Femminilità tossica e mascolinità tossica a confronto

Il concetto di mascolinità tossica venne teorizzato in maniera estremamente esaustiva dal professore e psichiatra Terry Kupers già nel 2005. Secondo lo specialista, esso, infatti, si traduce in una “costellazione di tratti sociali maschili di tipo regressivo con lo scopo di promuovere comportamenti di dominazione, svalutazione della figura femminile, omofobia e violenza arbitraria”.

Ruoli di genere

Analogamente alla femminilità tossica, che verrà affrontata più avanti in questo articolo, la mascolinità tossica è caratterizzata da una smodata aderenza al concetto più tradizionale di ruolo maschile. I ruoli di genere possono essere tradotti con le attività, attitudini, gli abiti, i comportamenti, che nell’immaginario comune i sessi dovrebbero tenere. Si tratta tuttavia di un’ideologia desueta e non inclusiva, poiché fa riferimento al solo binarismo di genere, inesistente all’interno della società. Questo binarismo, il pensiero che vi siano solo due generi, non fa altro che rafforzare i tratti tossici dei concetti di femminilità e mascolinità. Essi, infatti, non sono da limitarsi ai due generi tradizionalmente concepiti, bensì si tratta di espressioni della propria identità e non hanno alcuna correlazione con il sesso biologico.

L’esasperazione dei gender roles e delle caratteristiche stereotipate che essi si propongono di rappresentare sfocia irrimediabilmente nell’ipermascolinità. Si tratta di una forma di relazione interpersonale messa in atto dal genere maschile dove tutti gli attributi ritenuti “maschili” vengono esacerbati.

Toxic masculinity

La mascolinità tossica è, in primo luogo, dannosa per il genere maschile ed è la massima espressione della società patriarcale. L’imposizione e la pressione sociale di tutte le peculiarità che un “vero uomo” dovrebbe avere, porta necessariamente alla stigmatizzazione di molteplici aspetti cruciali per il benessere di un individuo. Essa può essere facilmente riassunta in tre punti chiave: la forza, l’anti-femminilità ed il potere. La prima riprende la nozione secondo la quale gli uomini debbano necessariamente essere fisicamente forti e prestanti. Tuttavia, essa va applicata anche alla sfera emotiva. Nell’immaginario collettivo all’uomo non è concesso mostrare le proprie emozioni e fragilità, ma al contrario stoicismo e freddezza.
La fragilità, associata comunemente alla figura femminile, permette perfettamente di introdurre il secondo punto chiave della mascolinità tossica: l’anti-femminilità. Si tratta del ripudio per tutto ciò che viene, o potrebbe essere associato alla donna. Spesso anche la donna stessa. Il fenomeno si caratterizza infatti di una spiccata misoginia. L’uomo, infine, deve ottenere e soprattutto mantenere il potere, sia dal punto di vista sociale che finanziario al fine di poter meritare l’altrui rispetto.

Toxic femininity

La femminilità tossica, secondo Devon Price, persona non binaria che esercita la professione psicologica, affonda le proprie radici proprio nella limitata e rigida concezione di binarismo di genere. Price afferma infatti che “concentrarsi sugli sbagli perpetrati dagli uomini – e dalle insicurezze nutrite da essi – porta ad ignorare la più ampia, sistematica natura della bestia. Il problema non è mai stato solo la mascolinità. È stato, ed è tutt’ora, l’inflessibilità dei ruoli di genere sia per gli uomini che per le donne.” Inoltre “la femminilità tossica è perniciosa tanto quanto la mascolinità tossica ed impatta tutte le persone indipendentemente dal genere.

Sii donna

La femminilità tossica può assumere tuttavia una triplice veste. Essa può tradursi nell’incessante competizione e sabotaggio di altre donne attraverso l’uso di quelle che vengono tradizionalmente considerate qualità femminili come fascino, seduzione, bellezza. Questi comportamenti si verificano per la maggior parte sul luogo di lavoro dove, il 58% delle donne al potere, utilizza la propria posizione di autorità per sminuire altre donne, le quali compongono il 90% del target. Lo sfoggio di tali peculiarità non fa altro che perpetrare necessariamente la percezione della donna come mero oggetto del desiderio sessuale.
L’utilizzo della propria femminilità al fine di trarre vantaggio. Numerosi studi hanno mostrato infatti, che la durata e la severità delle sentenze emesse per gli uomini è nettamente superiore rispetto a quella per le donne. È inoltre meno probabile che le donne vengano accusate o condannate per violenze sessuali e molestie. E, in ultima istanza, l’esasperazione e limitazione e del ruolo femminile a madre, moglie, figlia e della componente emotivo-caratteriale che ne deriva.

“Be a Lady They Said”

La giovane autrice del celeberrimo poema “Be a Lady They Said“, Camille Rainville, fotografa in modo dolorosamente realistico le aspettative imposte dalla società per essere una donna, o considerata tale.

Sii una signora – dicono-. La tua gonna è troppo corta. La tua camicia è troppo stretta. Non mostrare così tanta pelle. Lascia qualcosa all’immaginazione. Non fare la tentatrice. Gli uomini non possono controllarsi. Gli uomini hanno dei bisogni. Sii sexy. Sembra attraente. Non essere così provocante. Te la sei cercata. (…)

Sii una signora – dicono-. Non essere troppo grassa. Non essere troppo magra. Mangia. Dimagrisci. Smetti di mangiare così tanto. Ordina un’insalata. Non mangiare carboidrati. Salta il dessert. Mettiti a dieta. Dio, sembri uno scheletro! Perché non mangi e basta? Sembri emaciata. Sembri malata. Agli uomini piacciono le donne con un po’ di carne sulle ossa. Sii una taglia zero. Sii un doppio zero. Sii niente. Sii meno di niente. (…)

Sii una signora – dicono-. Non farti stuprare. Non bere troppo. Non camminare da sola. Non uscire troppo tardi. Non vestirti così. Non ti ubriacare. Non sorridere agli estranei. Non uscire di notte. Non fidarti di nessuno. Non dire di sì. Non dire di no.

 

Sii solo una signora”.

 


Fonti:

psychologytoday.com

verywellmind.com

unimelb.edu.au

wi.edu

thelatch.com.au

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