Pena di morte: il nuovo rapporto

 

Ogni anno Amnesty International redige un rapporto dettagliato riguardo alla pena di morte nel mondo, analizzando la situazione nei vari paesi.

Vi è abbinata anche una mappa interattiva a colori che mostra la situazione della pena di morte in ogni paese attraverso una legenda.

A oggi nel mondo sono 54 i paesi che continuano a prevedere la pena di morte nei propri ordinamenti. Fra questi sono comprese le due più grandi potenze mondiali: Stati Uniti e Cina. Molti di essi, come la Russia e il Kazakhistan, hanno la pena di morte nei propri ordinamenti giuridici ma de facto non la applicano. Questo perché è riservata a crimini di particolare gravità come l’Alto Tradimento o altri reati relativi a situazioni di guerra. Per altri paesi, le dittature più chiuse come Cina, Vietnam e Corea del Nord, non abbiamo dati disponibili poiché i regimi non comunicano i numeri delle esecuzioni.

L’andamento della pena di morte

Nel 2021 le esecuzioni sono aumentate rispetto al 2020.  Numericamente parliamo di 579 esecuzioni in 18 stati, in aumento del 20% rispetto al 2020. In alcuni stati la crescita è davvero spaventosa. Amnesty sottolinea il caso dell’Iran, passato da 246 a 314 esecuzioni, il numero più alto a partire dal 2017.

La spiegazione per questo aumento è l’introduzione di nuove leggi per punire il traffico e il consumo di droga, puniti appunto con la morte. Lo stesso trend si può osservare anche in Arabia Saudita, dove sono state eseguite 81 condanne, alcune delle quali in violazione del diritto internazionale. L’aumento globale si spiega generalmente come “rimbalzo” dal parziale (e provvidenziale) stop imposto dalla pandemia.

Durante il 2020, infatti, il braccio della morte di vari paesi si era fermato, o era quantomeno rallentato, a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia di covid. Tornate (almeno parzialmente) alla normalità le condizioni sanitarie, gli stati non abolizionisti hanno cominciato a far funzionare la pena capitale sui livelli dell’anno precedente.

La ripresa della morte

Amnesty sottolinea il particolare zelo da parte di boia e organismi giudiziari in molti di questi paesi nel riprendere la propria attività mortifera. Come notificato sul report:

Oltre a quello dell’Arabia Saudita (da 27 nel 2020 a 65 nel 2021), vanno registrati aumenti delle esecuzioni in Somalia (almeno 21 rispetto ad almeno 11), Sud Sudan (almeno nove rispetto ad almeno due), Yemen (almeno 14 rispetto ad almeno cinque), Bielorussia (almeno una), Giappone (tre) ed Emirati Arabi Uniti (almeno una). In questi tre ultimi stati non c’erano state esecuzioni nel 2020.

Significativi aumenti del numero delle condanne a morte rispetto al 2020 si sono visti nella Repubblica Democratica del Congo (almeno 81 rispetto ad almeno 20), Egitto (almeno 356 rispetto ad almeno 264), Iraq (almeno 91 rispetto ad almeno 27), Myanmar (almeno 86 rispetto ad almeno una), Vietnam (almeno 119 rispetto ad almeno 54) e Yemen (almeno 298 rispetto ad almeno 269).

In realtà, come specifica l’organismo internazionale in questione, il trend generale riguardo all’abolizione della pena di morte è positivo. Il 2021 è stato l’unico anno a partire dal 2010 in cui a livello mondiale le esecuzioni sono aumentate, in precedenza c’è sempre stata una diminuzione rispetto all’anno precedente. L’andamento pluriennale è quindi quello di un generale allontanamento dalla pena di morte come strumento di giustizia da parte di molti paesi.

Pena di morte e repressione

Amnesty sottolinea inoltre come molti paesi utilizzino la pena di morte non solo come mezzo penale, ma anche come strumento di repressione politica, religiosa, etnica o sessuale. Tutto ciò in violazione delle norme di diritto internazionale che vietano l’uso della pena capitale per qualsiasi reato che non sia l’omicidio intenzionale e, a maggior ragione, per punire il dissenso politico.

In Myanmar sono state infatti condannate a morte 90 persone, molte delle quali in contumacia, all’interno di una campagna mirata contro media e giornalisti. Tutto ciò è avvenuto inoltre per mano di tribunali militari che operano mediante procedimenti sommari e non permettono il ricorso in appello.

In Egitto, paese tristemente noto alla cronaca italiana per i casi di Giulio Regeni e  Patrick Zaky, i tribunali hanno continuato a fare affidamento su torture ed esecuzioni di massa al termine di processi iniqui spesso celebrati da tribunali di emergenza con procedure accelerate.

Molti paesi hanno però seguito il trend abolizionista generale anche durante quest’anno. La Sierra Leone ha approvato una legge che abolisce la pena di morte, idem il Kazakistan; Papua Nuova Guinea, Malesia, Ghana e Repubblica Centrafricana hanno iniziato a discutere di abolizione.

L’auspicio è quello che nei prossimi anni il trend si consolidi verso un’abolizione globale della pena di morte.


Fonti:

https://www.amnesty.it/rapporto-sulla-pena-di-morte-nel-2021-enorme-aumento-delle-esecuzioni-in-iran-e-in-arabia-saudita/#:~:text=24%20Maggio%202022&text=%C3%88%20quanto%20ha%20dichiarato%20oggi,per%20cento%20rispetto%20al%202020.

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