Il “mondo migliore” a cui non dobbiamo ambire

L’America è stata il “mondo migliore” a cui ambire dalla sconfitta del nazifascismo ad oggi. Il suo presidente nella narrazione cinematografica spesso è detto “leader del mondo libero”. Ma non è così per tutti: gli statunitensi vivono in un paese tutt’altro che perfetto.

Basta prendere consapevolezza degli alti livelli di disuguaglianza dei redditi, alti livelli di povertà relativa ed assoluta, bassi livelli di istruzione conseguiti, bassi livelli di salute, alti tassi di crimine e incarcerazione. Impensabile che un paese dove i quartieri sono suddivisi per reddito e la scuola è assegnata su base territoriale generi tante diseguaglianze. Un paese con sanità privata, carceri private, scuole private, dove sulla base della retorica calvinista per la quale “Le opere dell’uomo sono solo quelle che Dio permette” si perpetra l’ingiustizia sociale per cui ognuno vale quanto guadagna.

Ne consegue che c’è chi muore perché non può permettersi i farmaci, o la famosa “assicurazione sanitaria”; moltissimi, proprio perché nati in condizioni di povertà, vengono costretti sempre più ai margini della vita civile e sociale: destinati a scuole di terzo o quart’ordine gli si concede di aspirare a carriere con stipendi di terzo o quart’ordine; ad avere quindi una salute di serie C.

Potremmo dire “fatti loro”, ma l’esportazione di questo modus vivendi è massiccia, e avviene tramite cinema e guerre. Il modello statunitense deve essere cambiato: il neo-liberismo ha fatto il suo corso, ora è necessario guardare ad altro.

Il Covid-19 ha messo in luce come la salute sia un diritto che difende l’economia. Investire sulla sanità fa risparmiare: ecco forse che uno spiraglio di luce si potrebbe aprire per milioni di predestinati a vivere tanto quanto guadagnano. Anche l’istruzione è una risorsa estremamente sottovalutata. Un alto tasso di istruzione diffusa permette elasticità in tutti i settori dell’economia, reattività da parte dei comparti economici di un paese e maggiore mobilità sociale. Vale a dire che l’istruzione permette di sviluppare eccellenze e aumentare la qualità della vita di chi la riceve. Il nostro sistema produttivo ad esempio si è parzialmente convertito alla produzione di mascherine grazie alle competenze diffuse nella cittadinanza – se al contrario fossero stati tutti delle “capre”, per citare Sgarbi, questo non sarebbe avvenuto con altrettanta semplicità.

Qui la prima grande domanda che dobbiamo porci è: “perché esiste lo stato?”. Il resto ha importanza relativa, consequenziale. Lo stato esiste per difendere i confini e assicurare che venga rispettata la legge? Tutto qui? Oppure ci si mette insieme, e si fa parte di qualcosa di più grande e strutturato per fuggire dalla legge della Jungla?

Se permettiamo alla legge del più forte di governare la filosofia e il pensiero di un paese, di essere il perno attorno al quale ruota la vita di molti allora tanto vale vivere senza stato. Perché se il nostro contributo si riduce a rafforzare le posizioni di chi è già forte e di vivere in un sistema che ci costringe a vivere di meno perché guadagniamo di meno, allora tanto vale esser banditi.
Questo è il motivo per cui lo stato non può esser solo economia e legge. Ci vuole solidarietà, dignità, uguaglianza. Non bisogna per questo andare a rintanarsi in retoriche retrograde, polarizzate e radicali come il comunismo. Basta ricordarsi che lo stato non può che essere sociale. Altrimenti è solo il governo dei più forti sui deboli.


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