Meritocrazia: un’illusione collettiva?

Alzi la mano chi crede che un sistema meritocratico equivalga ad un sistema giusto. Faccia un passo avanti chi almeno una volta ha pensato “in Italia c’è poca meritocrazia”. Faccia un fischio chi ritiene che la via del miglioramento sociale sia determinata dai propri sforzi. E se invece tutto ciò fosse solo un’illusione?

La meritocrazia come baluardo occidentale

Vivere in Occidente significa per molti confrontarsi con un sistema che premia l’impegno e la volontà del singolo. Questi due elementi portano infatti al successo, ovvero ad ottenere un ruolo di riconoscimento sociale positivo. La parola “meritocrazia” si compone proprio del termine “meritum“, che in latino significa “merito”, e del suffisso greco “-crazia“, ovvero “potere”. Con questo termine si vuole perciò evidenziare che chi ha merito ha più possibilità a livello sociale. Si sente spesso parlare nel dibattito pubblico di “implementare un sistema basato sulla meritocrazia”, seguendo la falsa riga dei paesi anglosassoni. Di contro, molto spesso in Italia ci si avvale di pratiche quali clientelismo, nepotismo e diritto di famiglia.

La (non) meritocrazia in Italia

Tali usanze tendono a prevalere soprattutto nell’ambito lavorativo, dove il popolo denuncia di giovani volenterosi e capaci che non trovano sbocchi promettenti, mentre illustri fannulloni ricoprono cariche importanti solamente grazie al loro cognome. Così le critiche permeano anche altri ambienti, fino ad abbracciare la politica, a cui i cittadini chiedono più serietà e tutela. Vi è infatti la credenza che siano i politici stessi ad essere una casta chiusa e poco meritocratica, a cui solo chi possiede amici o parenti all’interno può accedere. Inoltre, gli stessi vengono accusati di essere inconcludenti, poco competenti, e di guadagnare cifre sproporzionate rispetto al loro sforzo lavorativo. La critica si estende al loro disimpegno nell’introdurre una vera e propria cultura meritocratica all’interno delle aziende. Ciò danneggia coloro che hanno veramente talento e voglia di emergere, e, ahimè, fa andare avanti individui senza spina dorsale.

Alcuni esempi da non seguire

Di esempi di questo modo di operare se ne sentono fin troppi: prima il politico che ha fatto la sua ascesa grazie ad ambigui compromessi, poi il grande imprenditore che porta i soldi all’estero per non pagare le tasse (sfociando quindi anche nell’illegalità), e infine ragazzini che vengono promossi a scuola per qualche misterioso legame di parentela con i professori. Si potrebbe andare avanti così per molto, e se ci pensiamo ognuno di noi potrebbe avere in mente degli esempi di ingiustizie sociali.

Cosa significa veramente meritocrazia?

Di conseguenza, richiedere una società più meritocratica significa volere all’interno dello stato un insieme di valori che valorizzino l’individuo per ciò che egli compie e per il suo sforzo, ma non per ciò che egli è. Bisognerebbe quindi rendere ininfluenti etnia, partito politico, genere ed origine familiare ai fini di valutazione di una persona. In Italia quest’ultimo fattore è molto rilevante, difatti spesso provenire da “buona famiglia” apre molte più porte, diminuendo le possibilità di mobilità sociale per le persone comuni. Ed è il contrario di quello che gli americani chiamano il self-made man, ovvero l’uomo che si è fatto da sé, senza aiuti né compromessi.

Tra paladini della giustizia ed indicatori per misurarne l’efficacia

Nella società americana, ma anche nei paesi scandinavi, vige un rigido controllo su chi detiene cariche di responsabilità, e questo è garantito da un sistema di pari opportunità nell’educazione così come nel libero mercato. Basta pensare ai rigidi test di ingresso che tutti gli studenti americani devono superare per poter entrare nelle migliori università. In Italia, il dibattito sul tema infuria ormai da anni, ma c’è anche chi propone soluzioni concrete: il Forum della Meritocrazia si offre proprio come aiuto per i policy makers. Esso sviluppa, tra le altre cose, il Meritometro, uno strumento che misura il livello di meritocrazia dei paesi europei. Per farlo vengono presi in considerazione sette pilastri prioritari del mondo democratico: libertà, pari opportunità, qualità del sistema educativo, attrattività per i talenti, regole, trasparenza e mobilità sociale. Nell’ultima edizione risalente al 2017 (dati quindi del 2016) l’Italia si posizionava ultima. Davvero un pessimo esempio da seguire.

E se guardassimo da un’altra prospettiva?

Tuttavia, se ci pensiamo bene non è così facile ed oggettivamente possibile misurare il livello di merito per ciascuno. Infatti, ogni persona ha capacità e volitività diverse, perciò risulta frutto di una scelta arbitraria il determinare se un individuo abbia diritto ad uno status più elevato o meno. Inoltre, il concetto stesso di meritocrazia esiste perché la realtà è basata su una disparità sociale ed economica da cui non si può prescindere. È infatti chiaro che un giovane cresciuto in una famiglia acculturata ed abbiente avrà sicuramente più probabilità di sviluppare maggiori competenze e forza di volontà di chi non possiede risorse economiche né “genetiche”, e questo è proprio il fondamento dell’attuale concetto di meritocrazia, che altrimenti non avrebbe necessità di esistere.

Non è tutto oro quello che luccica

Prima ho fatto l’esempio del modello americano ritenuto emblema di meritocrazia. Certo i sistemi anglosassoni o scandinavi vantano da sempre maggiore attenzione nel premiare chi riesce a farsi strada indipendentemente dai fattori quali la famiglia o il denaro. I SAT (Scholastic Aptitude Test), ovvero i test d’ammissione ai college, contribuiscono al sistema. Ogni potenziale studente di qualsiasi università americana deve affrontarli per poter entrare

in facoltà, a prescindere dal proprio patrimonio economico o nomea. Questo è volto a garantire imparzialità e a valorizzare le attitudini individuali. Ma qualcosa non ha funzionato negli ultimi anni, o forse è da sempre stato così ma noi non lo sapevamo. Il simbolo della meritocrazia americana è crollato nel 2019, sotto lo scandalo e l’ipocrisia delle tangenti pagate da alcuni attori per far ammettere i propri figli alle scuole. A questo punto vale davvero la pena di discutere di meritocrazia?

Il ruolo della fortuna

Concedendoci le condizioni ideali e portando il ragionamento ad un passo successivo, bisogna ammettere che bravura ed impegno portano al successo anche in conseguenza di un’altra variabile: la fortuna. Miti come l’uomo che si è fatto da sé del sogno americano reggono solamente nell’immaginario, ma la realtà è che per avere successo non basta solo impegnarsi e faticare, bisogna anche incontrare le giuste circostanze. Vi sono infatti migliaia di giovani che fronteggiano le sfide quotidiane con tenacia e perseveranza, ma quanti di essi realizzano veramente ciò che sognano, anelano, meritano? Quanti informatici esistono che oggi ricordiamo tanto quanto Steve Jobs? Quante altre donne carismatiche e talentuose hanno raggiunto la fama ed il successo di Michelle Obama? Questi sono solo esempi estremizzati per evidenziare il concetto che ogni persona si trova a percorrere strade diverse, nelle quali la volontà non è affatto l’unico fattore determinante. Altrimenti saremmo tutti donne e uomini in carriera.

Ogni persona ha inclinazioni diverse

Tutto ciò ci porta a fare un’altra considerazione: ma davvero tutti sogniamo di essere come Steve Jobs o Michelle Obama? La risposta è sicuramente no. Avere successo non significa per forza raggiungere un determinato standard sociale a cui tutti aspiriamo in egual maniera. Ogni individuo è diverso dall’altro ed è unico proprio per le sue particolari aspirazioni, passioni e capacità. È perciò futile ed insensato, oltre che dannoso, impostare una società dove un merito assoluto ed ideale stabilisce il valore di una persona. Equivale a catalogare gli individui in serie, senza valutare realmente ciascuna persona per il suo vissuto. In sede di lavoro, e non solo, ciò porta a frustrazioni e pregiudizi non indifferenti.

Una giustificazione per le disuguaglianze

La meritocrazia vista da un altro punto di vista rivela perciò dei lati oscuri. Credere che tutto ciò che di buono ci accade sia determinato esclusivamente dai nostri comportamenti meritevoli è in realtà fuorviante. Essere in grado di riconoscere invece che il caso (o fortuna) sia d’aiuto è importante in egual maniera, soprattutto da un punto di vista socio-psicologico. Difatti, applicare la meritocrazia per rivendicare a tutti i costi uno status rende le persone più concentrate su se stesse e meno autocritiche. Il che porta inevitabilmente a difendere ad ogni costo le proprie posizioni, in maniera spesso egoistica (“me lo sono guadagnato”), e non fa altro che perpetrare quel sistema di disuguaglianze che tanto vorremmo abolire.

La giusta direzione

Introdurre perciò a livello “statale” più meritocrazia è un’operazione alquanto delicata. La sete di miglioramento e la voglia di una giustizia meritocratica che accomuna moltissimi di noi è legittima, ma dobbiamo tenere a mente che la realtà attuale è molto più complessa di un binomio successo/fallimento. Il dilemma etico che si apre di fronte al concetto di merito applicato al singolo individuo con il suo bagaglio esperienziale deve quindi trovare il giusto pragmatismo nelle istituzioni. Dobbiamo poter guardare ad esse con fiducia, contribuendo noi stessi ad imprimere un sistema basato sulla valorizzazione del talento individuale osservato nel suo contesto sociale più ampio. Per concludere, ognuno deve sapersi valorizzare non contro gli altri, ma nella complessità del panorama che lo circonda, riconoscendo il potere delle circostanze. Le autorità devono invece valutare i meriti individuali in un’operazione di miglioramento di se stesse e della società grazie all’apporto di ogni singolo membro.

 


Fonti:

Forum della Meritocrazia

Il Sole 24 Ore

Meritocrazia

The Vision

Credits:

Copertina

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