Green Pass: tra diritto allo studio e diritto al lavoro

Situazione attuale

L’obbligo del Green Pass (certificato verde) è al centro del dibattito pubblico italiano e non solo. Da settimane si discute, sia ai piani alti sia ai piani bassi, se effettivamente sia necessario estendere tale obbligo ad un’ampia serie di categorie e istituzioni sociali.

In uno degli ultimi Consigli dei Ministri, relativo al 9 settembre, sono state emanate nuove normative in merito al Green Pass. Come sappiamo già, dal primo settembre era scattato l’obbligo per il personale scolastico, oltre che su treni, aerei e navi. Stessa cosa per gli studenti universitari e per quelli degli istituti tecnici superiori.

Più delicata la situazione per quanto concerne il mondo del lavoro. Lo scorso 7 settembre si erano seduti attorno al tavolo i presidenti di Confindustria e dei sindacati italiani per affrontare appunto il tema del Green Pass sui luoghi di lavoro. Un accordo ufficiale non è ancora stato trovato, viste le divergenze che sono scaturite alla luce dell’incontro. Confindustria starebbe spingendo per adottare la linea governativa dell’obbligo del Green Pass, al contrario, Cgil, Cisl e Uil non vedono l’utilità della certificazione verde sul luogo di lavoro, ma piuttosto una legge che imponga l’obbligo vaccinale e tamponi per chi lavora pagati dallo Stato.

Nel Consiglio dei ministri tenutosi lo scorso 16 settembre il Governo, attraverso un decreto-legge, ha disposto l’obbligatorietà del Green Pass suoi luoghi di lavoro a partire dal 15 ottobre.

Esclusione

Ci si domanda in queste settimane quali siano le conseguenze per chi non dovesse attenersi alle norme e quindi non presentare la certificazione verde nei luoghi e nelle strutture richieste. Innanzitutto, sembra che dal punto di vista pecuniario si vada verso un’ammenda che oscilla tra i 400 e i mille euro (già attualmente in vigore). Ma non è questo il punto.

Osserviamo la situazione da un’altra prospettiva, quella che potremmo definire dell’esclusione. Per esempio, lo studente che è sprovvisto di Green Pass non può entrare nelle aule degli atenei italiani e dei luoghi universitari. A questo proposito, si consiglia di informarsi bene sulla differenza della situazione tra studenti universitari e non in quanto le regole differiscono abbastanza. Non viene quindi apparentemente garantito il diritto allo studio a tale individuo. O meglio, la maggior parte delle università italiane si è comunque adoperata per mantenere in contemporanea la didattica a distanza attraverso gli strumenti usati durante gli scorsi anni scolastici colpiti dalla pandemia.

Perciò, da un lato abbiamo una ripresa della vita universitaria quasi completa per chi ha il Green Pass, dall’altro invece, una “esclusione a metà” dalla stessa. È chiaro che se le regole dovessero rimanere tali alcuni studenti sarebbero esclusi da parte di attività inerenti l’università, ma comunque agli stessi sarebbe garantito, in maniera telematica e informatica, il loro diritto allo studio.

Il punto è che bisogna considerare il Green Pass insieme ai vaccini come gli unici strumenti a disposizione dell’uomo per provare a debellare la pandemia. In aggiunta, si ribadisce che le Università non respingono gli studenti. Essi hanno tuttavia accesso agli studi, agli esami e a ciò che circonda la vita universitaria, al contrario di come sembra essere dipinta la situazione. Certo è che non la vivono come i loro colleghi “certificati”, hanno sicuramente delle limitazioni e rischiano di rimanere esclusi da alcuni servizi fino alla fine dell’emergenza.

Lavoro

Come accennato in precedenza, ad oggi non vi è una norma che affermi l’obbligatorietà del Green Pass nelle aziende private se non in specifiche situazioni. A differenze di determinate categorie di lavoratori pubblici (come il personale scolastico) che devono obbligatoriamente essere muniti di certificazione vaccinale.

Anche qui, la questione cruciale, oltre a quella pandemica, è cosa succede a chi è senza Green Pass. Ovviamente la situazione non può essere paragonata a quella descritta in ambito universitario, essendo due mondi sociali differenti. Se proprio vogliamo trovare delle similitudini, esse si riscontrano nelle ammende pecuniarie che deve far fronte chi è senza Green Pass. Oltre al fatto che, per esempio, per i professori vi è una sanzione aggiuntiva, ovvero la sospensione dello stipendio dopo 5 giorni.

Le proposte che si stanno sentendo in merito alle sanzioni sono varie: dalla sospensione completa a quella temporanea dello stipendio, dal licenziamento all’aspettativa non retribuita. Un mix di idee che per ora non hanno portato ad una conclusione. Anche qui però, il punto focale è quello che se dovesse passare la linea dell’obbligo della certificazione, avremmo a che fare con migliaia di lavoratori sul filo del rasoio. Una soluzione sarebbe quella di effettuare costantemente dei tamponi, ma a proposito di questo il nodo da sciogliere è: chi li paga? Le aziende, i dipendenti o lo Stato?

Strategia

È ovvio che la linea che vorrebbe adottare il governo è quella di spingere le persone mancanti a iniziare e completare il percorso vaccinale. Il Green Pass è allo stesso tempo uno strumento che avvantaggia chi si è vaccinato ed è un mezzo per incentivare gli scettici e gli insicuri a sottoporsi alle dosi necessarie. Questo perché, banalmente, se sei certificato puoi tornare alla vita normale (più o meno), se non lo sei, non ancora. Ribadiamo il concetto che il vaccino, insieme alle solite norme di sicurezza, sono gli unici strumenti a disposizione ora per vincere la battaglia contro il Covid-19.

 


Fonti:

ilsole24ore.com

fanpage.it

lastampa.it

Credits:

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