Quanto contano le percentuali in politica?

“Secondo i sondaggi siete il primo partito” oppure “Siete un partito del due percento“; quante volte abbiamo sentito proferire queste frasi? I voti attribuiti ai partiti nelle votazioni in Italia sono espressi, e raccontati, pressoché solo in percentuale. Non è così in tutto il mondo, benché la percentuale di voti sul totale dei votanti sia utilizzata come misura ovunque, in alcuni paesi contano anche altri numeri. Negli Stati Uniti, per esempio, ciò che conta realmente è il numero dei grandi elettori. In paesi, come il Regno Unito, aventi una legge elettorale maggioritaria a collegi uninominali fa testo il numero di seggi che ogni partito ottiene.

L’ossessione italiana per le percentuali

Nel nostro paese, la narrazione martellante attorno alle percentuali ha una causa storica risalente al quadro politico del secondo dopoguerra. A seguito del conflitto, infatti, si configurò in Italia quella situazione di “democrazia bloccata” che durò per quarant’anni. La presenza di un grande partito comunista che non poteva governare a causa della guerra fredda e del posizionamento Italiano nello scacchiere internazionale, creò le condizioni per cui tutti i governi italiani della cosiddetta “Prima Repubblica” avessero sempre una composizione molto simile. La Democrazia Cristiana era sempre perno irrinunciabile di tutti i governi, gli altri partititi più piccoli, alleati della DC si accaparravano i ministeri proprio in base alle percentuali ricevute alle urne. Rispetto ad oggi, il voto era molto meno fluido, più ideologico e fidelizzato. Un cambiamento di qualche decimale rispetto alle elezioni precedenti era interpretato come un forte segnale politico. I partiti erano pronti a mettere ogni scostamento sul tavolo delle trattative secondo il cosiddetto “manuale Cencelli”. I talk show erano occupati da riflessioni sulle variazioni percentuali in un modo tale da rassomigliare alla cartomanzia.

Dopo la fine della Prima Repubblica, Tangentopoli e il crollo del Muro di Berlino, le ragioni strutturali per l’esistenza di questo sistema vennero meno. Ci sono state diverse riforme e tentativi di riforma elettorale nei decenni seguenti. L’obiettivo è sempre stato cercare di premiare la governabilità a discapito della rappresentanza. Fare in modo che “il giorno dopo le elezioni si sappia chi ha vinto” senza la necessità di aruspici delle percentuali. Tuttavia, questi tentativi che pure hanno prodotto effetti concreti nella politica, non ne hanno avuti altrettanto nella narrazione dei media. Le percentuali restano centrali.

La democrazia dei sondaggi

Gli istituti statistici fanno sondaggi politici con cadenza settimanale. Ci sono intere pagine Instagram che si occupano solo di sondaggi. Quando un leader politico viene intervistato in televisione, la maggior parte delle volte, gli viene mostrata una tabella di sondaggi da commentare. I sondaggi producono anche effetti diretti sulla politica italiana con la loro capacità di misurare il consenso percentuale in tempo reale. Quando nel 2019 Matteo Salvini decise di porre fine all’esperienza di governo coi 5 stelle per provare ad andare alle urne, lo fece perché tutti i sondaggi rilevavano la Lega come primo partito con grande distacco. Nonostante in Parlamento il partito più rappresentato fosse il Movimento 5 stelle, il quale aveva ottenuto più del trenta percento solo l’anno prima.

Tutto questo crea un quadro che si può provocatoriamente chiamare “democrazia dei sondaggi”. Le rilevazioni statistiche sugli orientamenti di voto hanno una valenza sempre maggiore, tanto da arrivare ad insidiare quella dei voti veri.

Democrazia e consenso

La democrazia, e in special modo quella rappresentativa nella quale viviamo, si basa certamente sul consenso popolare, ma non solo. Per garantire il buon funzionamento di una democrazia rappresentativa il consenso deve essere incanalato nei modi e nelle forme prescritte per esempio dalla nostra Costituzione. La fiducia nei propri rappresentati simboleggiata dal voto e la cadenza delle elezioni inframezzata (teoricamente) da diversi anni, sono ingredienti che servono per dare stabilità e capacità di programmazione alle istituzioni ed alla politica. Nella democrazia dei sondaggi, invece, il consenso è come un mare in tempesta: fluido, imprevedibile, sottoposto a continui scossoni e mutamenti. In questo senso, l’ossessione per le percentuali e per il consenso istantaneo sta alla base del populismo e dell’illiberalità. Sta tutto nella differenza tra il consenso immediato e quello a lungo termine. Se per conseguire il secondo è necessario impostare una programmazione e lavorare sulle tematiche concrete di politica, per il primo è spesso sufficiente la demagogia che abbiamo spesso osservato.

 


Fonti:

it.wikipedia.org

www.wired.it

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