George Floyd: l’ombra del razzismo è ancora tra noi

I conflitti razziali tornano a gettare un’ombra sugli Stati Uniti a seguito dell’uccisione dell’afroamericano George Floyd lo scorso 25 maggio. Numerose città sono nel caos a causa di proteste trasformatesi in rivolte. Ma ripartiamo dall’inizio, analizzando i fatti e dispiegando la tematica del razzismo, oggi più attuale che mai.

I fatti del 25 maggio 2020

Sono all’incirca le 20:00 a Minneapolis, Minnesota, quando un uomo viene fermato dalla polizia e arrestato. Si chiama George Floyd, ha 46 anni, ma soprattutto, è afroamericano. Gli agenti di polizia sostengono che egli al momento dell’arresto abbia posto resistenza, pertanto ne è risultata una colluttazione. La morte di Floyd è stata così solo un incidente dovuto ad una reazione difensiva della polizia.

L’arresto e la fine ingiusta di un uomo

D’altro canto, una telecamera a circuito chiuso su Chicago Avenue South sembra dimostrare il contrario, ovvero nessun tipo di scontro fisico. In ogni caso, la scena ripresa da alcuni passanti durante gli attimi che si susseguono poco dopo l’ammanettamento di Floyd è scioccante: un poliziotto, Derek Chauvin, lo tiene immobilizzato a terra prono premendogli un ginocchio sul collo. Il tutto dura ben 8 minuti e 50 secondi circa, nei quali George Floyd cerca disperatamente di respirare, ed implora: “I can’t breathe”, e “please don’t kill me”, ovvero “non posso respirare” e “per favore, non uccidetemi”. Alcuni passanti riprendono la scena e cercano di fermare il poliziotto, ma non c’è nulla da fare. È anche grazie ad essi se sappiamo come sono andate le cose. Qualunque crimine Floyd potesse aver commesso, il trattamento disumano a cui è stato sottoposto va condannato.

La morte di George Floyd

Floyd aveva infatti perso conoscenza da oltre 3 minuti quando i paramedici sono intervenuti, chiedendo a Chauvin di interrompere tale pratica. Una volta condotto in ospedale, per l’afroamericano non c’era già più nulla da fare. Ora i poliziotti che hanno preso parte all’arresto sono sotto accusa, tuttavia l’autopsia rimane poco incline ad incriminare la brutalità dell’agente Chauvin, ora in carcere. L’esito recita infatti che Floyd sarebbe deceduto per “la combinazione di asfissia, patologie pregresse e la possibile presenza di qualche sostanza intossicante nel corpo”. La famiglia chiede a riguardo un’autopsia indipendente. Ma questo ennesimo episodio di violenza incontrastata ed ingiustificata verso un individuo afroamericano fa scoppiare una bomba: gli Stati Uniti soffrono ancora l’odio razziale.

Le rivolte per chiedere giustizia

La morte di George Floyd ha perciò scaturito una reazione di protesta a partire da Minneapolis, e si è diffusa a macchia d’olio in numerose città americane. La popolazione ha iniziato dapprima a manifestare pacificamente per le strade, portando striscioni anti-razzisti e chiedendo giustizia per Floyd. La marcia su Minneapolis è però degenerata in rivolta, e fa tremare anche i piani più alti del governo. Infatti, nella notte del 29 maggio la caserma di polizia dove lavoravano gli agenti incriminati è stata data alle fiamme, e la città è nel caos. Decine di città americane sono in tumulto ed hanno stabilito un coprifuoco per tentare di limitare i disordini. Alcune persone sono morte nei conflitti, dove le forze dell’ordine tentano di sedare la rabbia. “Black Lives Matter”, così si chiama il movimento che vuole far chiarezza e dare voce una volta per tutte alle ingiustizie subite dalla comunità afroamericana.

George Floyd è solo l’ennesimo caso

Le scene che stiamo vedendo in questi giorni mostrano una nazione fortemente in conflitto per le discriminazioni razziali. Esse sembrano sempre ipocritamente superate, ma la verità è che il razzismo è ancora radicato, soprattutto negli USA nei confronti degli afroamericani. Perciò la popolazione chiede giustizia per George Floyd ma allo stesso tempo lotta per ritrovare se stessa: come si può nel 2020 dover ancora parlare di razzismo?

Una lunga serie di violenze

L’omicidio avvenuto pochi giorni fa infatti è solo l’ultimo di una serie di episodi di aggressività degli ultimi venti anni. La polizia ne è la protagonista ed i suoi agenti hanno sempre goduto di protezione. Vediamo alcuni casi del passato, in cui è innegabile la medesima dinamica.

2006 – Sean Bell

Nel 2006 l’afroamericano Sean Bell ed alcuni suoi amici furono uccisi da una scarica di proiettili dopo una colluttazione all’uscita da un nightclub, dove il gruppo stava festeggiando un addio al celibato. La polizia aveva fatto fuoco perché il locale era sospettato di avere un giro di prostituzione ed i ragazzi dopo lo scontro avevano tentato di seminare gli agenti in auto. La sparatoria tuttavia fu ingiustificata, ma i poliziotti vennero assolti. Sean avrebbe dovuto sposarsi quel giorno, e invece morì.

2012 – Trayvon Martin e la nascita del movimento “Black Lives Matter”

Il movimento “Black Lives Matter” nacque nel 2013, dopo che Trayvon Martin perse la vita. Un poliziotto fece fuoco sul ragazzino di 17 anni perché “indossava un cappuccio” e poteva essere scambiato per un criminale. A tale omicidio seguirono rivolte e proteste, ma il tribunale assolse l’agente.

2014 – Eric Garner e lo sport in suo sostegno

In modo simile a George Floyd, anche Eric Garner nel 2014 sussurrò incessantemente “non posso respirare”, dopo che un agente lo fermò e gli circondò il collo col braccio. Morì su un marciapiede di Staten Island, e il poliziotto non fu nemmeno incriminato. Dopo questa aggressione, giocatori di basket come Kobe Bryant indossarono indumenti con la scritta “I can’t breathe” durante un warmup. Le proteste si levarono a gran voce.

2014 – Michael Brown

Il diciottenne afroamericano Brown fu colpito a morte dall’agente Darren Wilson in circostanze ambigue collegate ad una rapina, nella quale il ragazzino pareva coinvolto. Ciò che è indubbio è l’eccesso di violenza da parte della polizia, infatti l’autopsia stabilì che almeno sei colpi avevano colpito il ragazzo. Tale episodio scatenò manifestazioni e disordini che durarono per una settimana a Ferguson, città dell’omicidio. L’allora presidente Obama dovette riportare l’ordine con squadre antisommossa, ma ribadì anche che i problemi razziali erano tuttavia una realtà in corso.

2016 – Alton Sterling e Philando Castile

Due uomini afroamericani vengono uccisi a distanza di pochi giorni, sempre ad opera della polizia. Si scatenano altre violenze, ed è in seguito a ciò che Micah Xavier Johnson, un veterano afroamericano dell’Afghanistan, decide di vendicarsi dei soprusi subiti dalla comunità afroamericana. Esegue così un attentato contro alcuni poliziotti bianchi di Dallas, in Texas, uccidendone cinque e ferendone altri nove.

2018 – Stephon Clark e Botham Shem Jean

Stephon Clark perde la vita investito da otto colpi di pistola nell’abitazione di sua nonna, vicino a Sacramento. Gli agenti sostennero che egli aveva una pistola e poteva essere il colpevole di atti vandalici della zona. Il ragazzo in realtà fu trovato solo con il proprio cellulare, e i poliziotti non incriminati. Botham Shem invece fu ammazzato per errore dalla sua vicina, che rientrando a casa pensava ci fosse un ladro, ma invece era semplicemente entrata nell’appartamento sbagliato, ovvero dove Jean viveva da solo come legittimo inquilino. Questa volta la poliziotta venne condannata al carcere, sebbene, ironia della sorte, ammise che si era trattato di un malaugurato errore. Il fratello della vittima stesso la perdonò.

2020 – Ahmaud poco prima di George Floyd

Ahmaud Arbery muore sempre per mano di un ex agente di polizia e del figlio a Savannah, in Georgia, ad inizio di questo anno. I due lo vedono uscire da un cantiere, e decidono di inseguirlo, pensando che potrebbe essere un ladro. Ne segue una colluttazione, in cui il figlio dell’ex agente spara. Un terzo uomo riprende la scena, che contribuisce a far chiarezza sull’accaduto e a dettare l’arresto dei tre. Difatti, inizialmente essi non furono incriminati in quanto lo sparo poteva sembrare dettato da legittima difesa.

La brutalità della polizia statunitense contro gli afroamericani

Il comune denominatore di tutte queste storie è la reiterata violenza della polizia ai danni di afroamericani. Ma non solo: possiamo parlare di un vero e proprio abuso di potere. Difatti, molti agenti coinvolti nei casi descritti hanno agito in modo sproporzionato alla situazione e ne sono usciti comunque puliti. Essi sembrano quasi legittimati ad usare la forza e le armi professionali in dotazione a loro piacimento, agendo in via preventiva su chiunque possa essere sospettato di un crimine. Ma come possono essersi verificate così tante brutalità nei confronti della popolazione di colore senza che i colpevoli siano stati puniti? Un chiaro segno che il razzismo è ancora realtà tra gli individui e nelle istituzioni.

L’arresto del giornalista Jimenez

Fa riflettere anche vedere in diretta l’arresto ingiustificato di chi cerca di mettere luce sui fatti del 25 maggio. Il problema è perciò civile: dove finisce la libertà di stampa e di espressione in un paese che si è sempre proclamato baluardo della democrazia? Quello che è successo al giornalista della CNN Omar Jimenez all’alba del 29 maggio mentre con la troupe stava riprendendo la situazione a Minneapolis mostra un paese allo sbaraglio. E l’ipocrisia di fondo. Le rivolte infuriano e sembrano non volersi fermare, la politica interviene usando la forza. Jimenez viene ammanettato in diretta TV mentre sta girando un servizio accanto alla caserma data alle fiamme dai rivoltosi. Alla sua richiesta di spiegazioni per il fermo, non viene data alcuna risposta, e l’attrezzatura, tra cui la telecamera che riprende l’accaduto, viene sequestrata. Vengono poi rilasciati un’ora e mezzo più tardi, con le scuse del governatore del Minnesota, Tim Walz.

Giustizia deve essere fatta

La popolazione americana è decisa a non arrendersi e lotta ferocemente per strada, ma in tutto il mondo stiamo assistendo a manifestazioni di solidarietà per gridare no al razzismo. Giustizia deve essere fatta per George Floyd, ma soprattutto questo omicidio non va dimenticato: deve essere un simbolo di cambiamento. Democrazia, uguaglianza e civiltà non potranno più essere pronunciate se atti razzisti di questo tipo continuano ad accadere.


Fonti:

Corriere della Sera

Corriere della Sera

Il Fatto Quotidiano

La Repubblica

Credits:

Copertina

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