Nella totale assenza del modello

Nella totale assenza del modello, noi cerchiamo di mostrare ciò che è incomparabile e invisibile attraverso ciò che è comparabile e visibile, servendoci a tal fine del potere del simboli.

Dione Crisostomo

Combattendo momentaneamente la tentazione di esprimere un giudizio e schierarci su una questione, è importante comprendere in prima battuta l’oggetto di cui discutiamo. Prima di dichiararci pro o contro l’abbattimento delle statue di uomini politici, esploratori, giornalisti di epoche passate, è fondamentale capire cosa sia una statua.

La risposta non è univoca, perché la concezione stessa di scultura è condizionata dal tessuto culturale delle civiltà. La visione delle statue è strettamente connessa alla politica, alla religione, all’istruzione. Nella citazione introduttiva è riconoscibile una di queste visioni, quella del letterato greco Dione Crisostomo: le statue sono simboli. Simboli potenti, in grado di rendere visibile l’invisibile, accessibile l’inaccessibile, vicino il distante. Attraverso una dialettica di opposti, lo scultore rende umano il divino.

Ma la ricerca di una giusta interpretazione dell’atto scultoreo e della statua stessa è sempre stato problematico. Basta ricordare l’iconoclastia, la lotta medievale per trovare un equilibrio tra oratio adoratio, tra la venerazione riservata a Dio ma non alle sue rappresentazioni. Ma l’oggetto ideale è cambiato, e la discussione non può che arricchirsi nella nostra società.

Nella totale assenza del modello

We are the first society to be living in a world where we don’t worship anything other than ourselves. […] That’s a very new situation.
Most other societies have had, right at their center, the worship of something transcendent: a god, a spirit, a natural force, the universe…

Sono le parole di Alain de Botton, filosofo contemporaneo. È una riflessione estremamente veritiera: la nostra società non concepisce il sovrannaturale come è stato fatto finora. Tende ad approcciarlo piuttosto in modo laico, ponendolo al centro di studi antropologici e sociali.

Cosa riempie il vuoto creatosi? È una società di cui noi siamo il centro; perseguiamo un’istruzione accessibile, l’onestà politica, un progresso basato sul rispetto delle professioni, sulla dignità personale, sul riconoscimento dei nostri diritti.

L’ambiguo potere dei simboli

Le statue sono state sempre oggetto di relativizzazione, sempre oggetto di nuove prospettive, sempre strumento di riflessione per una nuova concezione di vita. Ma le sculture sono in primis rappresentazioni, e quindi il vero primo oggetto di rivalutazione è il personaggio scolpito. A questo proposito basta ricordare l’interpretazione della figura di Carlo Magno durante la propaganda nazista, figura illuminata e oscurata a seconda dell’aspetto più fruttuoso per la propaganda stessa. L’indicazione non vuole essere politica, piuttosto un esempio di come, in momenti di passaggio di ideologia, il processo di revisione del passato sia comune.

La memoria collettiva

La storia viene riutilizzata, non è mai immobile: come il cervello umano modifica la memoria del passato a seconda del presente, rimodellando ricordi, e talvolta proteggendoci da essi, così lavora la memoria collettiva.

Il passato non si solidifica: le civiltà pagane della nostra antichità hanno subito scossoni dall’impatto con il cristianesimo. C’è stato anche allora un lavoro di rielaborazione culturale, religiosa, letteraria del passato per renderlo giusto e accettabile nel presente. Oggi studiamo e leggiamo autori antichi il cui paganesimo è un elemento accettato nella società. Ma sono già nate nuove discussioni sulla misoginia di molti autori, da Giovenale a Tertulliano; di contro si parla oggi della mentalità aperta di Platone, della sua proposta – poi ridimensionata – di includere le bambine nell’istruzione riservata ai maschi.

La storia stessa è una scultura sempre rimodellata. L’imparzialità storica è possibile solo quando la coscienza del presente si assopisce, o quando è estremamente vigile. La coscienza storica è questo: la capacità di comprendersi in un periodo storico, che porta con sé non solo date, ma idee, pensieri, rivoluzioni ideologiche di cui siamo figli.

Forse in questi giorni non si dovrebbe parlare di rivoluzione, ma di evoluzione dialettica, distinguendo l’idea di miglioramento da quella di progresso. Ci rimodelliamo, torneremo indietro, con le parole di C.S. Lewis (sebbene scritte per l’elaborazione di un lutto):

Ti trovi di fronte lo stesso paesaggio che pensavi di esserti lasciato alle spalle chilometri prima. E allora che ti chiedi se per caso la valle non sia una trincea circolare. Ma no. Ci sono, è vero, ritorni parziali, ma la sequenza non si ripete.

Una nuova proposta

Il nuovo modello, il nuovo simbolo da rappresentare manca ancora di forma. Di fronte a questo possiamo, certo, rivalutare la storia che ci ha preceduto, ma consapevoli di farlo, consapevoli davvero di approcciare una mentalità estranea alla nostra. Il frutto a quel punto sarà la nuova proposta, quello che nasce non dalla distruzione di ciò che c’era prima, ma dalla sua piena comprensione, dalla volontà di rimodellare, non di distruggere, di cambiare forma, non di annientarla.

Lo scontro è buono, porta al dibattito. Ma che porti anche a nuove proposte, nuovi simboli, nuovi modi di avvicinare ciò che, citando circolarmente la nostra introduzione, sembra distante, invisibile, incomparabile.

 

Claudia Marzetti


Fonti:

TED

Diario di un dolore, C.S. Lewis, Adelphi 1990

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