La crisi e le contraddizioni Europee: la sfida Coronavirus

IL MOMENTO STORICO

Come ricorderemo questi mesi di emergenza? Il periodo che stiamo vivendo entrerà sicuramente nella Storia, siamo di fronte alla peggiore crisi dalla fine della seconda guerra mondiale, una crisi che non ci riguarda solo come cittadini italiani ma come cittadini europei.

La pandemia globale ha messo sotto gli occhi di tutti le evidenti contraddizioni che l’Unione europea porta dentro di sé, contraddizioni non solamente di natura economica ma anche politica.

SLOVENIA

La situazione di alcuni Paesi membri denota come l’Istituzione della democrazia e lo Stato di diritto siano entrati in crisi, in questi giorni in cui tutti i Paesi europei stanno affrontando l’emergenza sanitaria. In Slovenia il primo ministro Janez Jansa ha costituto un’unità di crisi che è divenuta il suo personale centro di comando per la gestione dell’emergenza, minando gravemente la libertà stampa: i giornalisti hanno difficoltà ad accedere alle informazioni e sono sotto costante minaccia, mentre i media nazionali devono fare i conti con il costante controllo governativo.

Il problema nasce quando Janez ha ottenuto il ruolo di primo ministro il 13 marzo 2020: da quel momento sostituisce i vertici delle strutture di sicurezza slovene, nominando al loro posto simpatizzanti o sostenitori del suo partito.

Il nuovo consigliere nazionale alla sicurezza è Zan Mahnic, ex parlamentare vicino al primo ministro sloveno e sostenitore del movimento identitario europeo (lo stesso movimento appoggiato, tra gli altri, da CasaPound); il governo, inoltre, sta pensando all’estensione dei poteri della polizia, consentendo il pedinamento dei cittadini che si ritiene essere infetti, e la possibilità di intercettarli o di perquisirne gli appartamenti senza autorizzazioni del tribunale.

UNGHERIA

La Slovenia non è la sola. Il 30 marzo 2020 in Ungheria il parlamento ha approvato una legge che concede i pieni poteri al Presidente Viktor Orbán; legge che potrà essere ritirata soltanto con voto di maggioranza dei due terzi del parlamento e la firma del presidente stesso.

La distruzione dello Stato di diritto in Ungheria ha radici profonde che si sono sviluppate negli scorsi anni e in pieno territorio Europeo senza nessuna conseguenza concreta. Due leggi possono essere prese come esempio per quest’opera di demolizione e sono la Legge sulla stampa del 2011 e quella del 2018: la prima prevede che solo pochissime emittenti TV, per lo più minuscole, possano funzionare liberamente, mentre la maggior parte delle grandi testate giornalistiche ungheresi e dei media sono state comprate o chiuse da Fidesz, il partito di Orbán; la seconda del 2018 ha sancito che anche i ritrovi di soltanto due persone possano essere considerati manifestazioni politiche, oltre ad aver istituito un tribunale parallelo, controllato dal governo, con il compito di giudicare in materia di legge elettorale, costituzione e diritto di manifestare.

In questa situazione si inserisce, poi, la contraddizione delle politiche europee, in particolare quelle relative allo sviluppo agricolo. Infatti, associati e amici di Orbán hanno acquistato in aste pubbliche molti terreni e ricevuto gli incentivi economici europei dal governo, non investendoli nel settore agricolo ungherese ma usandoli a titolo personale; di conseguenza, molti lavoratori del settore agricolo non riescono così a ottenere le risorse per lo sviluppo della propria azienda. Il silenzio e l’inerzia dell’Europa suona come una sconfitta, un campanello d’allarme che riguarda tutti noi.

LA SCONFITTA EUROPEA

La crisi è evidentemente anche derivata dall’incapacità politica e decisionale non solo delle istituzioni europee ma anche dei suoi leader più importanti e, adesso che l’intero continente europeo è diventato il nuovo epicentro del contagio mondiale, ci siamo scoperti deboli, al punto che alcune delle società più libere del pianeta sono attanagliate dalla paura e l’intera economia europea, una delle più sviluppate del pianeta, è paralizzata.

Le istituzioni Europee non hanno dato ascolto agli esperti e all’avvertimento che nessuno Stato avrebbe potuto fare fronte solo con le proprie forze alle conseguenze sanitario-economiche della pandemia e, una volta che la minaccia si è manifestata in tutta la sua gravità, ogni paese ha reagito da sé in maniera disordinata.

LA NON RISPOSTA EUROPEA

Al World Economic Forum 2020 di Davos, la Presidente della commissione europea Ursula Von Der Leyen è intervenuta parlando della crisi libica e del ruolo che l’Unione europea doveva avere, ma non ha mai accennato all’epidemia che gradualmente si stava diffondendo in tutto il mondo.

Per tutto il mese di Gennaio i leader europei hanno sottostimato la minaccia e non si sono resi conto di quanto ogni singolo paese non fosse pronto alla diffusione del virus sia dal punto di vista sanitario sia dal punto di vista logistico; nemmeno la costruzione in tempi record del nuovo ospedale di Wuhan ha fatto alzare il livello di allerta dei paesi membri. La stessa riunione voluta da Roma e Parigi tra i vari ministri della sanità europei è avvenuta con colpevole ritardo, il 13 Febbraio 2020, e va considerato anche che tre di loro attualmente non sono nemmeno più in carica: il caso più eclatante riguarda l’allora ministro della sanità francese Agnès Buzyn che, a 3 giorni dall’incontro, ha lasciato il posto per correre come candidato sindaco di Parigi.

Nemmeno quando l’Italia ha registrato le prime vittime e il Governo ha iniziato a prendere misure più restrittive i Paesi europei si sono mossi nella prevenzione e nella lotta alla diffusione del contagio e, alle successive dichiarazioni di difficoltà e di crisi del governo italiano, non c’è stata alcuna risposta da parte loro.

Solo il 2 Marzo, in seguito alla diffusione e all’innalzamento dei contagi in tutta Europa, Ursula Von Der Leyen ha annunciato la creazione di un gruppo di risposta all’emergenza, ma le energie e le forze sono state drenate nella risoluzione delle tensioni sul confine Greco-Turco; solo nei giorni seguenti al lock-down deciso da Roma la commissione e i Paesi si sono mossi, ma non con una risposta unanime e concreta, bensì separata e nazionale.

È evidente come l’Europa di oggi sia una struttura in cui si sommano difetti e contraddizioni, ma quello che è e rimane il sogno europeo non può e non deve finire.

Se l’epidemia ha messo in luce tutti questi aspetti negativi, è essenziale che si lavori e ci si metta in gioco per pensare a un’Europa diversa, a un’Europa migliore, perché da soli i singoli paesi europei non possono competere a minacce e problemi così gravi: tutto questo deve essere una spinta per la costruzione di qualcosa di nuovo.


Fonti:

politico.eu

ilpost.it

ilpost.it

nytimes.com

Blaz zgaga trad. di Anna Bissanti, Destra pigliatutto, che buio a Lubiana, L’Espresso n. 15 anno LXVI 5 Aprile 2020, pg. 63

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