Oscurantismo: come i social contribuiscono alla cancel culture

Si è sentito spesso parlare di come l’algoritmo dei social contribuisca a celare determinati problemi, oscurando o diminuendo la visibilità di determinate tematiche. È davvero così?

L’impatto social sul vivere quotidiano

I social sono diventati a tutti gli effetti parte della vita reale nelle comunità di tutto il mondo.

Stando ai dati riportati dall’ultimo bollettino dello Statista Digital Technology, il tempo medio globale trascorso ogni giorno, è di 142 minuti, circa due ore e mezza.

Se alle ventiquattro ore giornaliere sottraiamo la media delle otto ore di riposo notturno, e le altrettante lavorative, il nostro utilizzo dei social occupa un terzo del nostro tempo libero quotidiano.

I dati che si differenziano in base alle età, regioni geografiche, censura dei social ecc., tuttavia, non sono da sottovalutare. Nell’ultimo periodo pandemico, durante il lockdown, si è registrato un incremento del 74% riguardante il tempo speso nell’utilizzo dei social media, rispettivamente in ordine maggioritario: Youtube, Whatsapp e Instagram.

Il tutto, ad evidenza di un nuovo indice, fino ad oggi ignorato dalla maggior parte degli addetti ai lavori: l’inquinamento della rete.

Ebbene sì, stando a quanto riportato da World Economic Forum, lo sfrenato utilizzo di internet ha creato, nell’ultimo anno, un tasso di inquinamento ben tre volte superiore al traffico aereo mondiale.

Cos’è e come funziona un algoritmo

Un utilizzo incessante, una routine quasi per tutti, che da diversi anni ha costretto gli stessi social a dover far ordine sulla mole prioritaria d’informazioni, dando vita agli algoritmi.

Trattasi di una serie di regole matematiche adoperate dai gestori delle reti di network, che si propongono di mostrare ad ogni utente specifici contenuti in base ai suoi gusti e alle sue azioni, registrate tramite ricerche cronologiche, like o commenti.

Il tutto al fine di migliorare la qualità d’informazioni, distillarne la mole, evitare fake news e ultimo, ma non per importanza, monetizzare.

In sostanza un social come Facebook, studia le nostre azioni.

In base ai dati raccolti ci propone notizie, in conformità coi parametri registrati, o nuovi articoli da comprare, attraverso ads appositamente collegate al sistema volte all’incentivo di acquisti.

Oscurantismo nei social media

L’adozione di algoritmi, tuttavia, ha destato non poche critiche in merito alla selezione e censura indiscriminata di notizie, e contenuti diversivi adoperata negli ultimi anni.

Polemiche feroci sono state fatte contro Facebook, accusato dell’utilizzo di un programma algoritmico che scambia per scimmie le persone nere.

Il suddetto algoritmo di raccomandazione, successivamente modificato, dopo aver mostrato un filmato riguardante alcuni cittadini afroamericani chiedeva agli utenti se preferissero guardare altri video di primati.

Dipendenti dello stesso social hanno contestato duramente l’utilizzo di alcuni algoritmi che a detta loro, tendono a dare una visibilità maggiore a notizie diversive, di matrice politica radicale, istiganti polemiche e diatribe tra gli utenti.

Ma la questione non riguarda soltanto ciò che viene messo in mostra, bensì ciò che viene oscurato.

Spesso nei risultati primari delle ricerche, riguardanti guerre specifiche o paesi particolarmente censuranti, l’utente può trovare difficoltà nel trovare ciò che è di suo interesse, sebbene ci sia, ma è posto in fondo alla pertinenza qualitativa della ricerca.

Per molti è una forma di manovra informativa e di marketing da parte delle aziende più rinomate del campo, in primis quella di Mark Zuckerberg. Sulla stessa linea di pensiero si pone anche Sergio De Luca, direttore della comunicazione e immagine Confcommercio Imprese per l’Italia secondo cui:

“Le persone non vogliono più cercare, vogliono il link preciso al prodotto da acquistare e garanzie da altri che lo hanno sperimentato. Pagine Facebook e contenuti, ormai, sono mediamente noiose e inutili. Immagini e testo, ormai è noto, attirano e fanno fare clic, mentre i video attirano e annullano in un continuo loop passivo. L’uomo passa da strumento attivo a strumento passivo. La libertà, l’eguaglianza su web sono un miraggio.”

Conclusioni

Secondo i dati ISTAT, l’Italia detiene un tasso di analfabetismo funzionale dei social, equivalente all’84%.

Questo deficit piuttosto diffuso in tutta Europa è vittima di una gestione informazionale del tutto incontrollata e pericolosa per i lettori e chi ne fa uso.

L’utilizzo e la gestione errata dei social sembrano portare le community verso uno stato di conflitto permanente e non è un caso che le pagine social con maggior numero di followers registrino interazioni prettamente nocive.

Gli utenti stanchi degli haters, dei conflitti continui sulle piattaforme di comunicazione, si rinchiudono in community ristrette ghettizzando le proprie idee e pareri.

Obiettivo imprescindibile da parte dei gestori social dev’essere l’attuazione di sistemi volti ad arginare la “temperatura emotiva” dei social network, al fine di ripristinare un flusso d’utenza eterogeneo, rispettoso e sereno.

 


Fonti:

ilgiornale.it

revenuesmisurr.it

nur.it

socialmediamarketing.it

giornalettismo.com

ansa.it

festivaldirittiumani.it

Credits:

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