Dall’evoluzione all’estinzione della specie

Al giorno d’oggi sarebbe più corretto parlare di evoluzione o di estinzione dell’umanità? O meglio ancora, siamo arrivati a un punto in cui possiamo ancora credere di svilupparci o ci converrebbe iniziare a pronunciare preghiere affinché la nostra fine sia veloce e indolore?

I cari tempi dell’homo sapiens sono ormai andati. Baratto, assenza di problemi climatici e di inquinamento, piccole comunità quindi pochi casini, nessuna coda al supermercato e parcheggi sempre liberi. Lì sì che si stava bene. Successivamente, piano piano, questa bell’atmosfera si è persa e tra i primitivi sono iniziate le prime buffe contestazioni su chi fosse il capobanda, chi poteva permettersi un terreno più grande dell’altro o tra chi aveva la lancia più lunga e bella (e per lancia tranquilli, non ci sono doppi sensi, intendo proprio quella per cacciare gli animali: considerati i tempi è sempre meglio specificare).

Decade dopo decade, secolo dopo secolo, questi problemi, all’apparenza piccoli e risolvibili attraverso una semplice faida, andarono a ingrossarsi finché, probabilmente stanchi di vedere sempre le stesse facce, inventarono un nuovo gioco che è ancora di moda oggi per risolvere tali questioni: la guerra. Nel corso degli anni questo spassosissimo passatempo si è sviluppato ed è diventato una tradizione, un segno distintivo, un qualcosa del quale non possiamo proprio fare a meno. Nel corso delle innumerevoli fasi storiche, la guerra è stata usata per risolvere praticamente tutto. Ok, forse risolvere non è la parola giusta. Diciamo allora per provare a risolvere tutto.

Homo curvus

Ma concentriamoci ancora un momento sui concetti del titolo. Partiamo dal primo. Ci siamo effettivamente evoluti? Dal punto di vista fisico non ci sono dubbi. L’homo erectus deve la sua fama proprio per l’aspetto esteriore, più longilineo e appunto eretto rispetto ai suoi predecessori. Ma, nonostante ciò, sembra che l’umanità da questo punto di vista stia facendo dei passi indietro, tornando in una fase che potremmo definire dell’homo curvus. Ore e ore con lo sguardo fisso su questi fantastici dispositivi tecnologici: manca poco e ci entriamo direttamente con tutta la faccia dal tanto che li utilizziamo e osserviamo.

Oltre all’aspetto esteriore però non possiamo negare che abbiamo fortunatamente fatto dei passi avanti anche dal punto di vista interiore e mentale. Ma sì dai, qualche incidente di percorso durante gli anni, ma tutto risolto. Non soffermiamoci su errori piccoli e insignificanti come la schiavitù, il razzismo, l’oppressione di popoli più deboli, la distruzione del pianeta su cui viviamo o la sempre più crescente industria militare. Sono situazioni passate, successe e superate che non potranno più accadere. Come detto, moralmente siamo cresciuti, non siamo mica così stupidi da ricommettere o implementare tutti questi errori, suvvia (l’ho detto davvero?).

Homo furbus

La nostra società è sempre cresciuta in maniera esponenziale, ha attraversato momenti brutti ma si è sempre risollevata. Per riprenderci da sbandamenti ed errori abbiamo sempre avuto la furbizia di mettere delle pezze, anziché provare a ricostruire. Troppo lungo e costoso ripartire da zero, più facile e veloce fare finta di niente e ritoccare qua e là dove c’è qualche buco.

È più semplice, per esempio, dire che i popoli africani non se la passano bene e sono svogliati rispetto ad assumersi le colpe di decenni di sfruttamento umano e territoriale di quelle terre. Oppure è più rapido implementare e convertire un sistema sanitario quanto meno organizzato ed efficiente solo nel momento del bisogno invece che sostenerlo e svilupparlo quotidianamente, vero? Eccoci arrivati alla fase dell’homo furbus.

2050

Ma perché dovremmo preoccuparci di una nostra imminente estinzione? Non c’è nulla di cui spaventarsi, almeno fino al 2050 circa se non dovesse esserci una riduzione drastica di anidride carbonica in tutto il mondo. Lì, forse, potremmo definitivamente iniziare il countdown. Il nostro destino è variegato e tenebroso allo stesso tempo.

Ci sono giusto un paio di possibili avvenimenti che, se non corretti in tempo, potrebbero farci fare la fine dei tanto amati dinosauri. Per esempio, stime recenti affermano che la capacità futura dell’umanità di alimentarsi è in pericolo a causa dell’intensificata pressione sulle risorse naturali e delle conseguenze del cambiamento climatico. In parole povere, milioni di persone moriranno di fame per colpa dei loro simili. Oltre al fatto che, sempre entro quel maledetto 2050, la popolazione toccherà quota 10 miliardi di individui. Non voglio nemmeno immaginare le future code di automobili a ferragosto o l’assalto ai treni e pullman nelle ore di punta.

Ma restiamo ottimisti, mancano ancora vent’anni, non vorrete mica iniziare a preoccuparvi ora per quello che avverrà fra un paio di decenni. Non sappiamo manco se domani ci rinnovano il contratto di lavoro, figuriamoci se abbiamo tempo per concentrarci su queste cose.

Cari umani, che dite, ci riaggiorniamo fra qualche anno? Sempre se non abitate a Venezia, a Bangkok o Shanghai, in quelle zone molto probabilmente sarete già sott’acqua da un bel pezzo. In bocca al lupo! Ah, dimenticavo: preparatevi non solo a un’ondata di disastri climatici, miei cari leoni da tastiera, ma anche a un innalzamento mai visto del numero di nuovi profughi climatici. Me li vedo già i razzisti e sovranisti del futuro: “Vengono in Italia a rubarci l’ombra e l’acqua!”; oppure: “Prima l’aria agli italiani!”. Ne vedremo delle belle. Ma soprattutto di brutte.

 

Fonti:

fao.org

huffingtonpost.it


Credits:

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