Tra Black Lives Matter e Iconoclastia. Intervista ad Orazio Maria Gnerre.

Questo 2020 verrà ricordato sicuramente per molto, molto tempo. A maggio di quest’anno, come è tristemente noto a tutti, George Floyd, cittadino statunitense, è stato brutalmente ucciso da un poliziotto americano. La sua uccisione ha scatenato l’ira di moltissimi cittadini statunitensi e dell’intera comunità afroamericana, stanca del razzismo che subisce quotidianamente.

Sulla scia delle proteste nate, si è iniziato a mettere in discussione la propria società e il proprio passato, arrivando alla rimozione delle statue su cui tanto si è discusso in questi ultimi giorni. Si è divisi tra chi sostiene si tratti di iconoclastia e chi invece supporta il processo di rimozione, arrivando fino in Italia con la richiesta da parte dei Sentinelli di rimuovere la statua di Indro Montanelli a Milano.

Abbiamo chiesto ad Orazio Maria Gnerre, politologo, studioso di diversi fenomeni riguardanti la politica internazionale, la sua opinione rispetto alle proteste del movimento Black Lives Matter e il suo pensiero in merito al fenomeno delle statue.

L’intervista ad Orazio Maria Gnerre

Cosa pensi del movimento Black Lives Matter? Come pensi si possa evolvere?

Come tutti sappiamo, Black Lives Matter è nato come movimento di protesta nei confronti delle violenze che la comunità afroamericana spesso si trova a subire. Mi sembra un ottimo motivo per protestare o richiedere dei cambiamenti sistemici radicali. Non sono in grado di dire con esattezza come esso potrebbe evolversi: già il fatto che esso abbia superato una certa soglia, che è quella della mera rivendicazione, iniziando a scendere per strada con proteste più veementi, fa capire come queste cose mutino in fretta.

Credo che la domanda, oggi, debba focalizzarsi più che sui metodi e sulle forme organizzative, sulle richieste e sulla percezione del problema. In poche parole, su come Black Lives Matter, che ad oggi sembra una realtà istituzionalizzata, inizierà ad interpretare la questione razziale negli USA. Credo che un grande passo avanti che questo movimento potrebbe fare sarebbe quello di riconoscere le profonde cause strutturali di una certa discriminazione che gli afroamericani debbono subire. Com’è stato fatto frequentemente notare, negli USA i neri ed i bianchi sono tecnicamente equiparati dalla legge. Il motivo per cui sono fondamentalmente ineguali è quello per cui la maggior parte dei neri, vissuti in un regime schiavistico fino all’altro ieri e quindi entrati solamente dopo nell’arena della competizione economica come attori indipendenti, sono effettivamente spesso economicamente retrocessi.

Le statistiche sulla povertà negli USA sono lì a provarlo. È chiaro come questo si rovesci anche in un razzismo culturale, anche da parte di elementi della società bianchi ma non abbienti, magari a loro volta vittime di un processo di retrocessione della classe media. Tutto ciò non nega come negli Stati Uniti esistano un sentimento razzistico profondamente radicato, che nasce da una storia nazionale molto particolare. Serve però a comprendere le cause per cui questo sentimento ancora oggi si riproduce.

Senza questo punto di vista, qualsiasi battaglia contro nomi, immagini, percezioni sarà semplicemente un modo con cui un sistema socioeconomico squilibrato saprà ripulirsi in maniera sempre più capillare senza però doversi veramente ripensare. Quando sarà stata cestinata l’ultima rappresentazione di una storia nazionale razzistica, le diseguaglianze economiche su cui eventualmente non si sarà intervenuti rimarranno le stesse. Credo che su questo dovrebbe riflettere Black Lives Matter.

Antifa come forma di terrorismo in USA. Ha senso vederla in questo modo?

Credo si sia trattato più che altro di una boutade del presidente Trump, più che altro perché, come sappiamo, il termine è un’abbreviazione di “antifascista”, e quindi è uno slogan dietro il quale si riuniscono non solo gruppi tra i più disparati, ma anche persone assolutamente slegate tra loro. Mancano chiaramente tutti i presupposti per poter applicare una decisione del genere.

Che cos’è per te l’antifascismo? Sapresti darne una tua definizione?

Sono massimamente sincero: non saprei darne UNA definizione. E questo poiché ritengo che non esiste una definizione di fascismo. Cerco di essere più chiaro: ovviamente il fascismo è un fenomeno storico-politico ben delimitato nello spazio, nel tempo e nell’ideologia. Nel tempo si è cercato di negare questo fatto, partendo dalla celebre critica secondo cui non sia esistita un’ideologia fascista, poiché tutti i gerarchi italiani la pensavano in modo più o meno diverso e tutti i regimi storici sedicenti fascisti avevano culture e pratiche abbastanza differenziate.

Credo che ciò non cambi però la realtà dei fatti secondo cui sia possibile definire in termini generali cosa il fascismo sia stato. Nessuno si sognerebbe, ad esempio, di dire che il comunismo ed il socialismo reale non siano delle categorie interpretative della storia politica solo perché Kautsky e Lenin leggevano diversamente Marx, o perché molti governi comunisti hanno “liberamente interpretato” (per usare un eufemismo) il Manifesto e il Capitale. Penso che tutto sommato il totalitarismo statalista non-internazionalista con una determinata mistica dell’azione (per ridurre tutto veramente al massimo) possa essere una definizione sintetica del fascismo storico.

Il problema, come sappiamo, è che dal dopoguerra in poi la definizione di fascismo è esplosa, poiché diverse ideologie che lo hanno storicamente avversato ne hanno dato una definizione molto parziale e di comodo. Ad esempio, la Terza internazionale comunista definiva il fascismo come braccio armato del capitale finanziario. Che ciò sia stato vero o meno nel XX secolo, diviene difficile classificare a questo modo i movimenti cosiddetti neofascisti. Oppure, dagli anni Settanta in poi, il termine ha assunto anche il significato di “autoritarismo”, ma così diverrebbe difficile non comprendere nella definizione la maggior parte delle esperienze comuniste del secolo passato. Cosa che peraltro alcuni nella sinistra radicale fanno.

Infine, a complicare tutto, vi è l’interpretazione parossistica di Eco sull’Ur-fascismo, per cui tutta una serie di categorie politico-ideologiche molto generali andrebbero a comporre il quadro di ciò che non solo è fascista dopo il fascismo storico, ma di ciò che lo è stato addirittura prima.

Siamo chiaramente ben lontani da una disamina lucida. Per quanto mi riguarda, ben vale oggi la definizione pasoliniana sull'”assenza di fascismo”. Come ben scriveva Pasolini, ciò non vuol dire che oggi non esistano problemi, o che siano minori di quelli del secolo scorso. Ma è proprio l’incommensurabilità della gravità delle condizioni di libertà e sicurezza personale e sociale nelle quali viviamo che ci dovrebbe spingere a comprendere realmente il momento presente, senza facili autoassoluzioni che passano per il combattere contro i mulini a vento o gli spettri del passato, che poi è la stessa cosa.

Cosa pensi dell’iconoclastia? Pensi sia giusta la richiesta di abbattere le statue? Si può parlare di rimozione storica? C’è differenza tra ciò che sta accadendo oltreoceano e le richieste europee?

Personalmente, e lo dico senza mezzi termini, penso che siamo di fronte ad un fenomeno di idiozia generalizzata. Questa risposta ha deviato le proteste verso un modello più “socialmente accettabile”. Certo, qualcuno potrà sempre scandalizzarsi, ma in fondo l’abbattimento delle statue fa parte di quel processo di autoassoluzione di cui abbiamo già parlato.

Siamo di fronte ad un Occidente che non sa più come sopravvivere ad una crisi economica più che decennale, con un sistema sociale nel quale aumentano le divergenze tra classi popolari e detentori della ricchezza reale, ed in questo stato di cose alcuni popoli un tempo subordinati si affacciano come nuovi attori sullo scenario storico e internazionale. È chiaro che, più che fare i conti reali col proprio passato, che significherebbe anche comprendere strutturalmente i processi storici che hanno costruito l’Occidente così com’è adesso, esso preferisce autoepurare la propria storia per rimanere coerente con l’immagine di promotore per eccellenza di democrazia e libertà.

Il fatto però è che, come hanno dimostrato molti autori, questa verve universalistica occidentale si manifesta sempre come un attacco all’alterità, garantito da una presunta superiorità morale. Ora che questi attacchi si sono consumati nello spazio, con un livello di paranoia tra i più alti in assoluto, con sanzioni e rotture diplomatiche in ogni direzione geografica possibile ed immaginabile, questi si manifestano nel tempo. Non ha avuto torto il celebre storico Alessandro Barbero quando ha definito tutto questo come una forma di “imperialismo verso la storia”.

L’Occidente, come entità esistenziale, è fondamentalmente incapace di confrontarsi con la differenza, che è la condizione patologica di chi in fondo non sta nemmeno bene con sé stesso. Esso ha tagliato tutti i ponti con la precedente civiltà europea e cristiana, quando guarda indietro nel tempo non vi si riconosce più. L’unico atteggiamento però che riesce ad applicare nei suoi confronti è quello che ha già messo in pratica verso altri popoli, culture e religioni: l’annichilimento. Come in ognuno dei casi precedenti, tutto questo è fatto con le migliori e più suadenti parole, con l’etica umanitaria, con la denuncia della violenza, ma in realtà cela in nuce un atteggiamento essenzialmente più violento, più escludente e più nichilistico.

Non è un caso che il reindirizzamento delle proteste verso questi risultati è frutto dell’influenza nefasta che è stata impressa da una certa categoria “colta”, istruita, urbana e preponderantemente bianca. Ha poco a che vedere con le questioni economiche e sociali reali.

Cosa potrebbero comportare nel tempo queste decisioni?

Il vero rischio sarà quello dell’impossibilità dello sviluppo di una riflessione dialettica, complessa sulla storia. Quando dico storia non voglio nemmeno parlare della compilazione quantitativa di dati reali, ma di una narrazione collettiva generalizzata.

Prendiamo il caso della statua più volte vandalizzata di Churchill a Londra. È un dato di fatto che egli abbia realmente operato delle repressioni sanguinarie sugli abitanti dell’India. È più che un bene che la storiografia contemporanea stia studiando e sottolineando questi aspetti. D’altronde non è possibile pensare all’Inghilterra per come la conosciamo noi senza la figura centrale di questo personaggio. Questo cosa vuol dire? Semplicemente che non si può scegliere della storia ciò che preferiamo e conservarlo, ricostruendo da zero una narrazione nazionale. È senz’altro possibile ricostruire questa narrazione nel tempo, ma questo dev’essere opera di un complesso incontro tra punti di vista diversi che costruiscono con il confronto una maggiore sintesi culturale.

Oggi viviamo in una condizione sociale schizofrenica, in cui stanno aumentando in intensità le inimicizie politiche. Questo però non esplode (per ovvie ragioni e per fortuna) nella violenza, e nemmeno viene sanato dal dibattito. Per di più, queste divisioni non sono mai date da una complessa strutturazione ideologica dei gruppi in questione, come pure poteva accadere il secolo scorso. Siamo di fronte alla manifestazione, attraverso eventi che sono sempre più meri flash mob da far rimbalzare sui media e sui social, delle bolle virtuali nelle quali siamo immersi nei social. Siamo sempre più calati in una realtà dove il concetto di “bloccare” (per riprendere il linguaggio dei social media) la persona che esprime un’opinione, che ci manifesta una contraddizione e ci fa star male, sembra sempre la soluzione migliore.

In altri termini, siamo una società in cui la soglia di sopportazione dell’opinione diversa (e del dolore che ne deriva) è sempre più bassa. Non c’è l’allenamento a tutto questo, che passa ovviamente per il confronto e la sedimentazione e promozione di idee complesse. Per questo, dicevo, viviamo in un mondo completamente a-dialettico. Di fronte a coloro che pensano, semplicisticamente, che la critica all’abbattimento acefalo delle statue sia un semplice sentimento conservatore, a favore dello status quo, bisognerebbe ribadire che, senza una visione dialettica del reale, senza la capacità di confrontarsi col mondo, non è possibile nessun vero cambiamento, che sia una rivoluzione o che sia una riforma. Ma dubito che a costoro veramente interessi uscire dalla realtà nella quale vivono. Vogliono, per dirla tutta, semplicemente ridipingere le pareti della loro cella.


FONTI: CREDITS:
Intervista a Orazio Maria Gnerre Copertina

 

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