Art.11 della Costituzione: l’Italia ripudia davvero la guerra?

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

(Art. 11 Costituzione della Repubblica italiana)

Afferma questo l’articolo 11 della Costituzione italiana. Un principio con il quale l’Assemblea Costituente dichiara che il nostro Paese respinge l’utilizzo della guerra. Un messaggio pacifista, che alimenta quella che era la speranza di forgiare un mondo senza conflitti e senza armi.

In più di settant’anni dalla promulgazione della Costituzione, l’Italia è riuscita a mantenere questa promessa?

Dal dopoguerra in poi l’Italia non ha smesso a tutti gli effetti di partecipare (direttamente o indirettamente) a conflitti armati. Per questo non si è mai fermata la produzione e la vendita di armi e altri articoli da guerra.  Abbiamo disobbedito in parte a ciò che è espresso nella Costituzione. Vediamo come.

Dati alla mano

Nel 2018 abbiamo venduto armamenti a circa 80 Paesi, e ciò ci ha permesso di raggiungere la nona posizione mondiale per quanto riguarda l’export di armi. All’interno dei nostri confini sono diverse le aziende che producono giocattoli da guerra e relative munizioni. Le aziende maggiori e più produttive sono circa 20 e la maggior parte si colloca nel bresciano. Tutte con un fatturato con i fiocchi. Tra fabbriche minori e il relativo indotto il numero aumenta.

Il giro d’affari italiano è stato calcolato nel 2019 per un totale di circa 9 miliardi di euro, pressoché l’1,2% del Pil. Per fare un confronto attuale, 9 miliardi era la cifra stanziata per la sanità nella prima bozza del Governo sulla suddivisione dei fondi del Recovery plan. Sanità e corsa agli armamenti sono sullo stesso piano? La salute pubblica non vale di più di un proiettile? A voi le conclusioni.

I gadget militari più prodotti nel nostro Paese sono svariati. Nel catalogo possiamo trovare dagli elicotteri ai servizi di elettronica per la difesa, dagli aerei militari ai missili. Un grande spazio ha anche l’artiglieria di medio e grosso calibro. Senza tralasciare sommergibili e radar tattici.

A chi vendiamo?

Quale Paese ha ottenuto la fidelity card nell’acquisto di armi sul nostro territorio? Ben più di uno Stato ha questa fortuna. Dalla relazione governativa annuale del 2019 è emerso che l’Egitto è il nostro primo acquirente. Sì, proprio l’Egitto, quel regime che da cinque anni non collabora per fornirci una volta per tutte la verità sull’omicidio del nostro concittadino Giulio Regeni e che, non soddisfatto, tiene sequestrato da un anno lo studente di Bologna Patrick Zaki.                                      Quell’Egitto che i nostri politici da una parte implorano di dare una svolta alle indagini, ma che allo stesso tempo non fanno fatica a rinforzare militarmente fino ai denti. Alla faccia della coerenza…

Detiene il secondo posto il Turkmenistan. A seguire ritroviamo Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Australia, Germania, Algeria, Corea del Sud e Brasile. Le armi Made in Italy però vengono anche acquistate da Paesi in cui sussiste ancora oggi un conflitto armato a tutti gli effetti come Israele, Pakistan e Siria. Purtroppo, vendendo armi a questi Paesi alimentiamo conflitti armati che sono nati anni or sono. Se queste guerre continuano è anche per colpa nostra.

Ci sono anche altri Stati, come Russia, Cina, India e Arabia Saudita che apprezzano la qualità delle nostre armi e non disdegnano di pagarci qualche milione per averle.

Legislazione italiana

All’interno del nostro ordinamento abbiamo una legge che, in teoria, afferma quali sono le modalità e i limiti relativi alla vendita di armi. È la legge 9 luglio del 1990 numero 185 e dispone quanto segue:

“L’esportazione e il transito di materiali di armamento sono altresì vietati:

  1. a) verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite […];
  2. b) verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione;
  3. c) verso i Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l’embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite o dell’Unione europea (UE);
  4. d) verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani […];
  5. e) verso i Paesi che, ricevendo dall’Italia aiuti ai sensi della legge 26 febbraio 1987, n. 49, destinino al proprio bilancio militare risorse eccedenti le esigenze di difesa del paese; verso tali Paesi è sospesa la erogazione di aiuti ai sensi della stessa legge, ad eccezione degli aiuti alle popolazioni nei casi di disastri e calamità naturali” (Legge 9 luglio 1990, n. 185 – Art 1, comma 6).

Leggendo quanto dichiara la legge è inevitabile comprendere che il nostro Paese non rispetta per esempio i punti a) e d). Sono visibili agli occhi di tutti le violazioni dei diritti umani in Stati come Russia e Cina; per non parlare di Arabia Saudita ed Egitto. Il conflitto israeliano-palestinese e la incessante guerra in Siria non dovrebbero essere sufficienti per fermare la vendita di armi?

È chiaro che, quando conviene, la legge è facilmente aggirabile. Soprattutto quando si tratta di rapporti economici internazionali, dove soldi e mercato la fanno da padroni. Da una parte, firmando trattati e partecipando a organizzazioni internazionali ripudiamo la guerra e osanniamo i Paesi esteri a cessare i loro conflitti e terminare le guerre iniziate. Allo stesso modo, senza che venga dichiarato pubblicamente dalle nostre istituzioni, questi conflitti fanno comodo alle casse del nostro Stato, il quale non rifiuta soldi macchiati dal sangue di civili che perdono la vita sotto bombe, proiettili e pistole made in Italy.

 

Fonti:

corriere.it

reportaziende.it

ilfattoquotidiano.it

ilpost.it

greenpeace.org

ilmanifesto.it

presidenza.governo.it


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