I cimiteri dei feti

Un argomento delicato: dalla maternità agli aborti

Nel corso della vita di una donna, la maternità è sicuramente una delle esperienze maggiormente d’impatto. C’è chi sceglie però, per propria scelta personale, di non avere figli, ricorrendo all’aborto. Altri invece desiderano ardentemente un bambino, ma non riescono a concepirlo. Ci sono, dunque, anche persone che decidono di affidarsi alla fecondazione assistita, e altre che decidono di portare avanti una gravidanza nonostante la giovane età. Ci sono coppie gay che desiderano adottare un bambino, donne single che decidono di crescere un figlio da sole.

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Si potrebbe continuare a lungo, delineando un elenco delle circostanze che accompagnano l’arrivo di un figlio, oppure la sua assenza. Si tratta di un argomento estremamente delicato, che va affrontato con le giuste precauzioni. Questo discorso vale soprattutto quando ci si approccia al tema dell’aborto.

Aborti come scelte personali

Nonostante ci siano dibattiti di ogni tipo, che riguardano l’etica che si cela dietro agli aborti, è importante sottolineare come l’interruzione della gravidanza sia legale in Italia. Ogni donna ha il diritto e la possibilità di decidere autonomamente del proprio corpo.

Questo argomento, che sarebbe opportuno contestualizzare nei suoi singoli casi, potrebbe riempire infinite pagine di testo. Tuttavia, ci sono casi in cui l’aborto non è semplicemente una scelta, ma costituisce l’unica scelta possibile. Ci riferiamo, in questa circostanza, al tragico caso dell’aborto terapeutico.

Gli aborti terapeutici

Per aborto terapeutico si intende un’interruzione volontaria della gravidanza, causata dal tentativo di preservare la salute della madre. Inoltre, si può ricorrere a esso anche nel caso in cui il feto sia affetto da patologie gravi.

Una volta accertata come unica opzione, l’interruzione della gravidanza avviene, primariamente, attraverso lo svuotamento dell’utero e relativo raschiamento o aspirazione del feto. In altri casi si può ricorrere alla pillola abortiva.

Al contrario di altre circostanze, l’aborto terapeutico può risultare traumatico per le pazienti. Infatti, non si tratta di una scelta personale ma di una necessità medica, che porta necessariamente le donne interessate a dover rinunciare, in modo drammatico, alla propria gravidanza. Di conseguenza, è importante che, in una situazione talmente delicata, la paziente venga seguita anche e soprattutto dal punto di vista psicologico.

Delicatezza e sensibilità

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L’aborto terapeutico, insieme all’interruzione spontanea della gravidanza, sono fenomeni traumatici che vanno affrontati, dall’esterno, con la massima delicatezza e sensibilità. In questo caso, i medici e il personale sanitario svolgono un ruolo fondamentale. Ciò anche e soprattutto quando devono comunicare alle pazienti una notizia del genere. Ci sono diversi racconti di donne a cui è stata comunicato un aborto spontaneo in modo sbrigativo, freddo e privo di sensibilità.

L’empatia e la delicatezza dovrebbero costituire la regola nei contesti ospedalieri e medici. Purtroppo, però, spesso si sottovaluta la psiche delle pazienti, come nel caso del cimitero dei feti, a Roma.

I cimiteri dei feti

“I cimiteri di feti” potrebbe risultare un titolo macabro, da collegare a una pellicola horror. Purtroppo, però, appartiene alla cronaca italiana.

Ci troviamo all’interno del cimitero Flaminio di Roma, dove si trovano delle tombe che contengono dei feti. Tutto ciò senza il consenso e la consapevolezza delle donne interessate. Inoltre, come se ciò non bastasse, sulle tombe in questione ci sono delle croci con i nomi e i cognomi delle pazienti degli aborti terapeutici.

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Nessuno si è preoccupato di analizzare la volontà delle pazienti, il proprio credo religioso e le possibili obiezioni. Questa dinamica viene giustificata, soprattutto a causa della perdita di diritti sui feti delle donne che hanno subito un aborto.

Le associazioni religiose pro-life

Sembrerebbe uno scherzo, anche di cattivo gusto. Chi mai sarebbe interessato a fare una cosa del genere? La risposta si trova nella dicitura associazioni pro life. Proprio quelle associazioni di tipo religioso che lottano da anni contro l’aborto, con tutte le proprie forze.

Stiamo parlando di chi pensa che l’aborto sia un omicidio. Purtroppo, però, la loro azione non si ferma semplicemente all’espressione delle proprie opinioni. Infatti, nonostante la fede religiosa sia (di norma) a discrezione personale, queste associazioni si sono appropriate di scelte e diritti destinati a qualcun altro. Il fenomeno dei cimiteri dei feti non si ferma alla zona di Roma, ma interessa tutto il nostro paese.

L’aspetto inquietante è che, in mancanza di legislazione, queste associazioni possono agire in tutta tranquillità. Infatti, hanno la possibilità di appropriarsi dei feti e farci, senza obiezioni, ciò che vogliono. Tutto questo perché, a livello legale, si tratta di rifiuti ospedalieri.

Gli attivisti pro-life creano spazi all’interno dei cimiteri, denominati in modo emblematico, come nel caso del “Giardino degli angeli”. In questo modo pensano di dare eterno riposo alle anime strappate alla vita, in nome della sua sacralità.

Il processo a Roma

Ci sono state numerose proteste e sollecitazioni verso lo stop di questi fenomeni. A questo proposito, a settembre 2021 è stato avviato un processo, incentrato sulla violazione della privacy delle pazienti. Infatti, nonostante la sepoltura dei feti sia difendibile dal punto di vista legale, l’esposizione dei nomi delle donne è una violazione di dati sensibili.

L’ospedale non avrebbe dovuto rendere pubblici i nomi e i cognomi delle pazienti. Questo fatto ha contribuito ad accentuare l’esperienza traumatica di molte donne, che hanno dovuto veder esposto il proprio nome, senza nessun tipo di autorizzazione, in un cimitero pubblico. Come se la perdita di un figlio non fosse già abbastanza da elaborare.

Ultimi aggiornamenti

Recentemente è stata diffusa la notizia secondo la quale il procedimento giudiziario riguardo questo caso è stato archiviato. Secondo quest’archiviazione, l’esposizione dei nomi delle donne è dovuta a un errore. Le associazioni non hanno tratto beneficio dalla diffusione di questi dati. Di conseguenza, non sono indagabili. Inoltre, non è presente, secondo il Tribunale, la volontà di violare la privacy.

Le domande da porsi, quindi, sono tante: questa archiviazione è un’occasione persa? Questo processo, nel caso in cui le indagini fossero proseguite, avrebbe potuto evitare futuri casi simili? Questa effettiva violazione della privacy non dovrebbe essere punita, oltre a rappresentare una mancanza di etica e di empatia?

 


Fonti:

paginemediche.it

espresso.repubblica.it

tg24.sky.it

ildubbio.news

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