Partiti, populismo e campagna elettorale permanente

La campagna elettorale è quel momento in cui partiti e candidati cercano di convincere gli elettori per ricevere voti. Teoricamente dovrebbe precedere di qualche mese l’appuntamento con le urne e chiudersi immediatamente dopo il risultato delle votazioni. Spesso, tuttavia, è difficile trovare un vero e proprio confine tra i momenti di campagna elettorale e quelli che dovrebbero essere “normali”. È sempre più diffusa la percezione di una “campagna elettorale permanente” nella quale ogni avvenimento è strumentalizzato dai partiti a fini comunicativi. Si possono ipotizzare svariate cause per spiegare questo fenomeno.

Spezzatini elettorali e spettacolarizzazione della politica

Gli appuntamenti elettorali sono sempre di più e sempre più ravvicinati. L’instabilità politica delle istituzioni, la crescente importanza delle votazioni europee e regionali ed un uso sempre maggiore dei referendum fa sì che i cittadini siano chiamati alle urne con maggiore frequenza. Inoltre, elezioni di valenza locale o sovranazionale sono strumentalizzate come indice di analisi per i sentimenti nazionali. Quando si vota per una regione o per un comune importante i media interpretano i risultati come fossero elezioni politiche nazionali. In questo modo, da una parte si assiste a una sorta di “spezzatino elettorale” per cui ogni anno si tengono elezioni importanti che possono avere una forte valenza politica, e dall’altra ogni appuntamento con le urne viene spettacolarizzato come se fosse una puntata di qualche serie tv. Il linguaggio populista e le promesse mirabolanti dei politici contribuiscono alla spettacolarizzazione dei media creando un circolo vizioso.

Il medium è il messaggio

Un altro fattore che spiega la campagna elettorale permanente è lo sviluppo del social networks come mass media per eccellenza. Nella storia ad ogni rivoluzione dei mezzi di comunicazione è sempre corrisposto un forte cambiamento delle dinamiche politiche. Fino a qualche anno fa il principale mezzo di informazione per i cittadini erano giornali e telegiornali, i quali hanno una cadenza giornaliera o comunque intervallata da diverse ore. I social networks, invece, offrono ai propri utenti la possibilità di informarsi e interagire con il mondo in tempo reale ad ogni ora. Se da una parte questo può rendere l’elettore più partecipe, dall’altra obbliga il politico ad inseguire in ogni momento l’opinione pubblica. Spesso, questo si traduce in una continua e assillante propaganda priva di contenuti complessi, poiché sui social la regola è l’immediatezza e la semplicità. Approfondire un concetto in 150 caratteri o in 12 secondi è praticamente impossibile.

Programmazione politica, questa sconosciuta

Il vero problema, emergente dal clima di campagna elettorale continua, è la mancanza di una seria programmazione politica sul lungo periodo. Essendo i leader politici impegnati in una continua ricerca del consenso immediato, sono pressoché impossibilitati ad agire per il bene pubblico in prospettiva. Spesso, infatti, per ottenere dei risultati concreti sul piano economico o sociale, sono richieste politiche impopolari che fanno emergere i risultati positivi solo dopo diversi anni. Tutto ciò è incompatibile con una struttura comunicativa che ricerca ossessivamente le “politiche-spot”: azioni propagandistiche con il solo obiettivo di solleticare gli appetiti elettorali. Spesso si sente parlare di politici che decidono quali policies applicare in base ai trend-topics più in voga sui social. Queste dinamiche portano alla situazione paradossale per cui la politica è asservita alla comunicazione, i leader politici diventano “marionette” dei propri comunicatori e analisti social.

Un esempio a destra: il ministro Salvini e gli sbarchi di migranti

Fin dall’inizio della sua ascesa politica, uno dei cavalli di battaglia di Matteo Salvini è stata la tematica dell’immigrazione. Il leader leghista si è sempre espresso contro gli sbarchi di migranti provenienti dal Nord Africa sulle coste italiane, ribadendo spesso la necessità di bloccarli. Una volta giunto al governo nel 2018, in qualità di Ministro dell’Interno, Salvini ha subito iniziato ad occuparsi mediaticamente della questione. Durante il mandato ministeriale di Salvini, ci sono stati diversi episodi di navi appartenenti ad ONG cariche di migranti bloccate in mare su ordine del ministro. In realtà, aldilà dell’immagine mediatica, le politiche di Salvini hanno avuto una scarsissima influenza sul trend migratorio. Per quanto riguarda accoglienza e rimpatri degli irregolari, invece, le misure intraprese sono state fallimentari e tragiche per i migranti colpiti da esse. Le azioni muscolari del ministro possono essere interpretate come mera propaganda finalizzata a massimizzare il consenso.

Un esempio a sinistra: Renzi e gli 80 euro

Nel 2014 l’ascesa irresistibile di Matteo Renzi scosse la scena politica italiana. Giovane dinamico, ha iniziato a raccontarsi come “l’uomo del fare” destinato a “rottamare” la sinistra italiana, portandola su posizioni più centriste seguendo l’esempio di Tony Blair. Divenuto Presidente del Consiglio a ridosso delle elezioni europee, Renzi concretizzò in maniera fulminea il famoso bonus degli 80 euro: una detrazione fiscale sull’Irpef che aumenta il salario per una certa fascia di reddito. La misura fu interpretata da molti analisti politici e dagli avversari di Renzi come una “mancia elettorale” in vista delle elezioni europee che il Pd renziano avrebbe poi vinto con oltre il 40% dei consensi. L’efficacia della misura è ancora oggi fortemente dibattuta, anche se è acclarato che con la spesa intrapresa si sarebbero potute aiutare le fasce deboli della popolazione in maniera maggiormente efficace se l’azione fosse stata studiata in maniera più approfondita.

Governare la complessità

In un mondo sempre più complesso sarebbe indispensabile una politica responsabile che sappia programmare e pensare al futuro. Tematiche come l’ambiente e le diseguaglianze sociali crescenti si possono affrontare solo attraverso provvedimenti articolati frutto di studio e approfondimento. Invece, a fronte di una politica che tende alla demagogia, ad occuparsi concretamente dei problemi sono spesso i tecnici delle pubbliche amministrazioni e i privati. Tutto ciò non è sostenibile: solamente la politica, infatti, può essere veramente rappresentativa degli interessi dei cittadini. Non si può pensare di appaltare la risoluzione dei problemi collettivi a tecnici e poteri economici. Per la salute della democrazia è quindi auspicabile che la politica inizi ad abbandonare le logiche demagogiche di ricerca del consenso immediato per cercare di programmare di costruire il futuro rappresentando gli interessi dei cittadini. A questo fine è indispensabile ragionare sull’istruzione e sulla formazione culturale sia della classe politica che dell’elettorato.

 


Fonti:

www.ilpost.it

www.ilpost.it

www.ilsole24ore.com

www.ilsole24ore.com

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