Silvia Romano: La sua storia

Silvia Romano è una ragazza italiana rapita nel villaggio di Chakama nel Kenya del sud il 20 novembre del 2018. Si trovava in Africa come volontaria della ONLUS Africa Milele, associazione che si occupa di progetti per l’infanzia.

Storia

La giovane era alla sua seconda missione nel paese e ad agosto scriveva sul suo profilo Facebook: “Si sopravvive di ciò che si riceve ma si vive di ciò che si dona”, allegando una foto con alcuni bimbi kenyani.
Stando alla ricostruzione di Repubblica la presenza della ragazza sarebbe stata segnalata da un abitante del villaggio al gruppo di jihadisti somali di al-Shabaab.
Il gruppo, legato ad al Qaeda, da anni controlla alcune parti del territorio somalo, compiendo attacchi terroristici. Lo scopo del rapimento era infatti quello di ottenere in cambio del rilascio soldi e armi per finanziare le proprie azioni militari.
In seguito, la Romano in compagnia di tre uomini diventati poi suoi carcerieri, ha dovuto affrontare un lungo viaggio durato settimane, fatto in parte in moto e in parte a piedi, per superare il confine e raggiungere la Somalia.

Trattativa e liberazione

Nel gennaio 2020 sono iniziate le trattative per la liberazione di Silvia da parte dell’intelligence italiana e con la cooperazione della Turchia, la quale ha solidi rapporti con la Somalia. Non si conoscono in profondità i particolari dell’operazione, e non sono state date conferme riguardo all’ammontare dei quattro milioni di euro pagati come riscatto. L’11 maggio, dopo più di un anno di prigionia, la nostra concittadina torna a casa: ad accoglierla vi sono il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, insieme ovviamente alla sua famiglia. Le sue prime dichiarazioni sono state: “Sto bene fisicamente e mentalmente”.

Polemiche

Quello che doveva essere un momento felice si è trasformato in un vortice di polemiche e odio verso la giovane, scaturite dal fatto che sia arrivata indossando un abito islamico e avendo dichiarato di essersi convertita all’Islam e di chiamarsi Aisha. Per molti si è trattato di un gesto irrispettoso per lo stato italiano, anzi quasi un tradimento.
Non sono mancati i commenti carichi rabbia sui social e le minacce di morte; alcuni sono arrivati a lanciare cocci di vetro alla sua finestra; il deputato della lega Alessandro Pagano in parlamento ha dichiarato la Romano come “neo terrorista”. Il giornale Libero scrive: “abbiamo liberato un’islamica” mentre Il giornale presenta nel titolo: “Islamica e felice, Silvia l’ingrata”. Nico Basso, consigliere comunale di Asolo, dichiara: “impiccatela”.

Possibili spiegazioni

Non possiamo giudicare Silvia Romano senza sapere quello che ha passato e il trauma psicologico a cui è andata incontro. Non è nemmeno possible fare una diagnosi sulla sua sanità mentale, ma le teorie sono tante (c’è chi parla di Sindrome di Stoccolma). Molto probabilmente le cause del cambiamento della ragazza possono essere due.
Ha trovato conforto nella religione in un momento carico di terrore, oppure è stata costretta alla conversione per salvarsi la vita. È risaputo che nel terrorismo islamico il cambio di fede avviene forzatamente per gli ostaggi ed è una mera questione di sopravvivenza. Non possiamo nemmeno sapere se sia stata violentata o quali fossero le condizioni in cui viveva. Quel che è sicuro è che si trovi in una situazione ancora molto delicata e rischiosa per la sua persona e i suoi affetti.

Africa Milele sospettata

La ONLUS Africa Milele cui Silvia aveva deciso di affidarsi per il suo progetto di volontariato al momento è sotto accusa. Gianfranco Ranieri, presidente della Karibuni ONLUS, spiega meglio la situazione.
Ranieri dice:

Mi pongo una domanda e cioè: perché in tutti questi anni ci sono state alcune Onlus italiane, private, che hanno concentrato la loro voglia di solidarietà proprio su questo villaggio? È una cosa strana, perché non è che Chakama sia più povero o più problematico di altri villaggi.

 Sostiene inoltre che il rapimento non sia stato frutto di un’improvvisazione e ribadisce:

Tenevano d’occhio la situazione; io ne ho visti di questi ragazzi di etnia Orma (pastori nomadi originari della Somalia ma insediatisi da tempo in territorio kenyota), tutti molto giovani, erano sia a Malindi che a Chakama. Magari avevano qualcuno nel villaggio che controllava la situazione e vedendo una persona sola si sono mossi.

Infine avanza l’ipotesi di un “meccanismo già attivo e programmato da tempo”.

L’associazione “non rientra tra le organizzazioni destinatarie di alcun sostegno della cooperazione italiana” e ha “operato in totale autonomia senza informare la Farnesina” ha aggiunto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio nel question time alla Camera.

Commenti della comunità Islamica

Nella kasbah romana di Tor Pignattara nessuno crede che la conversione di Silvia Romano sia stata forzata e c’è persino chi dà ragione agli al Shabaab: “Quali terroristi? quella è gente che prega, i terroristi siete voi che lanciate le bombe sui bambini”. Anche un altro esponente della comunità islamica locale sostiene che: “lei si è trovata bene, le hanno toccato il cuore”.
Siddique Nure Alam, presidente dell’associazione Dhuumcatu e punto di riferimento della comunità, afferma:

Secondo me questa ragazza ha sentito una mancanza di spiritualità, ci sono tanti cattolici che si definiscono tali ma non praticano, credo che venendo in contatto con una religione più forte abbia finito per esserne ispirata.

Ultime dichiarazioni

Silvia negli ultimi giorni ha avuto la forza di tornare sui social e ha ringraziato i suoi amici in un post pubblicato sul suo profilo Facebook:

Sentivo che avreste visto il mio sorriso e avreste gioito perché sono viva, e sono qui. Ho seguito il cuore e quello non tradirà mai. Non arrabbiatevi per difendermi, il peggio è passato.

Nonostante tutto le sue parole sono calme e serene, e riflettono una ritrovata pace interiore dopo tante peripezie.


FONTI

IlGiornale

Corriere

Secoloditalia

Repubblica

CREDITS

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