Covid e vaccino: tra responsabilità individuale e capitalismo

Qualcuno ha avanzato dubbi riguardo alla sua reale efficacia. Qualcun altro vi ha ricondotto la causa della trombosi che ha posto fine alla vita di diverse persone. Altri ancora contestano il fatto che i test clinici siano avvenuti in un lasso temporale ridotto, cosicché non se ne conoscano gli effetti sul lungo termine. Ovviamente, mi sto riferendo al vaccino anticovid, che da alcuni mesi domina tanto giornali e telegiornali quanto social media e vulgate. Altri, forse con un goccio di fantasia in più, vedono una possibile connessione tra vaccino e 5G, traendo conclusioni che spesso risultano molto poco chiare. Non essendo un medico né un fisico, non ho la capacità di esprimermi su quanto riportato sopra, ma in quanto scienziato sociale mi piacerebbe esprimere una breve riflessione su come la società stia leggendo lo sviluppo di questa tecnica.

Lo sbarco dei vaccini

Secondo la retorica che vorrebbe la pandemia da Covid-19 al pari di una guerra, l’arrivo del vaccino è paragonabile a uno sbarco in Normandia. Già da subito l’ordine delle cose sembra invertito: gli esponenti di destra sono improvvisamente diventati anarchici, quelli di sinistra stanno lodando, glorificando, e rendendo grazie ad aziende multinazionali multimiliardarie. Cerchiamo di capirci qualcosa di più.

Responsabilità individuale

Un primo grande aspetto che vorrei portare in luce è quello della responsabilità individuale. Fin dall’inizio, ci è stato detto, anche in maniera piuttosto ripetitiva e insistente dall’ex premier Giuseppe Conte, che un eventuale lieto fine sarebbe dipeso in particolare modo dalla condotta personale di ognuno di noi. Senza voler mettere in discussione la legittimità o meno dei sacrifici che sono stati richiesti alla popolazione, quest’ultimi hanno assistito a un processo che si è andato delineando in due fasi: la prima caratterizzata da un ammontare di spontaneità e abnegazione piuttosto elevati, la seconda che ha visto il declino di quest’ultimi.

Successivamente alla soluzione del primo grande lockdown generico, si è andato a sviluppare un sempre più diffuso e generalizzato senso di ribellione nei confronti dell’autorità. Chi si è ribellato perché non riusciva a sostenere economicamente il proprio esercizio commerciale. Chi perché necessitava del proprio pane (o aperitivo) quotidiano. E poi quei molti la cui libertà personale è stata messa a dura prova da una mascherina e qualche goccia di disinfettante.

La svolta egoistica

In ogni caso, a prescindere dalle diverse ragioni, si è assistito a un’inversione di rotta. Da un contesto di altruismo, in cui la difficoltà è motivo di coesione e il grado di responsabilizzazione tocca i propri apici, a un contesto di egoismo, in cui si accetta di mettere a repentaglio la salute propria e altrui, talvolta per la propria sopravvivenza, ma talaltra volta per semplice scelleratezza. È in questo secondo contesto che si inserisce l’evenienza del vaccino. Analizziamolo: un dispositivo di prevenzione aperto a tutti in maniera indifferenziata, presentato dai media come una possibile soluzione a una situazione che ormai da due anni non cessa di opprimere i popoli di quasi tutto il mondo, come la fine di ogni tribolazione. Ognuno di noi riceverà la propria dose, per poi tornare alla vita di prima. Ed è questo che mi preoccupa: è durante la vita di prima che è cominciata la pandemia.

Qualche retorica particolarmente ottimista sosteneva che ne saremmo usciti tutti un po’ migliori. Io non credo proprio. Questa salvezza totalizzante e indifferenziata che verrà calata su noi come manna dal cielo è la deresponsabilizzazione definitiva dell’individuo. È la conferma che, a prescindere dai nostri sacrifici e dal nostro altruismo, tutto sarebbe andato bene, che la coesione sociale e l’unione non sarebbero stati la chiave. Che la svolta egoistica non è stata un male, che è possibile pensare solo al proprio tornaconto e ricevere la propria dose di diritto, quando verrà il proprio turno.

La crisi della sanità locale

Un secondo livello di deresponsabilizzazione, e in un certo qual modo di legittimazione, interviene nei confronti della politica. Non è un segreto che da molti anni la sanità territoriale, locale e comunitaria in Italia stia affrontando una dura crisi, in favore di un sempre maggior sviluppo del privato e della centralizzazione. Facciamo una piccola digressione, a questo riguardo.

Nella mia terra d’origine, la Liguria, si è verificato, tra il silenzio generale, un esempio di scellerata follia. È stato notificato, in piena pandemia, il passaggio del Saint Charles di Bordighera e del nosocomio di Albenga nelle mani di privati. Non contenti di questi duri colpi al bene pubblico, i politici locali stanno lavorando alla chiusura degli ospedali (e relativi pronti soccorsi) di Sanremo e Imperia, in favore dell’apertura di un ospedale unico ad Arma di Taggia. Un unico ospedale per 213mila abitanti, ad almeno un’ora di ambulanza da centri di competenza come Montegrosso Pian Latte.

Senza volersi calare troppo approfonditamente in un discorso che ci condurrebbe fuori tema, mi prendo la responsabilità di affermare che il Modello Liguria ben rappresenta la disastrosa situazione sanitaria che affligge il Bel Paese. Ora, i diversi miliardi stanziati in favore del vaccino sono sufficienti a ottenere il perdono, a dimenticare tutto e a ricominciare da capo, amici come prima? Si tratta di un ennesimo investimento nel privato, e ancora a discapito della quasi inesistente medicina di territorio. Ed ecco che ci ricolleghiamo al secondo argomento.

Capitalismo sanitario

La cosa che mi ha veramente spaventato di questo vaccino è la vista di una massa informe di sedicenti compagni mettere la propria vita nelle mani di aziende multinazionali da 70 miliardi di dollari di fatturato. Non un approccio critico, non un accenno di difesa nei confronti della sanità locale o perlomeno nazionale, nessuna rivendicazione. Solo una cieca fiducia degna del più vetusto positivismo. La carenza più evidente è quella di uno scrupolo riguardo alla ulteriore legittimazione del capitalismo a vecchio stampo, in particolar modo in ambito sanitario, che negli anni precedenti era stato oggetto delle lotte degli stessi gruppi e individui. O almeno, a parole. E invece, sembra proprio che, come l’Italia degli anni 40 non si sarebbe potuta salvare senza l’intervento degli alleati, salvo poi pagarne le conseguenze nel corso dei decenni, l’Italia di oggi non si possa salvare senza l’intervento delle multinazionali. Questa è la realtà odierna: la (pseudo)sinistra difende incondizionatamente chi capitalizza la salute del cittadino.

Andrà tutto bene?

In ultima analisi, credo che la malattia non si estinguerà molto facilmente. La vera malattia conosce le nostre società da molto prima del Covid, il quale oserei descrivere come un semplice sintomo, costringendo, di conseguenza, il vaccino nel ruolo di antidolorifico. E allora continueremo a riempire di brutte pezze questa giacca che andrebbe sostituita, raccoglieremo il Covid con la scopa e lo nasconderemo sotto al tappeto, facendo finta che nulla sia mai successo. E torneremo al mondo che conoscevamo prima, pronti per la prossima pandemia, per il prossimo salvataggio dall’alto. Se il vaccino avrà successo, se il contagio si interromperà e smetteremo di indossare le nostre odiate mascherine, non per questo la società sarà guarita. Il coronavirus e il relativo vaccino hanno riportato e stanno tuttora riportando a galla (dis)valori come individualismo, deresponsabilizzazione, egoismo e fiducia nel capitalismo. La pandemia potrebbe benissimo terminare ma, mi si creda, non andrà tutto bene.

Alessio Bellini

Compagno d’armi di Elzevirus

Fonti:

Lastampa.it

Ivg.it

Wired.it/taglisanità

Agi.it/Pfizer

Agi.it/Conte

Wired.it/proteste

Vaccinarsi.org


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