Libertà d’espressione e corruzione

Esprimere la propria posizione, anche su temi delicati, potrebbe sembrare scontato per una persona che non tiene conto di una prospettiva più ampia rispetto alla sua realtà sociale. Purtroppo, non sempre lo è e, analizzando più a fondo le realtà apparentemente più liberali, non sarà difficile trovare casi particolari in cui la libertà di espressione viene meno.

Basti pensare ai giornalisti impegnati in Italia a combattere le associazioni mafiose, i quali si ritrovano minacciati da esse perché portatori di verità scomode. Ne è un esempio lampante Roberto Saviano, costretto a vivere sotto scorta a causa della sua lotta contro la mafia.

Il rapporto del 2019 sull’indice mondiale della libertà di stampa, confermato dal World Press Freedom Index e pubblicato da Reporters Without Borders, riporta le seguenti parole:

“L’odio nei confronti dei giornalisti degenera in violenza, contribuendo ad aumentare la paura.”

Infatti, rispetto al 2019, si è riscontrato nell’Unione Europea un importante peggioramento, nonostante l’Italia sia al quarantatreesimo posto nella classifica europea riguardante la libertà di espressione, migliorando di tre posizioni. Un dato non molto significativo, perché il peggioramento persiste, emergendo ancora di più insieme a un significativo incremento (il doppio rispetto all’anno prima) dei cronisti sotto scorta permanente.

Amnesty International, organizzazione non governativa che si occupa della difesa dei diritti umani, ha messo in luce una pluralità di casi di giornalisti provenienti da tutto il mondo, che sono stati perseguitati, imprigionati e minacciati. Ne tratterà proprio quest’articolo.

Il diritto di non rivelare le fonti

Baba Wame, Rodrigue Tongue e Felix Ebolé Bola sono tre giornalisti che rischiano di essere condannati a fronte del loro rifiuto di non voler rivelare le fonti della loro inchiesta. L’indagine riguardava un presunto rapporto di collaborazione tra le forze di sicurezza del Camerun e un gruppo armato della Repubblica Centroafricana con l’accusa di aver attaccato una città del Camerun orientale.

Sono accusati di non aver reso pubbliche le fonti della loro ricerca, ritenute potenziali minacce verso la sicurezza nazionale del Camerun. Ma i tre giornalisti assicurano che la loro intenzione è mossa esclusivamente dalla volontà di proteggere le loro fonti e non dalla potenziale pericolosità di esse nei confronti della sicurezza nazionale. La segretezza delle fonti è un diritto fondamentale dei giornalisti, che permette la libera circolazione delle informazioni.

Repressione in Burundi

Esdras Ndukimana, corrispondente per l’agenzia «France Presse» e per Radio France Internationale, nell’agosto del 2015 venne arrestato. La sua colpa?

Aver scattato delle fotografie nel luogo in cui era stato ucciso un alto grado dell’esercito del Burundi. Le testimonianze del Comitato per la protezione dei giornalisti hanno riportato le aggressioni fisiche subite dal giornalista. Ndukimana sarebbe stato picchiato sulla schiena, sulle gambe e sulle piante dei piedi e in seguito condannato all’esilio.

Negli anni successivi, i giornalisti, gli esponenti politici e le altre persone con posizioni critiche rispetto al partito al potere, furono soggette a una pesante repressione da parte del Governo. Come avvenne nel maggio del 2015, in occasione di un tentato colpo di Stato, quando gli agenti delle forze di polizia del Burundi devastarono le redazioni di quattro radio indipendenti.

Quando il potere trasforma la critica in terrorismo

Can Dundar, direttore del quotidiano «Cumhriyet», e Erdem Gul, corrispondente da Ankara per il medesimo quotidiano, nel novembre del 2015 vennero accusati di spionaggio, diffusione di segreti di Stato e appoggio a organizzazione terroristica.

Tutto ebbe inizio a giugno, quando Cumhuriyet pubblicò due articoli riguardanti un’inchiesta su un presunto trasferimento sospetto di armi, avvenuto nel 2014, dai servizi dell’intelligence turchi verso un gruppo armato che operava in Siria. Il primo ministro turco Recep Erdogan smentì quest’accusa, dichiarando che i materiali in questione fossero solamente degli aiuti umanitari.

I due giornalisti furono incarcerati per novantadue giorni. Vennero poi rilasciati il 26 febbraio 2016, dopo che la Corte costituzionale decise che la loro detenzione costituiva una violazione dei loro diritti. Questo è uno dei frequenti casi in cui le leggi antiterroristiche della Turchia, connotate da una forte generalizzazione, sono state utilizzate contro le voci di protesta e critica nei confronti del Governo.

 

Con la presa visione di questi casi, emerge ancora di più quanto la libertà d’espressione, da molti data per scontata, sia ancora una grossa ferita aperta della nostra epoca, dalla quale fuoriesce proprio il sangue di quelle persone che combattono per conquistarla.

Fonti:

Rapportodiritti.it

Amnesty.it


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