinarsi il suo completo utilizzo.

Molte aziende italiane hanno confermato la continuità del lavoro agile senza aver dubbi. Altre invece sono più titubanti e strizzano l’occhio alla vecchia tradizione del lavoro in presenza sul posto.

I pro e i contro elencati prima fanno parte di un cerchio molto più ampio e fanno sì che lo smart working crei dei dubbi sia ai proprietari delle aziende che ai loro lavoratori sul suo utilizzo. Vantaggi e svantaggi sono ben visibili e tangibili (soprattutto nei grandi conglomerati urbani) sia per chi li prova in prima persona sia chi da spettatore esterno. Il punto è comprendere come si possano combinare insieme e se in effetti siano reciprocamente sostenibili.

Sarebbe una beffa se alla fine tutto ciò arrecasse danni e ingiustizie ai lavoratori, ma, allo stesso tempo, è corretto puntare e massimizzare i suoi benefici sia a livelli micro sia macro.

Senza dubbio, l’impatto che ha avuto sulle nostre vite è stato e resta rilevante. Che sia l’inizio di una nuova visione del lavoro nel nostro Paese è cosa dubbia, ma non esclude che in breve tempo, tra incentivi e spinte dettate da politiche sociali e ambientali, ciò non possa prendere sempre più piede.

 

Fonti:

ilsole24ore.com

Repubblica.it


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