Diritti umani: quali e dove non vengono garantiti

Garantire l’umanità di una persona all’interno di una società è compito dei diritti umani, strettamente legati alla libertà individuale. Il loro riconoscimento e rispetto sono clausole fondamentali all’interno del contratto sociale, poiché vivere in società non significa annullarsi in essa. Lungo la storia sono stati molti (troppi) i casi in cui questi diritti sono venuti meno, benché la concezione di diritti connaturati alla condizione stessa di essere uomo, e in quanto tali inalienabili, appunto chiamati diritti naturali, fosse una realtà molto discussa. Già nell’antica Grecia veniva trattato questo argomento.

Nell’etica nicomachea, opera di Aristotele, infatti, troviamo un passo in cui viene distinto il giusto naturale e quello legale. Il giusto naturale, dice Aristotele, non dipende in alcun modo dalla credenza di un singolo o da punti divista, ma è universale e inopinabile. Nel testo, per rendere più chiaro il concetto, viene fatto l’esempio del fuoco che arde in ogni luogo allo stesso modo. Il giusto legale, invece, è caratterizzato da mutevolezza, perché redatto da una morale, quindi da uno status di leggi che in origine non avrebbe fatto differenza se fossero state in un modo o in un altro.

Però, nonostante questi concetti fossero già trattati da millenni, solo il 10 dicembre 1948, dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, si è arrivati a una Dichiarazione universale dei diritti umani. Tuttavia, sono ancora molti gli Stati in cui tali diritti non vengono rispettati. Di seguito si riporteranno alcuni casi.

“Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Articolo 1, Dichiarazione dei Diritti Universali

Scontri che mettono in pericolo i cittadini

La situazione in Libia, dopo l’uccisione di Gheddafi, il 20 ottobre 2011, e il colpo di Stato del generale Haftar del 18 maggio 2014, è andata peggiorando sempre più. Gli attriti tra i due governi, quello di Tripoli e quello di Tobruch, appoggiato da Haftar, si sono trasformati in una vera e propria faida tra i due gruppi armati dei rispettivi esecutivi. Hanno preso vita, così, dei veri e propri scontri che non hanno risparmiato i cittadini.

Vittima di violenze ed esposta a un grave pericolo, la popolazione si è ritrovata in una vera e propria guerra civile. Situazione che, inevitabilmente, è andata a ledere i diritti umani delle persone. Secondo lo studio del World report 2020 di Human Rights Watch, il consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite dovrebbe identificare e punire i responsabili. Hanan Salan, ricercatore in Libia per Human Rights Watch, dice: “Finché i gruppi armati godranno dell’impunità, i civili ne pagheranno il prezzo”.

Manifestazioni represse nel sangue

Dopo l’aumento del prezzo del carburante, in Iran sono scoppiate delle manifestazioni civili, trasformatesi, poi, in proteste contro il governo iraniano. Nonostante l’iniziale natura pacifica di queste manifestazioni, non ci è voluto molto affinché diventassero delle violente rivolte. Il governo iraniano ha risposto con una dura repressione. Per prima cosa è stato bloccato l’accesso a Internet a livello nazionale.

Amnesty International si è occupata del caso e ha denunciato tutti i crimini commessi dal governo. Secondo l’organizzazione, le forze governative avrebbero sparato sui manifestanti dai tetti dei palazzi, dagli elicotteri e, a breve distanza, con mitragliatrici. Secondo i residenti, versione riportata sul «New York Times», il governo avrebbe poi recuperato i corpi dei manifestanti per occultare le prove degli omicidi commessi. Si contano circa 1500 cittadini iraniani uccisi dalle forze governative.

Michael Page, vicedirettore dell’associazione Human Rights Watch, denuncia la violazione dei diritti umani dei cittadini Iraniani. Le sue parole: “I leader iraniani hanno risposto al diffuso disgusto per il potere corrotto e brutale con una repressione violenta e mettendo a tacere tutto il dissenso domestico per non minacciare il loro potere”.

Il caso dei matrimoni forzati di minori

Questo fenomeno, che sembra quasi surreale, purtroppo è ancora diffuso in molti paesi. Niger, Repubblica Centrafricana, Ciad, Nigeria, Bangladesh sono Stati in cui questa pratica è ancora largamente diffusa. Human Rights Watch si è occupata anche di questo fenomeno e spera di vedere la fine dei matrimoni di minori entro il 2030. Il Bangladesh, uno degli Stati con il più alto tasso di matrimonio infantile, si è impegnato a porre fine a questo fenomeno. Il primo ministro Sheikh Hasina si è mobilitato per non permettere i matrimoni delle ragazze sotto i 15 anni entro il 2021, ma per ora non si sono registrati cambiamenti significativi.

 

Fonti:

Osservatoriodiritti.it

Amnesty.it

It.wikipedia.org/Libia

It.wikipedia.org/Proteste


Credits:

Copertina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.