Quando a essere in ginocchio è la democrazia

Otto minuti e quarantasei secondi. C’è voluto davvero poco, in fondo, perché George Floyd smettesse di respirare accasciandosi al suolo, con un ginocchio di un poliziotto sul collo. Un lasso di tempo minuscolo, eppure quei minuti di insopportabile agonia mi sono sembrati lunghissimi mentre osservavo in quel video ripreso con il cellulare l’orrore dell’odio e dell’ingiustizia schiacciare la vita di un uomo nella totale impunità.

Otto minuti e quarantasei secondi sono bastati perché decine di città americane si sollevassero insieme per chiedere un processo equo per l’omicidio di George e giustizia per le numerose vittime del razzismo sistemico che – contrariamente al più recente e assai diffuso virus noto col nome di Covid-19 –  costituisce la piaga primaria degli Stati Uniti da oltre un secolo che in forme diverse, oggi più sofisticate e insidiose, non ha mai smesso di opprimere la comunità afroamericana obbligando chi nasce con un colore di pelle più scuro a pagare il prezzo della propria diversità con l’emarginazione, con il degrado finanche con  la vita.

Sappiamo che l’America detiene il record di paese con la più alta popolazione carceraria in occidente, e che  le persone di colore, pur essendo il 13% della popolazione, costituiscono la maggioranza dei detenuti a livello nazionale. Del resto per un nero la possibilità d’essere arrestato è ben tre volte superiore rispetto a una persona di etnia caucasica, come resta maggiore la probabilità di essere malmenato o ucciso dalla polizia. Inoltre, sappiamo che il lockdown conseguente all’emergenza sanitaria ha acutizzato – come in altri paesi, incluso il nostro – i vuoti legislativi e dislivelli di classe, con un’incidenza infinitamente maggiore sulla comunità afroamericana, una delle fasce più deboli della società statunitense, per cui l’interruzione del lavoro e l’ordine di domicilio hanno significato la decuplicazione della possibilità di ammalarsi e la certezza di non potersi pagare le cure.

La protesta decorosa è un paradosso, e uno penserebbe che i cittadini afroamericani abbiano tutto il diritto di manifestare, essendo in gioco la loro sicurezza economica e la loro vita, eppure non mancano le prese di posizione aprioristicamente moralistiche dei “cittadini del web” che, abitando in altri paesi e in condizioni decisamente migliori, vorrebbero insegnare ai reietti e agli esclusi come protestare in modo adeguato. Ora, se da un lato i dati sopramenzionati ci aiutano a comprendere parte del malcontento che alimenta le proteste in cui vediamo migliaia di persone diverse per etnia, classe e credo religioso marciare per la stessa idea di società, dall’altro ci dovrebbero anche interrogare sulla reazione oltraggiosamente repressiva e ottusa del governo.

Dopo meno di una settimana dall’omicidio di Floyd, le istituzioni – specificamente nella persona del Presidente Donald Trump hanno deciso di bollare i manifestanti come terroristi invitando le forze dell’ordine a ritenerli tali, autorizzando gli agenti ad adottare con le folle strategie d’ingaggio che, stando ai filmati reperibili online, fanno pensare alla democratura, se non al regime.

Poliziotti che caricano protestanti innocui e pacifici con scudi e manganelli, agenti che spruzzano spray urticante negli occhi di bambini minorenni armati unicamente di cartelloni di protesta, persone anziane del tutto inoffensive e disarmate scaraventate al suolo. E ancora: polizia che investe i manifestanti con cavalli e addirittura con le automobili, pagando addirittura teppisti – la cui affiliazione a gruppi di suprematisti bianchi tanto cari al Presidente della nazione è stata confermata dal Commissario del dipartimento di pubblica sicurezza John Harrington – per distruggere le proprietà e gli uffici così da poter incolpare i dissidenti, sperando di dividere l’opinione pubblica relativamente alla giusta causa della protesta.

Amnesty International ha duramente condannato la brutalità impiegata dalle forze dell’ordine per “sedare” le manifestazioni, ma questo non ha impedito al presidente attualmente in carica di pronunciare uno dei discorsi più vergognosi della recente storia americana, nel parco di una Casa Bianca adeguatamente blindata da un recinto in ferro costruito nottetempo per tenere lontano chiunque avesse da dire una parola contro il governo.

Mi riferisco al discorso che Donald Trump ha pronunciato il primo di giugno, in cui oltre ad etichettare come “vergognosi e patetici” i sindaci che si sono schierati in difesa delle proteste – primo tra tutti Jacob Frey, sindaco di Minneapolis, ma anche Lori Lightfoot, sindaca di Chicago, invisa al presidente per idee politiche ma anche in quanto donna nera e omosessuale – ha anche chiamato i dissidenti “saccheggiatori, terroristi, teppisti”, ricordando agli astanti che il paese che si trova a governare è “fondato sulla legge” e che lui, in quanto garante supremo della suddetta legge, avrebbe fatto qualsiasi cosa, pur di restaurare l’ordine. Difatti, la conferenza si è conclusa con l’autorizzazione presidenziale alla polizia di sparare sulle folle e con la minaccia di schierare l’esercito.

Ammesso e non concesso che a essere in pericolo sia l’interezza della società americana – e non, come è in realtà, lo status quo che prevede una serie di privilegi per pochi, ricchi cittadini – quel discorso resta assurdo e alquanto sinistro.

In politica metodi e contenuti tendono a coincidere, e se si accetta di sporcare il metodo i contenuti che ne risulteranno saranno altrettanto compromessi: minacciare di schierare l’esercito contro i civili che protestano, per lo più pacificamente, considerandoli alla stregua di terroristi è un atto fascista. Le parole generano  realtà in cui tutti andiamo ad abitare, e a parole sbagliate seguono spesso azioni criminali.

Il giorno dopo il famigerato discorso, la polizia ha sparato sulle folle, e più di una persona è rimasta ferita, qualcuno addirittura è morto. A poco serve la solidarietà dei sindaci se l’uomo che occupa la più alta carica dello Stato pensa di potersi identificare con esso, avendo dalla sua il controllo delle forze armate.

In democrazia è facile storpiare le parole, usando termini apparentemente simili che rimandano ad orizzonti di significato totalmente opposti, uno democratico e uno decisamente antidemocratico. Il comizio del presidente ha dato risalto a due parole in particolare che, usate in modo improprio, costituiscono l’asse portante del suo discorso e del pericoloso equivoco che questo reca con sé: “Legge” e “disordine”.

Per quanto concerne la prima: se in risposta a chi protesta per chiedere maggiore giustizia lo Stato afferma che il paese si fonda sulla legge, vuol dire che secondo chi governa legge e giustizia sono due cose ben distinte (cosa veritiera) e che si intende far valere la prima sulla seconda. Altra evidenza oggi non così ovvia è che la legge non è mai sacra e non è sempre giusta, bensì è capace di discriminare, mortificare e addirittura progettare lo sterminio, come insegna o dovrebbe insegnare la storia. Inoltre, vale la pena ricordare che la legge è fatta per l’uomo, mentre il contrario non vale – discorso applicabile anche alla morale – per cui se è l’uomo a denunciare una legge che inficia la qualità della sua vita forse sarebbe bene tendere l’orecchio.

Il secondo equivoco semantico è forse ancor più grave, e ruota attorno al termine “disordine”

Premesso che nessun potere ama il caos in casa propria, la democrazia è il sistema più caotico e contraddittorio di cui siamo in possesso, e proprio grazie a questa quota di caos è il migliore di tutti. Il caos consente la creatività, il dialogo e il conflitto, valori fondanti dello stare insieme democratico.

Spesso si pensa, erroneamente, che la democrazia si misuri sulla base del consenso dei votanti: nulla di più falso. La democrazia è l’unico sistema di governo basato sul dissenso, perché è sulla qualità di vita dei dissidenti che si misura la tenuta democratica del vivere associato. Nei sistemi democratici ci si mette d’accordo, e la parte minoritaria deve sempre conservare il diritto e la possibilità di criticare in qualsiasi istante la maggioranza che in quel momento si trova in posizione privilegiata.

Il dissenso è la conditio sine qua non della democrazia, ed essendole strutturale è essenziale alla sopravvivenza della stessa, per cui pensare di chiamare terroristi i dissidenti vuol dire progettare l’annichilimento del sistema democratico, minandone le basi. Criminalizzare chi esprime un dissenso verso il potere vigente è facilissimo: basta chiamare il dissenso “disordine” e il gioco è fatto. Se i dissenzienti ispirano le masse, i disordinati disperano tutti, perché nessuno vuole avere a che fare col disordine domestico – ecco che chi governa, dopo aver convinto una parte dei cittadini che chi gli si oppone è un pericoloso criminale, farà valere la propria volontà con l’aiuto delle “forze dell’ordine” con la pretesa di restaurare la sicurezza, mentre in realtà mantiene intatti ingiustizie, abusi e privilegi.
Quello di silenziare il dissenso è un metodo noto, geograficamente trasversale e trascendente le appartenenze di partito (e le fedi ideologiche), e normalmente va a braccetto con l’ostensione di simboli religiosi usati come corpi contundenti atti a rassicurare fragilità identitarie  e culturali. Lo abbiamo visto nella conferenza stampa di Donald Trump tenuta dopo il discorso sopracitato, con foto che ritraggono il presidente insieme a una copia della Bibbia, ma anche nel nostro paese con demagoghi come Matteo Salvini e Giorgia Meloni, avvezzi all’uso della simbologia religiosa e fascistoide in barba alle leggi formalmente in vigore in Italia.

Attaccare i cittadini emarginati, tacitare i dissidenti e ammutolire gli intellettuali sembrano tornate a essere tattiche di successo nell’agone politico internazionale, sempre meno democratico e sempre più belluino e reazionario. Se un intellettuale non può esprimere dissenso, nessuno può farlo, ed è ciò che sta succedendo in America oggi, in piena emergenza sanitaria e sotto gli occhi di un’Europa attonita e pietrificata – preda anch’essa di nazionalismi e deliri xenofobi assai preoccupanti – in un presente che mostra il mosaico di diritti negati e cittadini letteralmente calpestati che viene a comporsi quando è il triste spettacolo della metodologia fascista ad abitare le stanze del potere.

È ora di dire basta.

Leonardo Laviola


CREDITS:

Copertina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.